Lobby contro Brexit. Ma ecco quanto incassano gli stranieri dal Regno Unito

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Il mondo degli affari e della finanza si schiera contro il Brexit. Non solo Moody’s ha annunciato che, in caso di Brexit, abbasserà il rating del paese, ma, con una lettera indirizzata allo storico quotidiano “The Times”, circa duecento fra amministratori delegati, presidenti ed altri alti dirigenti di oltre un terzo delle cento aziende più grandi del paese, con oltre un milioni di persone impiegate, hanno ufficialmente espresso il loro parere contrario all’uscita dall’Europa: “Sulla base della rinegoziazione del primo ministro, crediamo che per la Gran Bretagna sia meglio rimanere in una Unione Europea riformata”.  Tra loro, ben 36 aziende che fanno parte del FTSE 100 (indice azionario delle cento aziende più capitalizzate quotate al London Stock Exchange), compagnie aeree come Easy Jet, circuiti di pagamento internazionali come Mastercard, banche come la Lloyd’s, le società aeroportuali di Gatewick e Heathrow, esportatori come il gruppo Chivas e molti, molti altri ancora. Come la Vodafone, guidata dall’italiano Vittorio Colao il quale, in un’intervista su misura pubblicata pochi giorni fa dal Corriere, spiegava: “Come azienda non esprimiamo un giudizio politico, ma certo per i nostri i clienti, i nostri azionisti e anche i nostri dipendenti è molto meglio che la Gran Bretagna faccia parte dell’Europa. Invece, anche il giudizio politico infine è arrivato: il suo nome è il secondo nel lungo elenco dei firmatari pubblicato dal giornale inglese. “Brexit, il no di Colao. Londra non vuole perdere l’anima, ma per gli affari serve l’Europa”, titolava il Corriere.

E chissenefrega dell’anima, sembra infatti il messaggio sottinteso nelle parole di Colao e di un appello che, come se ce ne fosse bisogno, mostra il tentativo delle lobby economiche di influenzare le scelte politiche. Lo stesso Colao, che pur sottolineava l’importanza di aver mantenuto la sovranità monetaria delegata da tutti gli altri stati all’Europa (“Credo che grazie alla sterlina la Gran Bretagna abbia mantenuto una grande flessibilità e grande capacità di reazione nella gestione della politica economica”), è insomma anche lui convinto che  “gli affari hanno bisogno dell’accesso senza restrizioni ad un mercato europeo di 500 milioni di persone per continuare con la crescita, gli investimenti e la creazione di posti di lavoro”, secondo quanto spiegano i dirigenti nella lettera che ha conquistato la prima pagina di “The Times”. Una riflessione peraltro sacrosanta, che deve sicuramente far riflettere sulla necessità e sull’opportunità che il no a quest’Europa non sia un no ad un’altra idea di Europa, forte, “autarchica”, formata da popoli sovrani e liberi, grazie alla cooperazione tra loro, dal giogo americano e da qualunque altra forma di sudditanza economico-politica nei confronti di potenze straniere. Un’idea Europa certamente lontana da quella attuale, ma anche dalla visione dei conservatori britannici, storicamente contrari all’idea di una federazione e di un maxi-stato europeo ma, d’altra parte, da sempre alleati di ferro degli Usa e rappresentanti in Europa di interessi d’oltreoceano.

L’ipotesi Brexit, quindi, va considerata per quel che è: la necessità, nel bene e nel male, di tutelare i propri interessi da parte dello stato insulare. Necessità che divide lo schieramento dei Tories, con la contrapposizione tra il premier David Cameron, forte di una rinegoziazione dei trattati che permetterà alla Gran Bretagna di limitare l’accesso ai benefit da parte dei migranti economici provenienti dall’Europa, e l’eccentrico ed ambizioso sindaco di Londra Boris Johnson, che il prossimo 3 marzo sarà nel popolare quartiere di Croydon per un “question time” aperto a tutti. Un dibattito tutto interno allo schieramento conservatore, dunque, che secondo alcuni analisti ha già uno sconfitto: il partito laburista. “Non è tanto il fatto che i laburisti siano divisi – con una grande maggioranza del partito favorevole alla permanenza in Europa – quanto l’esser marginali”, commentava Rachel Sylvester sul noto giornale britannico. L’abilità di Cameron, del resto, sta proprio nell’esser riuscito ad ammiccare agli euroscettici, presentandosi come l’alfiere degli interessi del paese al tavolo europeo e sbattendo i pugni fino ad ottenere condizioni più che ragionevoli (tra le quali l’accettazione di un impegno che, quanto alla Gran Bretagna, non porterà mai all’integrazione politica), per poi poter tornare comunque a Londra come promotore del sì ad un’Europa riformata senza apparire incoerente. Un capolavoro di real politik, che non è certamente secondo alle recenti dure prese di posizione contro l’immigrazione clandestina unite alle “carezze” mediatiche alle minoranze etniche, con la lettera indirizzata ancora una volta a “The Times” per dichiarare il proprio no al razzismo istituzionale.

Una sfida tutta interna al fronte Tory, dunque, che non esclude la possibilità di un secondo referendum dopo quello previsto per il 23 giugno, annunciato pochi giorni fa, dopo il vertice europeo, da Cameron. C’è chi non esclude, infatti, che un voto favorevole all’uscita dall’Europa, con l’avvio di un processo lungo almeno due anni, possa servire semplicemente a fornire al paese un ulteriore strumento di pressione dell’Europa, per ottenere condizioni ancora più vantaggiose. Una ipotesi contro la quale si è già espresso proprio il sindaco di Londra: “Si tratta di una decisione strettamente democratica – la permanenza o l’uscita [dall’Europa, ndr] – e nessun governo può ignorarlo. Una seconda rinegoziazione seguita da un secondo referendum non è scritto sulla scheda. Per un primo ministro, ignorare l’esplicita volontà del popolo britannico di lasciare l’Europa non sarebbe semplicemente sbagliato, sarebbe antidemocratico. L’uscita dall’Europa, del resto, non sembra avere possibilità concrete di realizzazione e, considerando le forti pressioni della stampa, del mondo del business e della finanza, del governo, i bookmakers danno all’ipotesi Brexit un comunque notevole 33% di probabilità. Tutto ciò nonostante la metà dei parlamentari Tory, circa 150 su 330 tra i quali molti ministri, faranno campagna contro l’Europa e nonostante il fatto che sui giornali l’opzione non è demonizzata come potrebbe accadere in casa nostra. Proprio “The Times”, del resto, in un articolo di fondo, esprime senza mezzi termini il disappunto per “la retorica della paura” da parte del mondo degli affari, a cui si rimprovera peraltro l’ambiguità e la poca chiarezza delle proprie ragioni.

Al centro delle preoccupazioni dei cittadini britannici, infatti, ci sono questioni molto concrete, in primis l’accesso ai benefit di un welfare state come quello inglese in cui lo Stato, pur patria del capitalismo più spinto, riesce ancora a fornire tutele forti alle fasce di popolazione a reddito basso. Uno stato sociale la cui tenuta è messa ora a rischio dalle ondate migratorie che spesso hanno condotto ad un vero e proprio “turismo del welfare”. I migranti europei, ad esempio, nonostante siano soltanto il 6% della forza lavoro, assorbono circa il 10% (circa due miliardi e mezzo di sterline) delle risorse destinate ai lavoratori con salari bassi. Ben 469.843 migranti su oltre 4 milioni di arrivi tra il 2001 ed il 2013 – prima che l’accesso venisse limitato con la richiesta di un minimo di due anni di permanenza (che ora molti vorrebbero portare a quattro anni) – hanno ricevuto alloggio o benefit per la casa. Il 40% dei migranti provenienti dall’aera economica europea ricevono benefit familiari: circa 6mila sterline all’anno in media in “tax credit”, con 8mila famiglie che ricevono oltre 10mila sterline l’anno. Circa 20mila, invece, gli europei che nel 2015 hanno ricevuto benefit per figli che non vivono in Gran Bretagna. E ben 700 milioni di sterline sono state pagate, tra il 2013 ed il 2014, ai disoccupati europei. Cifre che spiegano bene le ragioni degli euroscettici, già stanchi delle farraginosità dei meccanismi europei, ma che non possono far chiudere gli occhi di fronte ad un’economia, come quella della capitale inglese, in cui l’apporto straniero è ormai parte integrante del tessuto sociale cittadino e difficilmente sarà intaccato sostanzialmente da un’eventuale uscita. Di sicuro, la Gran Bretagna tenta di riprendersi un altro spicchio di sovranità. Mentre noi mettiamo, come sempre, il paese in mano ai colonizzatori.

Emmanuel Raffaele, 26 feb 2016

Sanremo, fa già discutere “N.E.G.R.A.” della nuova proposta Cecile. Ecco le “pagelle” della prima serata

maxresdefaultHo guardato il Festival di Sanremo. Lo confesso. Parafrasando Rino Gaetano, del resto: non ho mai criticato un film senza prima vederlo.

