La Corte dei Conti boccia il sistema idrico calabrese

corte conti calabriaUna bocciatura netta. Questo, in sintesi, il contenuto della relazione sulla gestione delle risorse idriche e dei relativi impianti in Calabria, redatta della Sezione Regionale di Controllo della Corte dei Conti presieduta da  Franco Franceschetti e della quale ha dato lettura ieri il magistrato Quirino Lorelli.

L’assetto normativo per cui l’Autorità di Ambito avrebbe dovuto aggiudicare la gestione del servizio ed i Comuni avrebbero dovuto partecipare alla gestione dell’Autorità, chiarisce la relazione, «non è mai stato applicato e si è determinata, negli anni, una sorta di extraterritorialità dell’intero sistemo legislativo e gestorio delle acque nel territorio della Calabria».

Dubbi anche sulla conformità alla legge statale della legge regionale 34/2010, che nell’art. 47 attribuisce alla Regione le funzioni di Autorità di Ambito, dal momento che la Corte costituzionale «ha escluso ogni competenza residuale regionale in materia di servizi pubblici locali», senza contare che l’articolo in questione «viene a reintrodurre nell’ordinamento un soggetto – l’Autorità d’Ambito – che è stato espressamente cancellato dalla legge dello Stato».

Bocciatura anche per gli Ato i quali, prosegue la relazione, «hanno mostrato, tutti indifferentemente, scarsa attenzione all’evoluzione normativa, quando addirittura hanno dimostrato chiaramente di disconoscerla». Una situazione che l’adunanza pubblica di ieri ha confermato con diversi silenzi imbarazzanti e situazioni tragicomiche. Puntuale la relazione resa invece dal presidente della Provincia di Catanzaro Wanda Ferro, la quale ha inteso chiarire che nessuna legge regionale ha mai trasferito le funzioni alle amministrazioni provinciali e che la Provincia di Catanzaro non ha mai svolto le funzioni di soggetto d’ambito limitandosi «a supportare l’organismo esistente solo sotto il profilo amministrativo-contabile senza risorse a carico della Provincia».

Perdite per l’Ato di Cosenza, nessuna verifica delle infrastrutture da parte dell’Autorità di Ambito dell’Ato di Catanzaro, mancata attuazione delle norme ambientali a Crotone, mancata individuazione del soggetto gestore a Vibo ed, infine, assenza di un proprio bilancio a Reggio Calabria, dove si fa riferimento a quello della Provincia. Per quanto riguarda Sorical, si nota che la partecipazione degli enti locali «è rimasta lettera morta», mentre il capitale è per il 53,55% della Regione e per il 46,5% di Acque Calabria Spa, controllata di Acqua Spa, a sua volta della Siba Spa che, in un intricato gioco di scatole cinesi, è interamente partecipata dalla multinazionale Veolia Water.

Un affidamento, quello a Sorical, che secondo la Corte potrebbe non essere legittimo, tenendo conto che «il sistema legislativo calabrese incentrato ancora sulla L.R. 10/1997 presenta possibili margini di incostituzionalità». Stabile nel triennio 2007-2010 la tariffa applicata, mentre si sarebbe ridotto il margine incassato dai Comuni da destinare alla manutenzione e all’ammodernamento. Un’osservazione a cui Sergio Abramo, presidente della Sorical, ha risposto: «è la Regione che determina i meccanismi tariffari e quella regionale è tra le più basse in Italia».

La Corte, infine, segnala l’anomalia di Comuni, tra cui spicca Cosenza che, pur disponendo di risorse idriche sufficienti, acquistano acqua da Sorical, e di altri quali Reggio, Catanzaro e ancora Cosenza che, pur avendo riscosso il pagamento da parte dei cittadini, hanno maturato un debito crescente nei confronti dell’azienda. La raccomandazione della Corte è quella di provvedere all’adozione «di una legge regionale unitaria ed organica che aggiorni l’intero sistema».

Emmanuel Raffaele, “Calabria Ora”, dicembre 2011

Intervista a Pietrangelo Buttafuoco: “Il Lupo e la Luna”

buttafuoco pietrangeloLaddove Sicilia ed Oriente, terre, popoli e religioni diverse si incontrano, là troviamo Pietrangelo Buttafuoco. In libreria con ‘Il Lupo e la Luna’, il giornalista noto al grande pubblico per la conduzione di diversi programmi su La 7, ripropone stavolta in forma di romanzo temi a lui cari. Temi che venerdì scorso il pubblico di Lamezia Terme ha apprezzato in una gremita libreria Tavella grazie all’iniziativa dell’associazione Settecolori. «Difficile trovare una persona originale come lui – ci confida Fabrizio Falvo, promotore dell’iniziativa – che non fa professioni di fede sulle ragioni di una divisione, ma un lavoro di ricerca di ciò che è comune».

Rimettiamo la questione direttamente all’interessato: «dopo ‘Cabaret Voltaire’ – chiediamo – torna la dialettica tra Oriente e Occidente, cosa cambia?».

«Oriente e Occidente tornano – chiarisce Buttafuoco – ma con una particolare prospettiva: noi siamo il Mediterraneo, il luogo dove si sta realizzando il futuro. Il mondo del domani si dispiegherà intorno a quello che succede nel Mediterraneo. La situazione attuale lo dimostra, con quello che succede in Spagna, in Grecia, in Italia, nel Maghreb e nel Vicino Oriente. Il Mediterraneo è il limes tra Oriente e Occidente, che convivono nel Mediterraneo, perché tutto ciò che siamo noi si rispecchia in tutto ciò che noi pensiamo sia l’Oriente. I pregiudizi e l’ignoranza ci hanno sempre impedito di conoscere la realtà. Pensavamo che i turchi fossero esotici ed ai margini di chissà quale miseria, invece la Turchia è una delle prime potenze mondiali tanto in termini di lavoro, quanto a livello economico e finanziario. È solo l’ignoranza che ci costringe a vivere secondo certi schemi. Il Mediterraneo è l’unica realtà dove convivono, non solo Oriente e Occidente, ma anche Nord e Sud».

«Del resto, secondo René Guénon – rilanciamo – l’Oriente di oggi è nient’altro che l’Occidente di ieri».

«Per seguire la traccia di Guénon – aggiunge – è anche il luogo dove hanno trovato riparo i nostri dei quando sono dovuti fuggire dalla nostra dissoluzione e decadenza».

«Preferisce esprimersi – chiediamo in conclusione – nella forma del saggio o del romanzo come ha fatto questa volta?».

«Il romanzo lo preferisco – risponde – perché ho la necessità di arrivare ad un pubblico sempre più vasto. Certe cose sui giornali non ce le farebbero mai scrivere e soprattutto la politica estera è uno dei capitoli più sottoposti a censura. L’unico modo per raccontare liberamente è il romanzo, la creatività, la fantasia».

Emmanuel Raffaele, “Calabria Ora”, novembre 2011

La gestione dell’acqua, tra Stato e mercato (intervista al prof. Giulio Citroni)

acquaTra stato e mercato nel 2007, Chi governa l’acqua? nel 2008: Giulio Citroni, docente di Politica Comparata e Scienza Politica presso l’Università della Calabria, la Florida State University e l’Università di Firenze, da tempo analizza la questione del servizio idrico.

Abrogazione del decreto Ronchi per difendere l’acqua pubblica: ma dopo la legge Galli lo è ancora?

Nel ‘94 si sono introdotte logiche privatistiche nella gestione ma si era, credo legittimamente, lasciato all’autonomia dei comuni (associati in ATO) la decisione sulle forme aziendali pubbliche, private o miste da adottare. La legge “Comunitaria” Ronchi prevede l’obbligo di ricorso alla gara per l’affidamento a società di capitali o, in alternativa, la vendita di quote non inferiori al 40% delle società pubbliche a soggetti privati. Il referendum propone di abolire tale obbligo (e non, come dicono gli spot RAI, di abolire la possibilità di ricorso al privato): come segnala la Corte Costituzionale (sentenza 24/2009) un simile obbligo non trova alcuna giustificazione nell’ordinamento comunitario.

Cosa significherebbe abrogare il decreto Ronchi?

Innanzitutto chiarire che, dopo quindici anni di sperimentazione, tentativi di in house, società miste, gare ecc. non  si è scoperto – come sembra presupporre il decreto – che le gare sono il modo migliore di operare e non è quindi giunto il momento di vietare le altre forme di gestione.

Difficoltà nell’implementazione della legge Galli: cosa si è sbagliato?

L’implementazione prevista era molto complessa: ha dato avvio a una sperimentazione non ancora terminata, che forse avrebbe bisogno di incentivi, partecipazione e controllo/valutazione, più che di interventi drastici come l’obbligo di un ricorso generalizzato alle gare e alle privatizzazioni.

Pochi partecipanti nelle gare per la scelta del socio privato e la decisione sulla gestione è ancora politica. Il mercato ha già fallito?

Di regole e controlli nelle gare si parla da anni ma su questo nessun governo è intervenuto efficacemente. Qualcosa è emerso dai lavori dell’Antitrust, che nel 2007 condannò ACEA e SUEZ per comportamento collusivo nelle gare per l’acqua toscana.  A questo proposito si deve ricordare il secondo quesito sulla tariffa del servizio idrico: esso va direttamente a colpire il “mercato per decreto” tipico di molte privatizzazioni italiane, dove “il privato porta i capitali”, salvo poi farne pagare il costo al cittadino in bolletta.

Acqua pubblica: la gestione diretta è ormai improponibile?

E’ chiaro che il pubblico non intende costruire tubi e contatori: un ruolo del privato permarrà quanto meno nel ruolo di fornitore. Di qui, ad affidare al privato la definizione delle strategie aziendali complessive, ci corre molta distanza.

Costi socializzati e profitti privatizzati?

I costi certamente sono socializzati ed è naturale che sia così. Forse si dovrebbe anche riaprire la possibilità che gli investimenti sulle reti siano da finanziare con tassazione progressiva e non con una tariffa imposta su un consumo sostanzialmente rigido. I profitti, se ci sono, sono di chi gestisce.

In conclusione, quale ritiene sia la ricetta migliore?

In Europa le soluzioni sono diverse: la Francia, ad esempio, ha sempre affidato la gestione ai privati e ha dovuto correre ai ripari negli ultimi vent’anni per rimediare a corruzione, inefficienze, e opacità di un oligopolio privato che schiacciava i comuni. I casi esaminati dimostrano che contano il controllo, la valutazione, la partecipazione, oltre ovviamente alla capacità dei governanti.

Emmanuel Raffaele, “Calabria Ora”, giugno 2011

Sfogliando “Riprendersi tutto – Le parole di CasaPound: 40 concetti per una rivoluzione in atto”

RosaCerto è difficile parlare di questo libro senza fare riferimento a CasaPound.