Una buona dose di curiosità, la consapevole della centralità mediatica dell’evento e i quattrini pubblici (quindi nostri) che vengono spesi per realizzarlo mi hanno infine convinto. Ma, al di là dello “show”, ne valeva la pena per ragioni che poi si sono rivelate più sostanziali dello spettacolo in sé e delle stesse aspettative intorno ad esse. E ovviamente mi riferisco alle polemiche sui presunti spot di Sanremo 2016 a favore di unioni civili e adozioni gay.

Ma partiamo leggeri: Carlo Conti. Un buon presentatore e nient’altro: pessima spalla, riuscirebbe a fare a pezzi l’entusiasmo anche del cabarettista più spigliato. D’altronde, pare che il suo sia stato il Sanremo più redditizio di questi ultimi tempi e, allo stesso tempo, il meno dispendioso il suo cachet: “soltanto” 550mila euro. Il suo stile per famiglie, con tanto di tirata legalitaria alla Barbara D’Urso (“ringraziamo poliziotti e carabinieri che ogni giorno rischiano la vita per noi”), è forse perfetto per Sanremo. E proprio questo è il suo problema.

E’ solo grazie al talento della bravissima Anna foglietta (che peraltro si è dimostrata anche un’ottima cantante!) se per una volta viene fuori un siparietto quasi simpatico. Sul palco per pubblicizzare il film in uscita l’11 febbraio “Perfetti sconosciuti”, l’attrice ha partecipato alla kermesse insieme alla bella e genuina Kasia Smutniak, ex di Pietro Taricone.

Quanto alla squadra di Conti, partiamo da Gabriel Garko, che per evitare (o alimentare?) le voci sulla sua presunta omosessualità ha pensato bene di indossare occhiali multicolor e molto probabilmente anche di utilizzare nascostamente (e posteriormente) qualche strano sex toy, che lo ha costretto a stare rigido e impettito per tutta la serata. All’attore italiano, che nei giorni scorsi a chi gli chiedeva se fosse gay oppure no ha risposto con una supercazzola (quando un sonoro “sticazzi” avrebbe fatto certamente di più al caso suo), consigliamo vivamente di tornare a fare il suo lavoro. Che dovrebbe essere l’attore. Anche se non è il massimo nella recitazione. Va bene, dai, vada per Sanremo. Ma almeno, Gabriel, se mai ci sarà una prossima volta, compra occhiali nuovi che non ti facciano sembrare cieco e dislessico quando leggi il gobbo.

Chi gradiremmo sul serio non ritrovare nelle prossime edizioni è, invece, Virginia Raffaele, che tenta invano ormai da tempo un’imitazione della Ferilli che, per la ripetitività della tecnica usata, non è mai sembrata troppo riuscita. Riproponendo del tutto fuori contesto il personaggio, prova a sfruttare una comicità da cine-panettone che già in versione originale non risulta troppo simpatica, dando l’idea di una maschera che all’occorrenza fa anche da presentatrice. E che, inevitabilmente, lo fa male.

Quanto alla valletta Madalina Diana Ghenea, rumena classe 1988, a Milano da quando aveva 15 anni, già nel cast del celebre film di Sorrentino “Youth”, poliglotta ma apparentemente monotonale nell’esprimersi, diciamo pure che la sua presenza non dispiace (sempre meglio degli altri due!) seppur neanche entusiasma. Fa il suo lavoro, o meglio, fa la sua parte e la sua parte non è che sia esattamente quella che ti svolta la serata. Forse leggermente e involontariamente indelicata nel presentare Enrico Ruggeri: “a Sanremo già nove volte e in due casi ha pure vinto!”, ha esclamato quasi con stupore. Ma siamo certi che l’artista non se la sia presa.

Tra parentesi, con “Il primo amore non si scorda mai” ed il suo romanticismo mai banale (“Siamo il prodotto di antiche passioni che ci hanno svelato la vita”), il cantante milanese non delude ed anche musicalmente sigla un pezzo decisamente nel suo stile, seppur non impegnato come alcuni suoi testi più recenti, ma sicuramente adatto al contesto sanremese. Anche lui, tra gli altri, ha cantato col nastro arcobaleno in sostegno delle unioni civili.

Altro “big”, fuori gara, Laura Pausini, che non appare in grande forma canora ma eccelle nella paraculaggine in stile “siete bellissimi” che riserva al pubblico italiano e ostenta un eccessivo desiderio di giocare a fare la ragazza della porta accanto. Poco naturale nello sketch in cui avrebbe dovuto fingersi sorpresa del duetto virtuale con se stessa (attraverso un video con la sua esibizione d’esordio a Sanremo ’93), ad un certo punto si riscopre addirittura adolescente e accenna una voce da ragazzina. Laura: vai a cercare Marco, “grassie”.

Aldo, Giovanni e Giacomo, che il prossimo 25 aprile saranno a Londra a festeggiare il 25° anno di carriera insieme, non strappano neanche una risata alla platea. Comprensibilmente. Carlo Conti, molto elegantemente, prima dell’esibizione gli chiede: “ma come è possibile che in tutto questo tempo non siete mai stati a Sanremo?”. Peraltro, difficilmente li chiameranno ancora.

Simpatico, al contrario, il collegamento con Rocco Tanica di Elio e le Storie Tese nelle vesti di giornalista: il suo intervento e la sua finta rassegna stampa hanno regalato un tocco di comicità intelligente alla serata.

Detto questo, resta un mistero: che fine ha fatto Beppe Vessicchio?! Invocato da più parti (“Uscitelo!”) e soprattutto dalla rete, il direttore d’orchestra – ha garantito il conduttore – farà la sua comparsa stasera.

Morgan-cade-skaeboardSi è decisamente fatto notare, invece, Morgan, caduto in skate sul red carpet a poche ore dal festival ma impeccabile nel suo smoking durante la gara. Finalmente tornato a fare il suo mestiere insieme ai Bluvertigo, ha dimenticato a casa la voce ma, in compenso, è autore di un pezzo valido e più orecchiabile del solito, che non gli ha evitato, però, di finire tra i quattro meno votati e quindi a rischio.

Tormentone sicuro quello di Arisa, così come la canzone di Rocco Hunt. Inutili si sono invece dimostrate le polemiche per la partecipazione al festival di Elton John, contestata per la presunta intenzione di fare uno spot a matrimoni e adozioni per gli omosessuali. A parte una battuta detta di sfuggita (“non avrei mai pensato di diventare papà”), pericolo scampato. Anche se il pericolo rappresentato dagli idioti (in genere politici) che piegano ogni evento anche internazionale alle beghe di casa nostra e non riescono ad esprimere altro che pensieri volgari, confusi e mediocri, quello temiamo non sarà superato facilmente.

Tanto quanto il pericolo della retorica, della quale fa una bella scorpacciata Irene Fornaciari, con la sua canzone sulle cosiddette “stragi del mare” dovute ai flussi migratori incontrollati che lei, molto razionalmente, pensa di risolvere con una ricetta semplice quanto efficace, ma soprattutto inedita: “Non più guerre e religioni”. Eureka! Irene Fornaciari for president. Altro che Jovanotti.

Ma non disperate. A far parlare di sé, nei prossimi giorni, sarà sicuramente Cecile (Vanessa Ngo Noug), “nuova proposta” ventiduenne di Ostia che canterà “N.E.G.R.A”. “Da piccola”, racconta in un’intervista, “una bimba mi chiese di che colore fosse il mio sangue: fu molto colpita nello scoprire che era proprio come il suo”. Molto bella e molto nuda, il suo videoclip è già disponibile online [1] e farà discutere. Ottima operazione di marketing, testo dal vittimismo spinto, farà rabbrividire i sacerdoti mediatici del politicamente corretto soltanto per il numero di volte in cui ripete il termine improponibile “negra”. Atto di accusa contro il razzismo italico, il pezzo rivela un’incomunicabilità dalla quale sarà difficile sganciarsi senza andare oltre gli stereotipi e le strumentalizzazioni reciproche, che in questo caso abbondano (e un poco offendono).

“N.E.G.R.A. ma quando mi vedi nuda non te ne fotte più”. Cecile, stai senza pensieri.

Chiara-MatitaMa, ancora a proposito di volti nuovi, segnatevi invece questo nome: Chiara Dello Iacovo. Molti di voi la conosceranno già, visto che su Facebook la sua pagina ha quasi 14mila likes (a dispetto degli oltre 5mila dell’affascinante concorrente di colore). Ma a tutti gli altri occorrerà anticipare il titolo del brano con il quale parteciperà alla gara: “Introverso”. Capelli corti, aria sbarazzina, bella quanto semplice e con due occhi che ipnotizzano, look casual un po’ mascolino, Chiara canta una canzone dal ritmo vivace, musicalmente piacevole, con un videoclip ben scenografato [2] e un testo quanto meno non scontato. Aspettando di ascoltare il resto, siamo certi che queste due si daranno battaglia. Nel frattempo, tra i big, ad attendere il proprio turno ci sono alcuni personaggi interessanti: a cominciare da Neffa, passando per il rapper napoletano Clementino (protagonista di vari duetti proprio con Rocco Hunt) e finendo con Elio e le Storie Tese e la loro satira in musica dal titolo “Vincere l’odio”. Oltre a loro, ci saranno anche Patty Pravo, Dolcenera e Valerio Scanu, ci auguriamo senza barba, se non altro per non confonderlo con Conchita Wurst.