Errore ancor più grave sarebbe, però, ridurne per questa ragione la portata, limitandosi a considerarlo un testo di interesse esclusivamente «militante». Del resto, lo stesso autore, Adriano Scianca, nell’introdurlo spiega: «è una cronaca raccontata su un doppio binario, perché parte da un’ottica tanto descrittiva che normativa».

Dunque, è si descrizione di ciò che è CasaPound in quanto movimento ma è, forse prima ancora, rivisitazione di quel complesso sistema di idee e spesso luoghi comuni che è ed è stato il neofascismo italiano, definizione dalla quale infatti ci si svincola dichiaratamente, bollando come «terminali» la maggior parte delle esperienze caratterizzate da questa impronta.

Ed è indubbiamente questa la ragione per cui «Riprendersi tutto – Le parole di CasaPound: quaranta concetti per una rivoluzione in atto» ha una sua propria valenza culturale che la rende un’opera fondante, che rifugge il ghetto proponendosi con successo innanzitutto questo: il coraggio di proseguire nel tracciare un solco.

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Giudizi insindacabili: la Corte europea contro gli Stati

corte_europea_di_giustiziaPrima che la sua assoluta mancanza di discrezione e cautela rendessero a Berlusconi impossibile politicamente difendersi dai giudici, pezzi come questi sarebbero suonati quasi filo-berlusconiani, tesi a dimostrare l’enorme influenza politica dei giudici.

In realtà, il giudizio (e pregiudizio) del magistrato che inquisisce o che emette una sentenza, la sua interpretazione dei fatti, che si combina con l’interpretazione della norma (tanto ampia, quanto più la disposizione che ne viene fuori risulta sgradita al giudice di turno) e della volontà del Legislatore, è quanto di più scontato possa esistere. Ed oggi che Berlusconi è caduto e che al governo c’è Monti, ovvero l’uomo gradito all’Europa, nonché non votato da nessuno se non dall’Europa stessa, un pezzo del genere può benissimo fare a meno di secondi fini e limitarsi ad indirizzare la sua morale nei confronti dell’Ue e del suo funzionamento.

Anche Berlusconi del resto passa, mentre l’Europa, a quanto pare, invece, resta, a dispetto dell’Euro, delle divisioni interne ed anche della sua nullità politica. Il progetto, del resto, storicamente imposto dagli Usa all’Europa in cambio dei fondi ricevuti con il Piano Marshall, è da sempre caro agli ambienti che hanno imposto al mondo ed al nostro continente il Libero Mercato Globale, che non hanno certo intenzione di mollare tutto ora, per qualche difetto di progettazione della moneta unica.

Chi vuole l’Europa del Mercato non ha certo fretta, lo ha sempre dimostrato. Agisce con pazienza ed incredibile costanza ed ha intelligentemente bypassato ogni progetto immediatamente federalista, per abbracciare visioni più furbescamente funzionaliste, portando ad una federazione di fatto, senza che nessuno (si legga, il popolo) se ne accorgesse. Non prima di essere assuefatto alle due parole magiche: Europa unita. Anche a costo di perdere decenni, pur di mettere al sicuro il risultato, impedendo che la cosa diventasse un boccone politico troppo grande da digerire.

Cessioni parziali della sovranità. Cessioni a volte impercettibili, spesso imposte senza neanche il bisogno di coinvolgere i governi nazionali. Ed in questo, la Corte di Giustizia Europea ha fatto bene il suo lavoro, risultando decisiva nel fare dell’Europa un super-Stato senza che nessuno si rendesse pienamente conto del come.

«Per descrivere e spiegare la costituzionalizzazione dei Trattati, e l’integrazione legale dell’Europa, è necessario partire dalla Cge (Corte di Giustizia Europea, ndr), l’attore che, inizialmente in solitudine, ha letteralmente inventato e dato vita ai processi che qui si intende analizzare». Un attore, insomma, che Giorgio Giraudi, docente di Analisi delle Politiche Pubbliche presso l’Università della Calabria, nel suo «Ripensare l’Europa», supportato da autorevole dottrina, definisce a dir poco essenziale nella definizione della direzione del processo di integrazione legale europeo.

Un ruolo che, a partire dal Trattato di Roma, acquista rilevanza in relazione all’art. 177 (poi divenuto 234) che definiva il potere della Corte di interpretare i trattati su richiesta delle corti nazionali. È a partire da lì, infatti, che la Corte riesce a creare la supremazia del diritto europeo su quello nazionale, mentre «i trattati non specificavano, volutamente, quale norma dovesse prevalere nel caso in cui il diritto comunitario venisse a trovarsi in conflitto con una norma nazionale».

Il primo passo in tal senso avviene nel 1963, quado alla Corte tocca pronunciarsi sul caso Van Gend ed Loos: «l’articolo 12 del Trattato Cee», ci spiega ancora Giraudi, «proibiva agli stati membri di aumentare le tasse di importazione oltre i limiti fissati per il commercio intracomunitario». Ebbene, un importatore olandese sosteneva che il suo Paese violasse gli obblighi Cee, avendo fissato all’8 per cento una tassa di importazione che all’entrata in vigore dei trattati era al 3 per cento. «In sostanza», prosegue Giraudi, «si trattava di esprimersi sulla questione se i trattati, per diventare vincolanti e operativi, dovessero essere recepiti ad un atto normativo nazionale, come è il caso di tutti gli accordi internazionali».