Emmanuel Raffaele

 

[1] http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-2aed1376-27ba-4bdc-84d3-5d41eb8928c7-sanremo.html#p=0

[2] http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-3d9db9de-ef59-41eb-b495-fe236b02be51-sanremo.html#p=0

Uk, Cameron denuncia razzismo di Stato: l’establishment apra alle minoranze

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“E’ più probabile che un giovane di colore si trovi in prigione piuttosto che in un’università prestigiosa”. David Cameron, primo ministro inglese, in una lettera al “Sunday Times”, ci è andato giù duro ed ha addirittura puntato il dito, in modo insolito per un conservatore, contro esercito, polizia, università e grandi aziende a causa del loro presunto razzismo istituzionale.

E’ una vergogna per la nostra nazione”, ha affermato il premier britannico, promettendo che il suo governo farà finalmente la differenza ed esortando il paese: “Portiamo a termine, insieme, la battaglia per un’uguaglianza reale in Gran Bretagna”. “Non è abbastanza dire di essere aperti a tutti”, ha infatti spiegato evidenziando alcuni dati: non ci sono generali di colore nelle nostre forze armate e solo il 4% degli amministratori delegati tra le FTSE 100 [1]  appartengono ad una minoranza etnica”. “Nel 2014”, ha proseguito, “la nostra università più prestigiosa, ha ammesso soltanto 27 ragazzi di colore su un totale di 2.500 […]. Le persone il cui nome ha un suono esotico hanno meno probabilità di essere richiamate per un lavoro, pur avendo le stesse qualifiche”.

Appena lo 0,1% degli ufficiali dell’esercito – ha aggiunto il giornale britannico – sono neri, lo 0,2 % (285) appartiene ad altre etnie, ben 4 forze di polizia non hanno all’interno gente di colore ed in generale la polizia conta soltanto 2 alti ufficiali di altre etnie; quanto agli altri settori, 6 club calcistici su 92 hanno al vertice una persona di colore ed il 13% del personale della Bbc (con 7,8% fra i manager) proviene da una minoranza.

Quanto al sistema penale, per numero di arresti la minoranza nera quasi triplica la popolazione di etnia caucasica ed asiatica; più o meno la stessa situazione per i procedimenti penali, le condanne e la popolazione carceraria.

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David Lemmy

Ecco perché il premier ha annunciato che David Lemmy, ex ministro laburista di colore, si occuperà del trattamento delle minoranze nel sistema penale, mentre ha intenzione di dare il via ad una legge che costringerà le università a fare maggiore chiarezza sul numero di persone e sull’etnia di quanti fanno richiesta di ammissione, tentando di persuaderli anche all’utilizzo di application form che non prevedano l’utilizzo del nome.

Dunque, David Cameron, l’antirazzista? Di sicuro la sua manovra contro l’establishment è ad alto rischio ma c’è chi non esclude il tentativo di accaparrarsi una fetta di voti laburisti. In ogni caso, è stato egli stesso a sollevare un interrogativo: Una persona su 10 fra i ragazzi bianchi più poveri accedono ad un alto livello di istruzione […]. Sono soltanto sintomi delle divisioni di classe o della carenza di pari opportunità? O è qualcosa di più radicato, insidioso ed istituzionale?”.

Senza dubbio, stando a queste dichiarazioni ed all’apertura del “Sunday Times” (un esempio fra tanti), il razzismo fa più notizia della scarsa mobilità sociale e l’allarme scatta per i neri che non accedono ai vertici e passano in secondo piano i dati sulle scarse opportunità dei bianchi appartenenti a quello che un tempo avremmo chiamato “proletariato urbano”. Bianchi o neri, infatti, in un paese che di recente ha mostrato tassi di disuguaglianza elevatissimi, il problema ha buone probabilità di esser dovuto ad un forte “classismo” della società inglese, in cui chi è povero rimane povero, non diventa ufficiale dell’esercito, manager di un’azienda e non prende la laurea ad Oxford. Del resto, in una nazione in cui i bianchi sono già una minoranza nella sua capitale, dove trovi donne col velo alla cassa di ogni attività commerciale, persone di colore alla guida di autobus, in metropolitana e che, più in generale, svolgono le stesse attività dei bianchi, un paese in cui interi quartieri sono arabi, africani o asiatici, si può seriamente parlare di razzismo?

Certo, la sotto-rappresentazione ai vertici è un fatto quanto lo è la ghettizzazione e le forti differenze tra Londra ed il resto del paese anche nella distribuzione etnica della popolazione. Ma le motivazioni sono tutt’altro che facili da individuare.

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La satira del “Sunday Times”

Perciò l’affondo, a cui la testata inglese ha dato ampia visibilità col titolo principale in prima pagina, non ha mancato di provocare la reazione stizzita delle università, in questo periodo al centro dell’attenzione dopo la decisione di Oxford di non rimuovere una statua dello statista colonialista Rodhes dalla facciata dell’Oriel college, come richiesto da alcuni studenti. Una decisione, tra l’altro, che secondo un assistente del premier non lo avrebbe trovato per nulla in disaccordo: “non puoi applicare i criteri del presente al passato”, sarebbe l’opinione, condivisibilissima, di Cameron.

Ma alle sue dichiarazioni, dicevamo, “le principali università hanno reagito furiosamente, affermando di aver già fatto molto per aumentare il numero degli studenti non bianchi”, riferisce il Sunday Times. Da Oxford, intanto, hanno sottolineato che il 13,2% dei laureati nel 2014 non erano bianchi, il 18% in altri istituti del Russel Group mentre 367 studenti appartenenti ad una minoranza etnica sono stati ammessi lo scorso anno, con un incremento del 15%. Inoltre, l’università sta pensando, in seguito alle recenti critiche, di inserire corsi specifici attraverso i quali approfondire la storia e le figure di riferimento delle minoranze etniche.

Cameron, d’altronde, ha fatto sapere di ritenere non risolutive misure di ripiego come l’istituzione di quote o altre soluzioni “politicamente corrette”.

Non rimane, a margine, che una riflessione: messa in conto la possibilità che non sia il razzismo ma un “classismo” senza distinzioni etniche la causa della sotto-rappresentazione delle minoranze, considerata anche la possibilità che le principali istituzioni cerchino invece di tutelare la purezza razziale della Gran Bretagna riservandosi i vertici dello Stato (teoria che non nasconde un certo complottismo) o che semplicemente il pregiudizio individuale influisca negativamente nelle decisioni (ma è razionale combattere per legge il pregiudizio?), è davvero possibile parlare di “valori condivisi” come ha fatto il premier e contemporaneamente dover inserire nelle università corsi specifici per raccontare la storia di un’appartenenza differente? È possibile parlare di uguaglianza e poi proporre di nascondere il nome e quindi l’identità di una persona nelle domande di ammissioni per evitare pregiudizi? È giusto costringere un imprenditore ad assumere qualcuno? Siamo sicuri che nei quartieri arabi o africani assumono bianchi nelle loro attività commerciali? Passeggiando per le strade “multietniche” di Londra sembra proprio di no.

“Il coinvolgimento dell’esercito inglese nelle guerre in Iraq e Afghanistan potrebbe non incontrare il gradimento delle comunità mussulmane o asiatiche. Ho assistito ai reclutamenti e le persone dicevano ‘Non approviamo quello che l’esercito sta facendo in Afghanistan. Non crediamo dovresti essere nell’esercito, prendendo parte a tutto questo’ ”, ha osservato il capitano Naveed Muhammad. “I reclutatori della polizia hanno incontrato resistenza da parte della popolazione di colore che sospettava pregiudizi. Ciò che Cameron definisce ‘valori condivisi’ potrebbero non esserlo quanto crede”, conclude in un pezzo d’approfondimento George Greenwook.

La questione, dunque, è più complessa di un facile titolo ad effetto sul giornale. Ed il sentimento d’appartenenza, probabilmente, è quello che fa concretamente la differenza. A dimostrarlo anche i recenti fatti di cronaca sul terrorismo islamico, che coinvolgono quasi sempre figli o nipoti di immigrati in Gran Bretagna, Francia e Belgio, paesi europei tra i più eterogenei etnicamente. E certo, neanche noi condividiamo gli interventi armati a guida statunitense in cui il nostro paese è coinvolto, ma per questo non cambia la nostra appartenenza, non per questo l’Italia smette di essere la nostra patria. Siamo sicuri che, quanto alle minoranze etniche in Europa, non sia stato già dimostrato il contrario?