La Corte, in breve, esplicitò l’esistenza di un «nuovo ordine legale internazionale» e chiarì, in pratica, che le norme europee non avevano bisogno di essere recepite, essendo direttamente applicabili ai cittadini, soggetti dei trattati come gli Stati membri.

La logica internazionalista era per sempre superata. Senza che i popoli ne sapessero nulla, l’Europa era diventata il nuovo padrone e la Corte di Giustizia la spada (ancora spuntata dall’impossibilità di infliggere sanzioni) usata per attaccare a morte la sovranità nazionale.

Una decisione, fa notare il testo, che in effetti riecheggia la sentenza del 1803 della Corte Suprema Statunitense, che ugualmente decretava proprio l’esistenza di un «nuovo ordine legale» negli Usa.

È con la sentenza relativa al caso 106/77 Simmenthal, però, che il passaggio è completato e la supremazia del diritto comunitario diventa dottrina a tutti gli effetti. Se finora ci si era limitati a stabilire la superiorità delle norme contenute nei trattati, la conclusione di questo caso portò infatti ad uno step successivo e si che chiarì definitivamente la supremazia di ogni fonte comunitaria rispetto alle norme nazionali, che diventavano inapplicabili se incompatibili con quelle europee.

Una questione che, negli anni, ovviamente non è passata inosservata alla Corte costituzionale italiana e tedesca.

Per riaffermare il principio della natura internazionalista del diritto comunitario, infatti, la Corte italiana ha per lungo tempo sostenuto una tesi che, seppur sostanzialmente poco incisiva, giuridicamente risultava fondamentale. In breve, la Corte sosteneva che la mancata applicazione di una norma contenuta nei trattati costituisse una violazione da parte dello Stato italiano, ma solo in quanto violazione dell’art. 11 della Costituzione: «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni».

Mentre la Corte costituzionale tedesca ha sfidato la Corte di Giustizia europea in maniera ancor più dura, pretendendo di tenere per sé il compito di valutare la compatibilità delle norme comunitarie con i diritti fondamentali della costituzione tedesca e valutando eventuali eccessi di potere delle istituzioni comunitarie nell’applicazione dei trattati. Tutto ciò, provocando naturalmente la pronta reazione della Corte europea.

Dunque, se il deficit democratico dell’Europa è cosa nota, le vicende legate alla Corte europea chiariscono ancora di più quanto il processo di integrazione sia stato oltre ogni immaginazione antidemocratico, frutto dell’imposizione non solo dei governanti, ma di pochissimi tecnocrati e giudici (l’accostamento non è, non può essere casuale) senza (amor di) patria.

Uno sdegno, dunque, che può solo esplodere in un rifiuto ancor più netto di quest’Europa che, ancora oggi, in virtù degli errori del passato, decide del nostro destino.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, febbraio 2012

Anatocismo, la politica salva le banche

fallimento-bancheIn principio l’interesse sul prestito era moralmente illecito, vietato dal diritto canonico e deprecato dai più. Poi, le necessità dell’economia hanno avuto la meglio e l’interesse è divenuto prassi. Del resto, già nell’antica Roma era molto diffuso, soprattutto tra i senatori che disponevano di grandi risorse. Così, progressivamente, anche il diritto canonico si è adeguato distinguendo il prestito dall’usura.

Una situazione diversa da quella islamica, laddove il prestito ad interesse è ancora oggi vietato dal diritto religioso, in ogni caso non sempre e non integralmente applicato dai Paesi mussulmani che, anzi, in materia economica sembrano essersi ben adattati all’Occidente. Da qui il fenomeno crescente delle banche islamiche, laddove il tasso di interesse è sostituito dal tasso di profitto derivante dalla partecipazione agli investimenti ed il gioco è fatto.

Ma le banche islamiche non cancellano un carattere tipico dell’Islam: seppur la teoria non venga mai discussa, spesso si ricorre invece ad espedienti per aggirare le norme scomode. È il caso, ad esempio della mukhatara, finalizzata proprio a superare il divieto di prestito ad interesse e consistente nell’acquisto di un bene da un altro soggetto, che poi lo ricomprerà ad una cifra maggiorata in un momento successivo e prefissato, ciò che di fatto rappresenta la garanzia del prestito. Un sistema che, evidentemente, ha poco da invidiare al burocratese della nostra politica e delle nostre banche.

Ma se il sistema islamico conserva almeno il pudore, in Occidente le banche praticano ormai l’usura legalizzata e quella di cui parliamo oggi è una pratica che, seppur giuridicamente differente dall’usura, ne conserva intatta la sgradevolezza e la bassezza morale. Ci stiamo ovviamente riferendo all’anatocismo che, per chiarire, è l’applicazione di interessi sugli interessi.

In breve, consiste nel ricalcolo, solitamente trimestrale, degli interessi venuti a sorgere in seguito alla capitalizzazione di quelli già maturati e non ancora riscossi, una pratica che, al contrario dell’usura, non ha rilevanza penale. La questione, infatti, è regolata dall’art 1283 c.c. che recita: «in mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti per almeno sei mesi». Nonostante questo, fino al 2000, le banche hanno praticato l’anatocismo anche in forme contrarie al codice, certe evidentemente della loro intoccabilità.

È il 9 febbraio 2000 che la situazione muta, quando il Comitato Interministeriale Credito e Risparmio stabilisce che siano le parti a rideterminare la periodicità degli interessi, con la precisazione che gli interessi anatocistici venissero calcolati sia per crediti che per debiti. La norma, volta a riequilibrare la giungla che si era venuta a creare a svantaggio dei correntisti, determina l’apertura di numerosissime cause di risarcimento dei clienti nei confronti delle banche.