Emmanuel Raffaele, 2 feb 2016

[1] “indice azionario che include le 100 società più capitalizzate quotate al London Stock Exchange”, Wikipedia

 

Il fondo pensione degli avvocati compra un palazzo da 120 milioni di euro a Londra

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Ben 92 milioni di sterline, circa 120 milioni di euro: tanto è costato alla Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense l’acquisto di un immobile ad uso commerciale in Piccadilly Street, pieno centro di Londra. L’immobile risalente al 1930,considerato il capolavoro dell’architetto Joseph Emberton, dichiarato di interesse storico e artistico e già sede dei magazzini Simpson, dal 1999 ospita Waterstones, una libreria che, con i suoi 200mila volumi ed oltre 8 miglia di scaffali, è definita dal quotidiano free press londinese Evening Standard “la più grande libreria d’Europa”. A rendere nota l’acquisizione è Fabrica Sgr, che in un comunicato stampa annuncia: “Fabrica SGR e CBRE Global Investors, rispettivamente gestore ed advisor del Fondo Cicerone, hanno concluso il primo investimento estero del Fondo Cicerone”. Quest’ultimo, infatti, è un Fondo Comune di Investimento Immobiliare riservato ad investitori qualificati del quale è quotista, appunto, la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense, operativo dal 2013 e istituito proprio da Fabrica Sgr in seguito ad una gara indetta dell’ente previdenziale per affidare la gestione immobiliare di un fondo con la possibilità di arrivare a sottoscrivere fino a 1 miliardo di euro.

Finora di proprietà del fondo d’investimento inglese Meyer Bergman, il passaggio – specifica Fabrica Sgr – “è stato effettuato tramite la controllata Cicerone Holding BV, società di diritto olandese detenuta al 100% dal Fondo”. “Siamo orgogliosi di presentare al mercato un’operazione da parte di un investitore italiano in un momento in cui gran parte delle transazioni sul mercato domestico viene effettuata da capitali esteri”, ha dichiarato l’amministratore delegato di Fabrica Sgr Fabrizio Caprara. L’investimento, che Michael Ness della Global Investor ritiene molto valido “sia per la sua eccellente dislocazione sia per il commitment di lungo periodo da parte di Waterstones”, è in effetti – spiega il comunicato – “il secondo per cassa del fondo, porta a 32 immobili gli asset del portafoglio immobiliare per un valore complessivo di circa 665 milioni di euro”.

Un notevole sforzo economico, insomma, per un Fondo che al 31 dicembre 2014 disponeva di un patrimonio di 273 milioni di euro costituito al 90% da immobili dati in locazione, per il 71% ad uso residenziale ed appena il 6% ad uso commerciale e quasi tutti nel centro Italia, soprattutto a Roma, come è possibile leggere sul sito del Fondo e sul rendiconto annuale. Considerazioni economiche a parte, resta da capire perché un ente previdenziale nato con la legge n.406 del 13 aprile 1933, in piana epoca fascista, si sia dovuto ridurre a pagare le pensioni facendo il “palazzinaro” in Italia ed ora anche all’estero e per quale motivo a questo fine sia stato necessario utilizzare una società olandese. Non si tratterà mica di evasione di Stato?

Emmanuel Raffaele, 3 feb 2016

Ripartire da Omero: ecco perché l’Iliade salverà l’Europa

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Non intendiamo detronizzare Dante Alighieri ed il suo ruolo nella formazione di generazioni di liceali italiani, per i quali la Divina Commedia da sempre rappresenta lo strumento d’apprendimento delle radici della cultura italiana. Ma, in un momento storico in cui l’Europa  mostra i segni del suo tramonto, non sarebbe male fare qualche passo indietro, fino a quella che Maria Serena Mirto, nel suo saggio introduttivo nell’edizione Mondadori, definisce senza dubbio “la prima opera letteraria occidentale fissata dalla scrittura”: l’Iliade. Perché, se al termine Occidente non si intende dare l’accezione che comunemente ormai la lega all’ideologia occidentalista di matrice americana, può esistere ancora un Occidente, il cui cuore pulsante è l’Europa, che si imponga il dovere di custodire e rappresentare nei fatti la cultura greco-romana ed una storia fatta di guerre fratricide ma anche di scambi culturali, politici e sociali vitali per l’umanità, che rendono fratelli nel bene e nel male i popoli che, da secoli, vivono sul nostro continente. Rispolverare l’Iliade, dunque, vuol dire in quest’ottica riscoprire un universo simbolico dall’alto valore pedagogico che può senz’altro riportarci alle radici della civiltà europea e, con la sua identità originaria e fondante, anche tutta la sua forza.

zeus-100372710-primary.idgeUOMINI E DEI – Innanzitutto, “la società omerica”, sottolinea Guido Paduano, traduttore del testo originale, “mescola uomini e dèi nello stesso gruppo che organizza l’orizzonte dei giudizi e delle attese“. Ma, se il mescolarsi del piano umano con quello divino non è certo esclusiva del mondo ‘pagano’ (basti pensare all’origine del Cristianesimo), nei monoteismi la volontà divina, laddove si manifesta, lo fa in maniera lineare e “unidirezionale”, mentre nel mondo omerico, non solo uomini e dèi, ma anche tra loro stessi gli dèi si combattono, si aiutano, discutono, si confidano, si fanno giustizia e reclamano vendette, dimostrando di possedere la forza e l’immortalità ma certo non l’unità, rappresentata soltanto dalla figura “sovrana” di Zeus che riconcilia, con le buone o con le cattive, le diatribe tra gli “agenti sovrannaturali”. Il piano divino, insomma, ci riserva indubbiamente una complessità maggiore, meno artificiosa e costruita rispetto ai monoteismi, tanto che è Zeus stesso, prima della distruzione di Troia, a dichiarare: “Tra le città che gli uomini terrestri abitano sotto il sole e sotto il cielo stellato, più di tutte nel mio cuore onoravo la sacra Ilio e Priamo e il popolo del valoroso Priamo, perchè sugli altari non mancava mai la mia parte di libagioni e di grasso, l’onore che ci è dovuto”(IV). Quanto al mescolarsi del piano umano con quello divino, che potrebbe far pensare ad un racconto fiabesco o ad una visione farsesca del sovrannaturale, di per sé dimostra soltanto una concezione del mondo che non può prescindere da ciò che non è visibile. Talmente distante dal materialismo filosofico moderno che perfino i racconti umani non possono fare a meno della rappresentazione simbolica della partecipazione divina.

L’ETICA DELLA VIOLENZA – Venendo finalmente ai fatti narrati, bisogna ben guardarsi dal sovrapporre all’epica omerica una dimensione che possa dirsi a qualunque titolo pacifista: l’Iliade è interamente immersa nel codice della violenza istituzionalizzata, che non viene intaccato nè dalla profonda e universale pietà, e neanche dai dubbi sporadici sulla fondatezza della guerra”, premette ancora Paduano. “Si confondono volutamente”, prosegue, “l’aggressività istituzionale e quella privata, sebbene la prima sia altrettanto costruttiva della comunità e della socialità quanto la seconda ne è distruttiva […]. Dobbiamo allora distinguere da questa un’ulteriore opposizione: l’integrazione sociale di Ettore contro l’individualismo egoistico di Achille. Ed è proprio in questa chiave che vanno lette le parole di Zeus nei confronti di Ares: “Banderuola, non venirmi qui a piangere; tu mi sei il più odioso fra tutti gli dèi d’Olimpo perché sempre ti sono cari i litigi, le battaglie, le guerre”. Non si tratta di un’improvvisa ricaduta pacifista del sovrano celeste, ma del biasimo nei confronti di una violenza a scopo puramente privato, illegittima. In ogni caso, la violenza è considerata e descritta con realismo. Né nascosta, né esaltata, né demonizzata.  In verità, tutto nell’Iliade – ancor più nell’Odissea ma con sostanziali differenze nelle tematiche – è realismo: la gloria non cela i dolori della guerra, l’atto eroico non nasconde le mostruosità dei colpi e delle ferite, l’onore non disprezza la ricchezza materiale“Il figlio di Atreo”, racconta Omero, “incalzava gridando, con le mani invincibili sporche di sangue”. Non c’è un altro lato della medaglia: lo strumento dell’eroe è la violenza. Fatta di ossa rotte, scudi e crani trapassati, occhi inflizati, braccia spezzate.

Ogni forma di moralismo è assente. Ed il realismo non è perciò macchiavellico” ma è presa di coscienza delle cause, dei fini, dei mezzi e così anche delle loro conseguenze. “Odisseo da dietro gli piantò nel dorso la lancia in mezzo alle spalle, e gli trapassò il petto”. Non c’è pietà per chi fugge. Celebre per la sua proverbiale intelligenza, prode in battaglia, ottimo re, non per questo Odisseo è risparmiato dalla brutalità. E nel successivo poema a lui dedicato, peraltro, le scene di violenza descritte sono ancora più dure e macabre: al momento del ritorno a Itaca, la sua vendetta su Proci e traditori non è quella dell’eroe che stermina i nemici circondato da un’aura di splendore ma, anzi, è minuziosa e particolareggiata la descrizione dei cadaveri appesi e della scena del delitto (non più un campo di battaglia ma il focolare domestico che rende ancor più brutale la violenza). Non è forse un caso se i duelli sono quasi sempre raccontati attraverso la similitudine con il mondo animale: “Altri ancora fuggivano nella pianura, come giovenche spaventate dal leone piombato nel buio notturno; per quella a cui si avvicina si apre l’abisso di morte: le spezza il collo afferrandola coi forti denti prima, poi succhia il sangue e tutte le viscere; così li inseguiva il figlio di Atreo, il potente Agamennone” (XI).

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LA GLORIA AL SERVIZIO DELLA PATRIA – La gloria conquistata in battaglia, generata essenzialmente dal coraggio, è ovviamente il tema cruciale. E’ il coraggio che scolpisce nella memoria il ricordo dell’eroe, che lo innalza davanti agli uomini e ne fissa l’esempio nel ricordo dei posteri e della sua stirpe, il che rimanda anche al valore pedagogico e concreto della gloria stessa, poiché spinge ciascuno ad elevarsi, per inseguirne la grandiosità e, di conseguenza, rende più forte la patria. Mentre, al tempo stesso, viene fuori il ruolo centrale della stirpe, che conferisce ad ognuno la responsabilità di esserne degno, in una concezione anti-individualistica ovviamente sconosciuta al mondo moderno, che naturalmente rafforza tali popoli rispetto a quelli privi di un’identità collettiva. È perciò sul coraggio, ovviamente, che vengono spese le frasi più significative del poema, le più grandi lezioni di vita: “Vorrei almeno essere moglie di un uomo più forte, che capisse il biasimo e la vergogna di fronte agli uomini. Ma lui non ha e non avrà mai, neanche in futuro, un cuore saldo, e credo che dovrà scontarne la pena” (IV), confessa Elena, causa scatenante della guerra, al valoroso cognato Ettore, “figlio di Priamo” . Rapita al suo legittimo sposo dal biondo Paride, che ha così costretto il suo popolo ad anni di assedio per un capriccio, Elena stessa conosce una vergogna che lui non dimostra di avere, più incline ad assecondare i piaceri più che i suoi doveri, in contrapposizione netta e costante con Ettore che, pur fedele alla sua Andromaca – il loro incontro prima della battaglia è una delle scene più toccanti e significative dell’Iliade – padre affezionato e marito affettuoso, in quanto principe mette al primo posto il dovere verso la patria:“Terribilmente mi vergognerei di fronte ai Troiani e alle Troiane dai lunghi pepli”, dichiara con fermezza alla sua sposa, “se come un vile mi tenessi lontano dalla battaglia; non a questo mi spinge il mio cuore, poiché da sempre ho imparato ad essere forte e a combattere in prima fila tra i Troiani, dando grandissima gloria a mio padre e a me stesso” (VI). La gloria è individuale, certo, ma esiste soltanto in relazione al servizio della patria. Ed il pur invincibile Achille, amante delle razzie, spietato con il cadavere di Ettore, leader solitario dei suoi Mirmidoni, tradendo più volte il suo individualismo fino al ritiro dalla battaglia per un torto subito dal re Agamennone, capo della spedizione contro Troia, è elogiato in via esclusiva per le sue doti personali e nelle descrizioni non è circondato dalla stessa aura di eroismo che invece avvolge Ettore, adorato dal suo popolo pur nella sua umanità, che affronta in tutta la sua debolezza nel momento dello scontro per lui mortale con Achille, prima del quale tenta la fuga in preda al panico, fino a ritornare in sé andando incontro al Pelide ed al suo destino.


VALORE E FORZA COME FONTE DI LEGITTIMAZIONE DIVINA – 
“Non parlarmi di fuga, non ti darò ascolto. La mia nobiltà non può sottrarsi alla battaglia”, urla nel libro V Diomede a Stenelo che cerca di convincerlo a ritirarsi dalla prima fila dove Enea affronta Pandaro. La nobiltà nella società omerica non è questione di forma. Più precisamente, la sostanza non esclude la forma ma la precede, le trasmette i contenuti per esser tale e ne giustifica e motiva la forma. Ecco la regalità, il diritto dei re di esser tali, la gerarchia, in opposizione ad una concezione democratica ma, ancor di più, ad una concezione meramente “burocratica” della gerarchia, che Evola definirebbe “gerarchismo”, consistendo essenzialmente in una forma ormai priva di contenuti. Il capo è qui colui che “serve” la comunità, come un samurai che protegge l’impero giapponese ed il suo popolo, il capo nella società omerica gode dei suoi privilegi in virtù dei doveri ai quali assolve. Il capo è la guida. È in prima fila. Il capo è l’esempio ed è tale in quanto è il migliore. Ecco l’aristocrazia. Rigorosamente guerriera“Ora dobbiamo stare tra i Lici in prima fila e affrontare la battaglia bruciante, perché i Lici dalle forti corazze possano dire: ‘Non sono privi di gloria i nostri re, che governano la Licia e mangiano grasse pecore e bevono vino scelto, soave, ma hanno grande vigore, perché combattono in prima fila tra i Lici’ “, afferma infatto Sarpedonte spiegando il concetto con semplicità, meglio di quanto noi potremmo mai fare.

Ed è forse ancora più chiaro Odisseo quando, nel libro II, col malumore che serpeggia tra i Greci, stanchi e pronti a salpare con le loro navi per tornarsene a casa, con durezza sprona nobili e sudditi (come in questo caso) che vogliono fuggire: “Sciagurato, stattene fermo e seduto e ascolta gli altri che sono migliori di te; tu non hai valore né forza; non conti niente in battaglia e niente in consiglio; non vorremmo, qui dentro, regnare tutti! Non è un bene l’autorità di molti: ci deve essere un solo capo, un re a cui il figlio di Crono dal tortuoso pensiero ha dato lo scettro e le leggi, perché decida per gli altri. Troviamo qui una perfetta e concisa elaborazione teorica sulla legittimazione del potere sovrano secondo il “diritto divino”, centrale per secoli fino all’Illuminismo, qui peraltro efficacemente  spiegata nel suo significato concreto: il valore e la forza, è attraverso questi “segni” che il dio “seleziona” un capo. In questi indizi di superiorità consiste la sua legittimazione da parte del dio, che è consacrata dalla capacità stessa di farsi rispettare e, quindi, obbedire, poiché nel concetto di sovranità vengono in rilievo appunto tanto la capacità di creare diritto quanto la forza di farlo rispettare. E così niente è scontato e la gerarchia è costantemente in gioco sulla base dei comportamenti: i gradi si conquistano sul campo, concetto da chiarire per non cadere, sul fronte opposto, nello stesso vuoto teorico della legittimazione democratica rifugiandosi nella difesa strenua di una forma, qual è la regalità, che non è per forza sostanza.

Ciò che peraltro ribadiva Evola in una frase troppo spesso dimenticata o ignorata dagli stessi “evoliani” che, sulla base di questi ed altri punti delicati della sua costruzione “metapolitica”, hanno influenzato in senso conservatore l’ambiente in cui coestisono tutti coloro che guardano con interesse all’opera ed al significato del fenomeno fascista. Premesso quanto approfondito nella nostra breve digressione, Odisseo colpisce Tersite con lo scettro, colpevole di aver insultato pubblicamente Agamennone (verso il quale Odisseo non mostrerà certo servilismo in altre occasioni). E, coerentemente con l’ideale greco del “kalòs kai agathòs” (bello e buono) tipico dell’eroe, Tersite, per contrasto, è così significativamente descritto: “Tersite aveva in cuor suo molte parole confuse, inutili, disordinate, ostili ai sovrani, ma gli sembrava che avrebbero divertito gli Achei. Era il più brutto tra i Greci venuti a Troia: si trascinava zoppo ad un piede, le spalle curve rientranti sul petto; sopra, la testa era appuntita e coperta da rada peluria”.

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PATRIA E COMUNITA’ DI DESTINO – La centralità della gloria, del coraggio e della gerarchia, quindi, conducono direttamente all’idea di patria. Non si tratta di “semplice” patriottismo. No. Il concetto di patria qui presente va più a fondo ed è tutt’uno con l’etica anti-individualistica a cui abbiamo accennato e, quindi, con l’idea di Stato come comunità (in opposizione allo Stato come società, di matrice individualistica/liberale). È così, ad esempio, che Poseidone comanda ai greci: “Il guerriero prode che indossa un piccolo scudo lo ceda a un soldato peggiore e lui lo prenda più grande” (XIV). Il contrario di quanto avverrebbe in democrazia. Oppure ancora Ettore, che rivolge ai suoi questo particolare invito: “Chi di voi, colpito da lontano o da vicino, incontrerà il destino di morte, muoia: non è vergogna per lui morire difendendo la patria” (XV). È lui, strenuo difensore delle mura di Troia, a ritornare, nel libro XII, di nuovo su questo punto, evidentemente cruciale per i troiani, che appaiono sempre molto compatti nonostante muoiano e soffrano per il codardo Paride, mentre i greci sono spesso divisi pur trovandosi dalla parte del giusto, avendo il principe troiano infranto i patti: “Uno solo è l’augurio migliore, combattere per la patria”. È questo che tiene unito il popolo della “sacra Ilio”.