Il 2 dicembre 2010, inoltre, interviene la sentenza n. 24418 della Corte di Cassazione, volta a fornire un’interpretazione dell’art. 2935 c.c.: «La prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere». La Cassazione chiarisce: soltanto per le rimesse solutorie il termine della prescrizione decorre dalla singola annotazione, per le altre il termine decennale per richiedere la restituzione decorre dalla chiusura del conto. Una sentenza interpretativa favorevole ai correntisti, che però ha messo in difficoltà giuristi e tecnici. Una delibera che partiva da un punto fermo: versamenti e prelievi non costituiscono rapporti singoli ma variazioni di un unico rapporto unico. In sostanza, la Corte chiariva che soltanto il saldo finale, allorché risultasse sottratto l’importo corrispondente agli interessi non dovuti, avrebbe potuto essere considerato come pagamento. Così facendo si dava ai correntisti la possibilità di superare il limite dovuto alla prescrizione, dal momento che la questione, vista la sentenza del Cicr, era relativa ai contratti stipulati prima del 30 giugno 2000.

A questo punto giunge il decreto c.d. Milleproroghe, ddl n.225 del 2010 convertito nella legge 10 del 26 febbraio 2011 che, al comma 61 dell’art. 2 recita: «in ordine alle operazioni bancarie regolate in conto corrente l’articolo 2935 del codice civile si interpreta nel senso che la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall’annotazione in conto inizia a decorrere dal giorno dell’annotazione stessa. In ogni caso non si fa luogo alla restituzione degli importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto». Un comma inserito per fare chiarezza sulla vicenda ma che ha scatenato le polemiche.

Da una parte, infatti, c’è chi sostiene che, di fatto, la norma non cambierebbe nulla; dall’altra c’è chi denuncia la norma come ‘salva-banche’. Un contratto nullo, qual è quello che produce interessi anatocistici, non genera obbligazioni valide, sostengono alcuni. La maggioranza dei giuristi però è dell’opinione opposta: la norma non soltanto impedirebbe l’apertura di ulteriori controversie in merito e la fine dei risarcimenti a vantaggio dei correntisti, ma comporterebbe anche il rigetto delle domande già presentate. Il fatto che i correntisti non debbano restituire quanto già ricevuto dalle banche, del resto, non può apparire che come una ovvietà.

Che la norma sia stata scritta male, dunque, è probabile; che questa abbia avuto come fine esplicito quello di tutelare le banche a svantaggio dei correntisti è, invece, certo. Una situazione che anche il contestatissimo on. Domenico Scilipoti ha lamentato: «tra le file della maggioranza viene fatto notare come Pd, Udc e Fli si siano schierati con le lobbies delle banche contro gli interessi delle famiglie e delle imprese», ha spiegato in una nota.

La norma, del resto, non si è limitata a far discutere. Da subito, infatti, è stata addirittura messa in dubbio la sua applicabilità, tanto che il Tribunale di Brindisi ha rimesso la questione alla Corte Costituzionale con l’ordinanza n. 145 del 2011.. I dubbi nascerebbero dal contrasto col principio che impedisce ingiustificate disparità di trattamento e, soprattutto, dal fatto che la norma interpretativa sarebbe successiva all’anzidetta pronuncia della Cassazione, che aveva già interpretato la norma.

La parola, dunque, alla Corte costituzionale, che comunque non si dovrebbe pronunciare prima di fine anno, cosa che non potrà che scoraggiare ulteriormente i correntisti ancora speranzosi, lasciandoli in balìa degli istituti di credito che, nella crisi globale, continuano ad essere gli unici tutelati dallo stato.

Come ormai si usa dire: sopra la banca la patria campa, sotto la banca la patria crepa.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, agosto-settembre 2011

“Estorsori” delle tasse: che fine ha fatto Robin Hood?

equi_card_2Marcello Veneziani, su ‘Il Giornale’ dello scorso 30 giugno, ci scherzava su. Ma è rimasto tra i pochi in Italia. In maniera via via più rumorosa, infatti, Equitalia, l’azienda a capitale interamente pubblico le cui partecipazioni sono suddivise tra Inps ed Agenzia delle entrate, è balzata nell’ultimo periodo agli onori delle cronache divenendo ormai un caso. Che non sia per niente uno scherzo, del resto, anche Veneziani lo sa benissimo: «tre milioni di italiani si sentono perseguitati da Equitalia», spiega raccontando la sua esperienza fatta di ipoteche inesistenti ed «interessi da strozzino». Una testimonianza d’eccezione ma simile a quelle che segnala Federcontribuenti: conti bancari bloccati, macchine in fermo amministrativo senza preavviso, case vendute all’asta e tasse sui rifiuti che spuntano dopo anni, quando ormai i documenti che provano i pagamenti sono stati ormai, legittimamente, cestinati. Denunce dello stesso tono di quelle provenienti dall’Unione Nazionale Consumatori: «contribuenti che sono costretti ad indebitarsi per sanare contributi in moltissimi casi non dovuti», afferma Saverio Cuoco, presidente nazionale.

È dello scorso 18 giugno, peraltro, l’ultima iniziativa contro Equitalia: una manifestazione organizzata a Roma da Federcons, che precede di poco quella promossa da Unait, che riunisce le sigle Cicas per il sud, Confazienda per il centro e Confimpresa per il nord, una iniziativa che si propone di raccogliere 100.000 firme «per dire no a Strozzitalia». Un vero e proprio bilancio di guerra secondo cittadini ed imprese, un successo secondo Attilio Befera, patron di Equitalia, novello sceriffo di Nottingham che, nel 2007 dei record, già sfoggiava sorrisi a trentadue denti per i risultati ottenuti contro l’evasione fiscale.