Nonostante Ettore venga poi ucciso, infatti, gli achei prenderanno Troia soltanto grazie ad un inganno di Odisseo che trova non pochi oppositori fra i suoi pari. “Crediamo forse di avere dietro di noi chi ci dà aiuto, o qualche muro più forte, che ci difenda dalla sciagura? Non c’è vicino nessuna città dai saldi bastioni dove possiamo difenderci avendo rinforzi dal popolo: siamo nella piana dei Troiani dalle forti corazze, sospesi verso il mare, lontani dalla nostra patria. Nelle nostre braccia è la luce, non nell’indolenza in battaglia(XV), grida Aiace – impavido e imponente, uscito indenne dallo scontro con Ettore, allo stremo delle sue forze – ai suoi che si stanno perdendo d’animo vedendo i guerrieri troiani imperversare a due passi dalle loro navi e dal loro campo. “Nelle nostre braccia è la luce”. E’ un uomo d’azioneAiace, un baluardo, ma questa sua frase mette in rilievo due cose fondamentali: la forza che proviene dal combattere per difendere la propria patria e i propri cari, “privilegio” che i greci non hanno, e la capacità di fare della propria idea (la giusta causa) la propria patria, supplendo alla forza che conferisce ciò che è (pur sempre) materiale con la forza che si ha dentro: il proprio spirito. “Nelle nostre braccia è la luce”.

INVIOLABILITA’ DEL SACRO

Inutile dire, in proposito, che il sacro permea anche il linguaggio dei personaggi e ne sancisce l’inviolabilità, fungendo così da garanzia degli accordi: “Zeus padre non aiuterà gli spergiuri, e quelli che per primi hanno infranto i patti” (Agamennone, IV). E ancora il capo degli Achei, nel libro XIX: “Mi sia testimone per primo Zeus, il dio massimo e sommo, la Terra, il Sole e le Erinni che sotto terra puniscono gli uomini che giurano il falso”. I patti sono sacri. Così come gli atti rituali: “non oso libare a Zeus il vino lucente con mani impure; il dio dalle nuvole nere non è lecito pregarlo sporchi di sangue e di fango”. In tutto questo – guerra ed eroismi, rituali e giuramenti, gloria e brutalità, fede e razionalità – consiste la “religiosità” dell’Iliade. E se l’Europa e i suoi popoli avranno una chance di rinascere, dopo tutto, dipenderà esattamente dalla nostra capacità di far risorgere quell’etica ormai sovvertita. Non sarebbe male iniziare a spiegarlo agli studenti dei nostri licei.

Emmanuel Raffaele, 1 gen 2016

Londra, dal 4 marzo l’attesissima mostra sulla vita di Muhammad Ali

muhammad-ali-draft2-grayscaleDal 4 marzo al 31 agosto gli appassionati della boxe in tutto il mondo avranno un motivo in più per visitare Londra. Infatti, “The O2”, l’enorme tensostruttura a forma di cupola allineata al meridiano di Greenwich, costruita a fine anni Novanta, ospiterà nel corso della primavera e dell’estate, l’attesissima esposizione dedicata alla vita di Muhammad Ali dentro e fuori dal ring.

Già sperimentata con lo scomparso Elvis Presley, che aveva attirato oltre 200mila visitatori, la formula servirà adesso a raccontare la storia di Cassius Marcellus Clay Jr, classe 1942, titolo mondiale dei pesi massimi dal 1964 al 1967, dal 1974 al 1978, divenuto Muhammad Ali in seguito alla conversione all’Islam, campione eccentrico e ribelle, “razzialmente identitario”, si vide ritirare la licenza da parte della commissione pugilistica in seguito al rifiuto di prestare il servizio militare nel corso della guerra degli Usa in Vietnam: «Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato “negro“».

“I am the greatest”, non a caso, è la frase che gli organizzatori hanno scelto per pubblicizzare l’evento: “quando si è grandi come lo sono io, è difficile essere modesti”, dichiarò infatti Ali, provocatore, esuberante, tracotante e, soprattutto, velocissimo ed imbattibile sul ring grazie ad un gioco di gambe che lo rendeva simile ad un ballerino nonostante la potenza dei suoi quasi cento chili distribuiti su 191 cm di altezza.

Un ring interattivo mostrerà, tra le prime cose, le sue tecniche di allenamento ed il suo modo di boxare. E poi ancora video inediti, fotografie e oltre un centinaio di oggetti tra guantoni, medaglie (compresa quella delle vinta da giovanissimo nel 1960 alle Olimpiadi di Roma) ed altre cose appartenute al campione che oggi, a 74 anni e con un morbo di Parkinson che non gli ha impedito di impegnarsi nella solidarietà, è stato calorosamente invitato dagli organizzatori a voler partecipare all’evento.

Uno degli spazi espositivi, ha spiegato David Miller, uno dei curatori della mostra, sarà dedicato proprio al suo scontro con le autorità nel 1967, quando si rifiutò di combattere contro i Vietcong. Autore di ben quattro libri sul personaggio, Miller confida: “Non sarà un’esperienza museale, vogliamo una mostra dallo sguardo torvo  e che abbai contro le persone allo stesso modo in cui farebbe Ali. Vogliamo, al tempo stesso, far ridere e piangere i visitatori”.

Campione irriverente e fuori dagli schemi, non reagiva al razzismo con vittimismo ma ostentando l’orgoglio delle sue radici, tanto che in un’intervista televisiva [1], al giornalista politicamente corretto che lo incalzava: “non mi dispiacerebbe se mia figlia sposasse un nero: è la società che ci vuole diversi”; lui rispondeva candidamente: Dio ci ha fatto diversi. Ed alle obiezioni dell’intervistatore, replicava con queste parole: “Triste? Non è triste se voglio che mio figlio somigli a me. Sarei triste se perdessi la mia meravigliosa identità. Chi vorrebbe uccidere la propria razza?”

[1] https://www.youtube.com/watch?v=RKV4xxmV-Sc

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Catanzaro, Mattarella inaugura cittadella regionale: il palazzo della casta calabrese

1427366250802.jpg--Domani, 29 gennaio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella la inaugurerà ufficialmente. Ma la storia della nuova sede della giunta regionale calabrese è tutt’altro che semplice. E, come sempre accade con la burocrazia italiana, parte da lontano e desta polemiche. L’ultima ieri, a poche ore dall’arrivo del presidente a Catanzaro, capoluogo calabrese che ospita in località Germaneto l’edificio realizzato secondo il progetto dell’architetto Paolo Portoghesi.

È Sergio Rizzo, questa volta, dalle colonne del Corriere, a riaccendere le critiche ricordando i costi enormi dell’operazione per una cattedrale nel deserto che vanta una superficie di 65 mila metri quadrati. Appena duemila in meno rispetto ai 67.121 della reggia del re Sole”, costruita con “costi triplicati in vent’anni, fino a oltre 160 milioni” e che non impedirà la dismissione dell’attuale sede della Giunta, Palazzo Alemanni, in pieno centro cittadino, che rimarrà aperta come “sede di rappresentanza” (!) e ospiterà gli uffici del Commissario ad acta per la Sanità.

In realtà, le questioni giustamente sollevate dal noto editorialista sono ancor più comprensibili alla luce di un contesto cittadino e regionale in cui la burocrazia attanaglia per intero la realtà sociale e impedisce lo svilupparsi di un’economia regionale vera. Una burocrazia alimentata nel tempo dalla politica e che, in Calabria, conta ad esempio ben 2.141 dipendenti soltanto per la Giunta regionale, inclusi – come ricorda Rizzo – quei 481 trasferiti dalle Province dopo l’entrata in vigore della legge che porta il nome del ministro Graziano Delrio”.

Ma, visto che qualcuno l’ha paragonata ai fasti di Versailles, dovrebbe prima fare i conti con la pessima qualità degli amministratori calabresi e comprendere quanto verosimile possa essere in questo caso il proverbiale modo di dire “cattedrale nel deserto”.

Infatti, a parte l’anonimo grigiore che esprime la struttura nel progetto scelto e realizzato (opinione personale), gli amministratori nel tempo hanno pensato in grande ma ragionato in piccolo ed in modo schizofrenico, collocando alcune importanti strutture cittadine proprio in un’area che, attualmente, è poco abitata, priva di rilevanti aree commerciali e mal connessa con il resto della rete stradale cittadina, contando di farne il centro strategico di un capoluogo dal volto nuovo. Un’idea forse giusta, comunque plausibile, nonostante si possa sospettare degli affari con la compravendita dei terreni in un’area che un tempo fu di “campagna”; un’idea però responsabile indubbiamente della morte del centro storico e dell’asfissia dell’intero complesso cittadino fondato finora su tutt’altre direttrici e con l’unico pregio di dimostrare una minima visione d’insieme, con qualche corretto spunto dal punto di vista dello sviluppo urbano e della mobilità, se non fosse per lo spopolamento cittadino che avrebbe dovuto far ritenere improbabile il previsto ampliamento. E comunque portando avanti il tutto in maniera poco lineare.

Sempre in quest’area, inoltre, è stata collocata l’Università “Magna Graecia” con annesso Policlinico universitario (e la tristemente nota Fondazione Campanella, al centro di altri scandali di livello nazionale), qui dovrebbe spostarsi il principale ospedale della città, qui si trova la nuova stazione ferroviaria di Catanzaro, priva di impiegati, letteralmente teatro di pascolo per le pecore, con pochissime navette che la collegano al centro, in degrado e pericolosamente deserta, inutilizzabile come scalo cittadino principale, mentre a circa 2 km, la stazione di Catanzaro Lido già la sostituisce nei fatti. Collegata quanto meno al centro ed agli altri quartieri della città dalla “Littorina”, tratto ferroviario realizzato in epoca fascista attualmente a gestione pubblica, nucleo principale di quella che dovrà essere la “metropolitana di Catanzaro”, con un costo del biglietto in costante crescita e una frequenza molto bassa di corse durante il giorno.

Il risultato di queste grandi idee sono una stazione nuova ma deserta, inutilizzata, inutilizzabile e già vecchia, una stazione “marinara” collocata in area del tutto degradata che funge “abusivamente” da stazione principale ed una stazione “vecchia” ancora chiusa con annesso tratto ferroviario, nonostante fosse stato già realizzato il collegamento – anch’esso cemento sprecato ed attuale regno del degrado – con quello che avrebbe dovuto essere un grande centro direzionale, i cui lavori hanno quasi raso al suolo una collina prima di esser bloccati da anni di processi e comparse in tribunale da parte di politici e costruttori.

Tutto ciò dopo il sostanziale fallimento dell’altrettanto storica “funicolare”, riproposta ai catanzaresi come soluzione al traffico veicolare dalle periferie alla città e poi finita con l’enorme parcheggio a valle, con splendido panorama con vista rovine Parco Romani (vedi centro direzionale poco sopra), deserto, inutilizzabile, teatro dell’abbandono ed una durata del viaggio che è passata dal minuto e mezzo dell’inaugurazione alle interminabili attese per una partenza e l’angosciante e lenta risalita della collina, con tanto di sosta a metà percorso (dove era stato realizzato un a dir poco sottoutilizzato scalo), per giungere infine sul lato “sud” del corso cittadino a combattere con il pessimo servizio navette di un’azienda per la mobilità da sempre sfruttata solo a fini politici e – notizia di poche ore fa – un corso cittadino che conta ormai un quarto degli spazi commerciali sfitti.

Tutto ciò a pochi passi da una Facoltà di Sociologia aperta da pochi anni in centro al solo scopo, a dir poco assurdo, di bilanciare la fuga dal centro storico.

Per cui perdonatemi se non riesco a trovare scandalosa l’inaugurazione della “Cittadella” regionale – che a quanto pare si chiamerà, con presunzione tutta retorica, “Palazzo degli Itali” – soltanto per i costi, per gli sprechi di spazio, risorse e per il Consiglio regionale ancora a Reggio Calabria, un assurdo residuo di spartizione democristiana ma sempre attuale del potere, che ogni anno ci costa peraltro centinaia e centinaia e centinaia di migliaia di euro di rimborsi (cinque anni fa, ricorda Rizzo, ben 211.842,42 euro soltanto all’ex presidente del Consiglio regionale Giuseppe Bova).

No. A scandalizzarmi quando vedo la nuova costruzione è il volto del potere oligarchico calabrese che esso rappresenta e che ha distrutto la mia città. Che l’ha resa brutta, invivibile, le ha tolto l’anima. Che l’ha spogliata. Vedo i pochi che l’hanno governata da sovrani assoluti, magari dietro le quinte e mi immagino i loro volti. E so che attualmente la mia città, capoluogo di regione, è isolata dal resto della Calabria e dall’Italia. Con uno scalo ferroviario che non la serve direttamente se non per linee secondarie e regionali, posto a 30 km di distanza, con un collegamento pessimo e per lunghi periodi interrotto. Con un grande ateneo, come quello di Rende (Cosenza), che ospita migliaia di studenti catanzaresi ma rimane ancora difficilmente raggiungibile. Con la televisione pubblica che ha sede altrove e si occupa appena dei suoi problemi e se lo fa si preoccupa di non disturbare troppo chi governa. E le periferie sud regalate alla delinquenza rom, i quali, una volta ottenuto gentilmente in omaggio, anni orsono, dai politicanti che mendicavano in cambio voti, il loro fortino fatto di edifici popolari ormai sede di ogni tipo di spaccio, difficilmente accessibili alle forze dell’ordine, hanno agevolmente potuto estendere ad altri rami i loro business.

Vedo i loro volti in quell’immenso edificio. Anzi, in quei 14 edifici di cui è composto. Ed in quei 2.400 metri quadrati di garage vedo i loro scheletri nell’armadio. In quei 46 anni di affitti pagati finora per gli uffici della Regione vedo gli interessi dei privati che si intrecciano al pubblico. E nella capienza esagerata della struttura, che arriva fino a 5.500 persone e non promette niente di buono, ma che ospiterà poco meno di tremila persone, senza che l’attuale sede della giunta, nella stessa città, venga chiusa, e senza che l’Assemblea regionale e i loro staff (120 persone) vengano anch’essi trasferiti qui, magari insieme ai 362 dipendenti dell’assemblea regionale, beh, in questo enorme spreco non posso che continuare a vedere quei volti prendersi gioco di noi.

Ed allora quando leggo che navette gratuite sono previste per condurre mandrie di catanzaresi trionfanti alla corte di Mattarella, a festeggiare con giubilo questo tripudio di inutilità e spreco, falsità e burocrazia; quando penso che persino i dipendenti sono stati invitati in extremis a quello che si presenta come un evidente numero da circo e niente più; quando penso ai 10 anni tra stop e burocrazia, allora ho quasi la sensazione che avrei preferito un bel parco archeologico e lo stop definitivo dei lavori, quando ad inizio cantiere venne ritrovato un insediamento di epoca ellenistica che rallenterà i lavori per due anni. Quelle rovine, dichiarate poi “delocalizzabili” dall’ex presidente della Regione ed ex ministro Agazio Loiero, ideatore della cittadella, quanto meno, non mascheravano dietro un fasto meschino ed ipocrita la decadenza a cui la politica calabrese ha abbandonato il suo territorio con la schizofrenia interessata della sua progettualità.

Inarritu o Zalone? Meglio genuini che snob

the-revenant-trailerDiciamoci la verità, “The Revenant” è un po’ come “La Grande Bellezza”: anche se stavi a morì sulla poltrona, esprimere apprezzamento fa molto intellettuale e la tentazione di farsi passare per la creatura rara e differente che ne ha colto l’essenza è veramente forte.

Ma non sono sufficienti due ore e mezza di noia a fare di un film un capolavoro, come non sono sufficienti mille pagine infuocate a sostituire la concretezza di una rivoluzione.

Per carità, ciascuno è libero di apprezzare ciò che gli pare, tanto più che l’ultima pellicola di Di Caprio non è certo da buttar via. Un duro lavoro di ripresa che ha prodotto grandiosi risultati dal punto di vista scenografico, una cura maniacale per i particolari che ha reso l’opera un esempio di realismo cinematografico e una superlativa capacità d’interpretazione e adattamento dell’attore principale, che potrebbe, a buon diritto, far propria l’agognata statuetta. L’asprezza della natura selvaggia, il contrasto con gli artifici della modernità, l’approccio primordiale col sovrannaturale, l’uomo bianco brutto e cattivo coi nativi americani, l’essere indomabile proprio di un animo forte: per carità, tutto molto vero e ben rappresentato.

Ma ad un film serve altro oltre al realismo documentaristico e ad un bravo attore. Serve originalità. Perché una buona storia, da sola, non significa un buon film. E ciò che manca all’ultima fatica di Inarritu con Di Caprio protagonista, nel quale è tutto fin troppo lineare, è proprio questo. C’è lui, con un’incredibile volontà e gli innumerevoli ostacoli ad una vendetta annunciata. C’è la divinità ma in una dimensione quasi estranea. Ci sono i nativi ma non è la loro civiltà ad essere  protagonista. Ci sono i bianchi, ma anche loro sembrano comparse. E perfino Fitzgerald, l’antagonista, non desta grande interesse poiché, nell’eccessiva cura al realismo, si è del tutto tralasciato di dare maggiore profondità psicologica ai personaggi. Soltanto interminabili e vuoti silenzi. E lui, il protagonista, Hugh Glass, distante quanto basta da impedirci qualsiasi forma di empatia.