Sulle lamentele circa le numerosissime falle del sistema, invece, lo schema è il solito scarica barile: «molti problemi relativi ai fermi amministrativi arrivano dai Comuni che, di fronte all’efficienza di Equitalia, non si sono adeguati». Una verità parziale condivisa da Tremonti: «c’è un eccesso di applicazione delle ganasce fiscali, ma sono forme di esecuzione fatte per conto dei Comuni per le quali poi la colpa ricade sullo Stato».

Se così fosse, dunque, da gennaio, ogni problema sarebbe risolto, in caso di approvazione definitiva, prevista per il 12 luglio, del testo del maxi-emendamento c.d. decreto sviluppo, già approvato in Commissione finanze e bilancio e poi dai 316 deputati della Camera, contenente due emendamenti presentati da Maurizio Fugatti della Lega e Giuseppe Mariniello del Pdl. In base a questi, infatti, da gennaio 2012, Equitalia non effettuerebbe più riscossioni per conto dei Comuni.

Le novità, in ogni caso, non si fermano qua, dal momento che Equitalia sarà costretta ad inviare due solleciti di pagamento prima di ricorrere alle ganasce fiscali per debiti superiori ai duemila euro, non potrà ipotecare la prima casa e, soprattutto, la sospensione del pagamento in seguito ad accertamento coattivo aumenta nella durata, passando dagli attuali due mesi ad un termine massimo di sei mesi.

giorgio ventura«Una misura insufficiente», secondo Giorgio Ventura, presidente nazionale Cicas, Confederazione Imprenditori Commercianti Turismo Servizi, con sede a Roma, direzione generale a Catanzaro e strutture aderenti in tutta Italia. Lo abbiamo incontrato all’indomani dell’incontro tenutosi a Napoli sul tema ‘Micro e piccole imprese: quale futuro?’, che ha visto la partecipazione dell’on. Paolo Russo, presidente della Commissione Agricoltura della Camera, ed abbiamo avuto così occasione di fargli qualche domanda. Nel dibattito, infatti, non è mancato un passaggio proprio su Equitalia.

Cosa pensa delle novità in vista, come l’innalzamento del termine di esecutività degli accertamenti a 180 giorni?

«Le misure in discussione vanno nella direzione giusta, ma il termine giusto, da noi proposto, è di almeno 365 giorni».

Qual è il rapporto tra imprese ed Equitalia?

«Oggi, purtroppo, la riscossione del debito nei confronti delle imprese segue logiche poliziesche, repressive ed inquisitorie. Si parte dal presupposto che ogni contribuente sia un evasore, lasciando a quest’ultimo l’onere di provare il contrario».

Rispetto a quelle di grandi dimensioni, le piccole imprese soffrono di più?

«Certo, se non altro perché l’attenzione di Equitalia è oggi concentrata proprio sulle micro-imprese e sui professionisti, nella convinzione che i redditi dichiarati siano troppo bassi. Un intenzione annunciata lo scorso anno proprio da Befera mentre nessuno sembra accorgersi che ‘il popolo delle partite Iva’ ha, per questo motivo, voltato le spalle a questo governo».

Cos’è che non va nel sistema?

«Senza dubbio i budget di riscossione, premi eccessivamente allettanti, che incentivano l’atteggiamento persecutorio».

Il punto principale sembrerebbe essere questo. La questione, in effetti, era stata segnalata già nel 2009 dall’Ordine dei commercialisti ed esperti contabili quando, in un convegno a Milano, un intervento di Giampiero  Guarnerio chiariva il motivo delle vessazioni subite dai contribuenti: «ci siamo più volte confrontati con comportamenti degli organi deputati al controllo dei contribuenti, che paiono motivati dalla rincorsa del gettito per l’erario, più che al perseguimento della giustizia tributaria», illustrava Guarnerio. Una ‘macchinosa efficienza’ sostenuta dai bonus, un sistema che porta un’inevitabile inflessibilità e rigidità, quando non l’errore. Del resto, intorno ai tremila euro pro-capite si aggiravano i primi ‘premi-produzione’.

«La prevenzione resta un concetto vago nelle linee guida dell’agenzia, tanto che non viene né definita né misurata. La prevenzione viene addirittura disincentivata: non esistono premi per gli uffici nel cui ambito territoriale l’evasione fiscale si riduce, anzi: una elevata evasione fiscale assurge a condizione necessaria per il successo», continuava il commercialista milanese, ricordando l’art. 97 della Costituzione il quale chiarisce che l’azione della pubblica amministrazione deve essere improntata all’imparzialità ed al buon andamento. È imparziale un operatore con un tale conflitto di interessi? A noi pare di no. Soprattutto se manca, come notava Guarnerio, «un adeguato bilanciamento di penalità a carico della Amministrazione finanziaria in caso di accertamento errato».

Una disparità di trattamento inaccettabile, dunque, evidente laddove l’amministrazione statale rivela la sua incredibile lentezza quando, invece, c’è da liquidare i propri fornitori. La guerra d’indipendenza americana è iniziata da una questione fiscale, chissà che qualche cittadino non cominci almeno a svegliarsi. Per il momento, oltre alla bocciatura della proposta Udc volta a ridurre gli interessi sulle sanzioni, restano le cause civili che, secondo alcuni avvocati, al 70 per cento sarebbero indirizzate contro Equitalia.

Se non è guerra, poco ci manca.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, agosto-settembre 2011]

Limiti delle intercettazioni come strumento d’indagine

IMG_1959Un approfondimento quanto mai attuale, fornito in maniera per nulla banale, ed a tratti anticonformista, dall’Associazione Italiana Giovani Avvocati che, presso la Sala delle Culture della Provincia di Catanzaro, nel pomeriggio di ieri ha presentato il convegno “Intercettazioni: tecniche ed inutilizzabilità. Orientamenti giurisprudenziali”, moderata dal presidente dell’AIGA catanzarese, Antonello Talerico. Una panoramica su di uno strumento d’indagine quanto mai discusso, offerta per una volta senza la pressione del pregiudizio politico e da chi il cittadino ha il dovere di difenderlo e non il compito, pur arduo, di giudicarlo.

E troverebbero certamente molto da ridire gli strenui sostenitori delle intercettazioni, garantisti ad intermittenza, nell’ascoltare alcuni dubbi avanzati non tanto sulle intercettazioni in sé, quanto sulle modalità di utilizzo affermatesi. E’ il prof. Luciano Romito, associato di Fonetica generale presso l’Unical, a dare le prime scosse alla platea accorsa e composta soprattutto da giovani avvocati: «la trascrizione non è la realtà ma una sua rappresentazione», affermazione dal tono indubbiamente filosofico ma dalle conseguenze del tutto pratiche. «La Cassazione definisce la trascrizione delle intercettazioni come una riproduzione fedele in segni grafici del loro contenuto, ma la voce è più di una sequenza di suoni riproducibili graficamente. Essa è intrinsecamente complessa ed il suo significato va al di là di quello lessicale», chiarisce Romito.

In sintesi, trascrivere un’intercettazione non è un’operazione meccanica, l’ascoltatore, anzi, «deve percepire, capire, interpretare, dedurre e inventare. Per lo stesso motivo l’ascolto fatto in aula può essere fuorviante, avendo già a disposizione la trascrizione ed una precisa chiave di lettura». Dalle parole ai fatti, perché il professore propone un esperimento d’ascolto, una dimostrazione, in tre fasi. Nel primo ascolto, confuso, dalla platea nessuno coglie nulla; nella seconda, dopo il suggerimento di Romito, tutti colgono la frase proposta come veritiera; nel terzo ascolto, più chiaro, infine, ecco dimostrata l’illusione acustica: la frase reale è in arabo e quella suggerita era stata trasformata automaticamente dal nostro cervello in quella proposta.

Gli interventi si occupano poi del concetto delicato della segretezza e della riservatezza. Protagonisti, in questo caso, sono Salvatore Staiano, avvocato penalista, e Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto a Catanzaro. Accanto a loro Giuseppe Perri e Pietro Scuteri, entrambi giudici presso il Tribunale del Riesame di Catanzaro, che hanno trattato questioni più strettamente normative, relative alla trasmissione degli atti intercettivi.

Emmanuel Raffaele, “Calabria Ora”, maggio 2011

Calabria, propaganda sulla crisi

lavoro neroI toni inopportunamente trionfalistici non mancano mai. Il nuovo governo Monti si è insediato ed ha subito sfatato due luoghi comuni: Berlusconi ha provocato la crisi, il governo tecnico è la soluzione. Per il 2012 l’Ocse prevede la recessione, mentre anche Francia e Germania traballano. È in questo contesto che Benedetto Di Iacovo, presidente della Commissione per l’emersione del lavoro non regolare in Calabria, ha affermato: «l’andamento dell’economia calabrese nel 2011 fa ben sperare anche per 2012».

Per carità, i dati sul lavoro nero sono rassicuranti (circa 7.000 unità emerse nel 2010), ma da qui a dire che la Calabria va in controtendenza ce ne vuole. E precisamente nel mezzo passano i dati che lo scorso 18 novembre – sfortunatamente per lui, qualche giorno prima delle parole di Di Iacovo – sono stati presentati presso la filiale catanzarese della Banca d’Italia. Dati tutt’altro che incoraggianti sulla situazione registrata nei primi sei mesi del 2011.

Tanto per cominciare, la disoccupazione è risalita. Nei primi sei mesi era al 12,9%. Nel primo trimestre era addirittura al 13,8%. Mentre nel 2009 eravamo all’11,3%. Il tasso di attività e quello di occupazione sono ai livelli minimi dal 2004 (47,3% e 41,2%). Sono cresciute, al contrario di quanto avvenuto a livello nazionale, le ore di cassa integrazione e ciò a causa dei necessari interventi straordinari. In crisi quasi tutti i settori e qualche speranza (queste si probabilmente congiunturali) da esportazioni e turisti stranieri. La situazione insomma non è delle più semplici.

Basti pensare che, secondo l’ultimo censimento dell’agricoltura, le aziende agricole calabresi, terze per numero in Italia, sono passate dalle 174.693 unità del 2000 alle 137.699 del 2010. Quasi 37.000 aziende perse in dieci anni, senza che, come altrove, vi sia stata in compenso un’espansione dimensionale di quelle esistenti. Anzi, sia la Superfice Agricola Totale (SAU) che la Superficie Agricola Utilizzata (SAT) risultano diminuite. Se prima le aziende agricole erano l’8,4% di quelle italiane, ora sono il 7,26%. Non è dunque solo una questione di settore generalmente in crisi. Se si guarda al più fruttuoso settore zootecnico, infatti, solo il 7,2% delle aziende agricole calabresi lo pratica, al contrario di quelle lombarde, dove la percentuale è al 39,7%.