E così una “buona” storia è stata sprecata. Mel Gibson col suo “Apocalypto” ha tentato qualcosa di simile. Ma lui ci è riuscito. E lo ha fatto senza annoiare e con maggiore profondità.

Ciò che resta e infastidisce, dunque, non sono i giudizi positivi sul film, che ci possono stare eccome per una pellicola di questa caratura, ma solo quella punta di snobismo di chi, ossessionato evidentemente dai dualismi, ti costringe a scegliere, novello Pilato mediatico, tra Zalone o Di Caprio, come se, a prescindere dalla qualità, una risata abbia meno valore culturale della noia.

E lo snobismo fa sorridere quando il paragone tra due generi del tutto diversi rivela la mediocrità dell’esibizionismo finto-culturale. Ma, certo, fa riflettere sulla sterile critica distruttiva di chi fa dell’intellettualismo una presa di posizione.

Castellitto affranto: “Il successo di Zalone non fa bene al cinema”. Verdone piccato: “Facile fare il pieno se ti proiettano il film ovunque”. Facile. Ma lui perché non ci aveva mai pensato? Forse non è proprio così. Come il “comico” pugliese gli ha giustamente ricordato. Sinistroidi come sempre stranamente allarmati dai gusti del
popolo: “Zalone come i cinepanettoni”.

Tutti a rosicare, ma la verità è che scrivere una bella commedia, far ridere, è molto più difficile che scrivere un film drammatico. E’ un attimo risultare pesanti, volgari, banali o ripetitivi, far calare il gelo in sala. Chi scrive non ha mai gradito i “cinepanettoni”, né le traduzioni cinematografiche di fenomeni social stile “I soliti idioti”, né ha trovato particolarmente gradevole, per fare un altro esempio, l’ironia forzata e senza trama di “Qualunquemente”, nonostante il personaggio funzionasse negli sketch. Ed è questo il punto: Checco Zalone ha creato un personaggio ma non è mai uguale a se stesso nella scrittura comica, non utilizza di continuo un tormentone, non usa volgarità per far ridere, non risponde agli stessi schemi forzandoli all’infinito e scrive film che definire comici sarebbe offensivo; scrive belle commedie.

E se una commedia è capace di toccare temi socialmente e politicamente chiave, facendoti riflettere ed insieme ridere, allora è chiaro che, se proprio dobbiamo scegliere, allora Zalone meglio che “The Revenant” tutta la vita. Senza contare che Zalone, per quanto una certa destra voglia appropriarsene per farne un’icona della satira anticomunista, trova la sua forza esattamente nel non fare una satira schierata, mettendo alla berlina lo snobismo culturale ed il politicamente corretto di sinistra quanto un certo modo di essere furbetti caratteristicamente di “destra”, l’italiano medio con l’idea del posto fisso ed i suoi mille pregiudizi, quanto l’estremismo omologante di sinistra.

Cado dalle nubi“, “Che bella giornata“, “Sole a catinelle” e adesso “Quo vado?” col suo record di incassi. Una volta può essere il caso, due volte può essere culo, ma se alla quarta prova cinematografica non hai perso la freschezza della tua comicità, facendo ridere sempre in maniera diversa, costruendoci sopra storie ancora interessanti ed in modo originale, allora non sarai figo come Di Caprio o chic come Inarritu, non farai film per intellettuali e forse il tuo accento marcatamente e scherzosamente pugliese sarà sempre un troppo popolare per i gusti raffinati di alcuni, ma sostanzialmente hai vinto tu, questo è sicuro.

Per cui, se Luca Medici in arte Checco Zalone riesce a far riflettere pur con lo strumento, immediato ma delicato da maneggiare, della commedia, doppia razione di applausi per lui ed, a questo punto, bocciato Inarritu, che nonostante la noia e il dramma, la raffinatezza e le capacità, ci ha lasciati a bocca asciutta. Come in quei ristoranti straeleganti dove, guardando l’assaggio striminzito di pasta nel piatto, volentieri risponderemmo come Checco: “è cotta, la puoi scolare“.

Zalone, “dopo tanto buio nordico, la luce del Sud”. L’ennesima recensione di “Quo vado?”

quo-vadoZalone è un genio e questa non è una recensione ma un’ode a Luca Pasquale Medici ed alla sua ultima creatura cinematografica, “Quo vado?”. Ma, se fosse una recensione, sicuramente non vi piacerebbe perché la trovereste eccessiva. Perfino se aveste apprezzato il film la trovereste eccessiva, figuriamoci se non vi fosse piaciuto.

Iniziamo dalle cose terra terra: il film fa ridere. E non lo fa grazie a qualche battuta azzeccata e messa lì al punto giusto, non lo fa come un “cinepattone” elargendo scene trash a piene mani ma con una struttura ingegnosa, comica di per sé. Se fosse uno sport, il film di Zalone sarebbe certamente uno sport di squadra e non individuale. Non brilla grazie a piccole o grandi trovate, intuizioni sparse qua e là ma grazie ad uno schema che mantiene l’obiettivo puntato per l’intera durata della pellicola.

Ottantasei minuti in cui ognuno ha l’occasione di ridere di se stesso perché, se quella di Zalone è a tratti satira politica, allora bisogna anche ammettere che è una satira che finalmente non risparmia nessuno.

Da una parte c’è lui, il protagonista, a rappresentare la “burocrazia conservatrice”, la politica da Prima Repubblica che negli uffici ministeriali ci sguazza per sopravvivere, un paese dove il Parlamento chiacchiera e fa le leggi ma alla fine tutto resta com’è, l’ italietta dei mammoni che all’ indipendenza personale preferiscono le comodità, l’idea parassitaria dello Stato sociale che diventa assistenzialismo sfrenato, l’idea del posto fisso apprezzato per la salvaguardia di una sicurezza esistenziale piccolo borghese.

Dall’ altra Valeria, la co-protagonista, colta e progressista, nordica ed aperta al multiculturalismo, che al malaffare ed all’ aggiramento delle norme per interessi privati oppone un fortissimo senso civico e la priorità del bene comune.

Checco non risparmia nessuno, non si schiera da una parte o dall’altra, ma bersaglia tutti mettendo in evidenza le pecche di ciascuno, le assurdità degli eccessi . E predica fondamentalmente una impostazione anti-ideologica che tempera gli estremi, cercando un equilibrio senza giungere al compromesso incoerente.

Simpatico ed originale il modo in cui Zalone ci fa sorridere del legalismo sfrenato e della burocrazia come organizzazione razionale nella definizione sociologica del suo ruolo nella democrazia moderna, quanto del parassitismo social-democristiano da Prima Repubblica. Allo stesso modo in cui ci fa sorridere del multiculturalismo più acceso, che nega la diversità in nome di una omogeneità mascherata e di una eterogeneità nascosta e vissuta con imbarazzo,  tanto quanto degli stereotipi conservatori su uomo e donna, stranieri ed italiani. Prende in giro l’italiano medio quanto il radical chic. Propugna un patriottismo critico in salsa mediterranea, concludendo con un invito di indirizzo esistenziale, che chiude d’un tratto con la satira politica, ritornando idealmente alla scena iniziale del racconto sulla “storia della sua anima“. Ed è così che apre alla vittoria di un terzo modello, che scavalca entrambi gli steccati e non si fonda su un piano orizzontale, ma è ricerca di sé: il valore del rischio e del coraggio contro ogni appiattimento livellante (evitiamo di spoilerare la scena ma in sottofondo suona l’inno nazionale), il dono di sé come superamento dell’individualismo materialista, nella scena conclusiva.

Zalone dixit: dopo tanto buio nordico, la luce del Sud.

“Rimuovete la statua, era un razzista”: Oxford contro Rodhes

La Gran Bretagna guarda in faccia il suo passato imperiale. O almeno ci prova. Con una mostra promossa dal Tate Britain di Londra, uno dei principali centri espositivi del paese, dal titolo Artist & Empire – Facing Britain’s Imperial Past”. “La mostra”, che si concluderà il prossimo 10 aprile, spiegano gli organizzatori, “analizza il modo in cui le storie dell’impero britannico hanno influenzato l’arte del passato e del presente. All’interno dell’esposizione, alcune opere contemporanee suggeriscono, inoltre, che le ramificazioni dell’impero non si sono concluse”. Perché? “Le sue storie di guerra, di conquista e di schiavitù sono difficili e dolorose da trattare, ma la sua eredità è ovunque e riguarda tutti noi”. Molto semplicemente, dunque, perché la storia non si cancella. È parte del presente. Ed ogni censura ha in sé il germe dell’intolleranza politica e della violenza.

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