Altro che questione settoriale, del tutto fuori tempo con la crisi finanziaria in corso. Lo stesso settore industriale, d’altronde, esprime una situazione sconfortante. Dando uno sguardo al rapporto sull’economia italiana redatto dalla Banca d’Italia nel novembre 2011, infatti, si scopre che la Calabria non è dotata neanche di un distretto industriale classificabile come tale. Al contrario della Puglia, ad esempio, che ne ha 8, della Sicilia, che ne conta 2, della Campania, che ne conta addirittura 6 e persino della Basilicata (1). In gioco, dunque, non ci sono solo dati di breve periodo.

E come sempre i toni trionfalistici lasciano il tempo che trovano.

Emmanuel Raffaele, “Universo Parallelo”, gennaio 2012

«Copyright» sulla fame: i rischi delle coltivazioni Ogm

1 ogmSecondo il Consiglio di Stato (delibera del 19 gennaio dello scorso anno) il mais Ogm può essere coltivato senza bisogno di attendere altre norme. Il governo, però, attraverso il ministro Zaia, riferiva poco dopo di poter ostacolare la sentenza dal momento che «il procedimento in questione è connesso a un iter normato dal decreto legislativo 212/2001 che stabilisce il previo parere di una Commissione tecnica la quale, non avendo a disposizione le prescrizioni tecniche sulla modalità di coltivazione delle colture Ogm ancora in corso di definizione, difficilmente esprimerà un parere positivo». Ma qual è il regolamento in proposito? Il Protocollo di Cartagena, strumento internazionale volto a tutelare i paesi dai rischi delle colture Ogm, non ne vieta la coltivazione ma stabilisce precise misure di prevenzione che ogni paese importatore può adottare per limitarle o impedirle

Gli Ogm, infatti, sono Organismi Geneticamente Modificati, potenzialmente del tutto identici in apparenza rispetto ai normali prodotti biologici. La differenza è che, attraverso particolari tecniche di ingegneria genetica, a questi organismi (prodotti alimentari, ma anche organismi animali!) vengono ‘passati’ geni di altri organismi, vegetali o animali, per risolvere alcuni inconvenienti: difendere i prodotti dal freddo, dai batteri, dai parassiti, dagli erbicidi, ma anche per permettere la coltura di alcuni prodotti in terreni dove non sarebbe possibile farlo, come nei deserti o in terreni troppo ricchi di sale. E’ su questi punti che battono i sostenitori degli Ogm, presentandoli come la soluzione al problema della fame nel mondo e, magari, della desertificazione, mentre gli oppositori, di destra e sinistra, passano ormai per nostalgici dell’aratro a buoi!

Teniamo però presenti alcuni fattori: innanzitutto gli Ogm possono essere brevettati. Le sementi utili a far crescere tali prodotti hanno infatti una sorta di copyright, per cui la riproduzione è vietata ed i contadini devono comprare i semi ogni anno. Non possono essere riutilizzati per il nuovo raccolto come con le colture normali. Ma c’è di più: «dal 2007 la Monsanto, insieme al governo Usa, ha brevettato su scala mondiale sementi «Terminator», ossia che commettono suicidio dopo il raccolto: una scoperta che chiamano, senza scrupoli, «Genetic Use Restriction Technology», ossia volta a ridurre l’uso di sementi non brevettate. La estensione di sementi geneticamente modificate – ossia di cloni con identico corredo genetico – è ovviamente un pericolo incombente per le bocche umane: una malattia distrugge tutti i cloni, ed è la carestia». Questo è quanto, nelle parole del giornalista Maurizio Blondet.

Ma ancora più immediato è il pericolo che la produzione agricola sia concentrata nelle mani di poche aziende. Stando al 2008, infatti, il 49% di questi brevetti appartenevano a due sole società: Monsanto e Basf, due ditte che insieme a poche altre si «affannano a brevettare praticamente tutte le varietà naturali». La Monsanto è la stessa multinazionale che ha commercializzato il Posillac, prodotto pensato per far produrre più latte alle mucche ma che si rivelò ben presto tossico e dannoso sia per gli animali che per l’uomo. Allo stesso modo produsse gli erbicidi (Agente Arancio) che l’esercito statunitense usò durante la guerra in Vietnam, provocando 50.000 casi di difetti congeniti e centinaia di migliaia di casi di cancro. Ma non sono soltanto i brevetti a farci dubitare. Il punto, infatti, è prima di tutto scientifico. Ancora Blondet spiega che: «nel libro Roulette Genetica, distribuito l’anno scorso ai membri del congresso Usa, Jeffrey M. Smith, l’autore, documenta 65 seri pericoli per la salute dovuti ai prodotti Gm, compresi analoghi danni alla fertilità causati da grano e soia Gm. La prole di topi nutriti con soia Gm mostra un aumento di 5 volte di mortalità, peso inferiore alla nascita, incapacità alla riproduzione. Topolini maschi nutriti con soia Gm mostrano le giovani cellule spermatiche danneggiate. […] Molti agricoltori americani riferiscono di problemi di sterilità o fertilità in maiali e mucche alimentati con diverse qualità di sementi Gm. Negli ultimi due mesi inoltre, degli investigatori hanno documentato, fra i bufali alimentati con semi di cotone Gm in India, problemi di fertilità, aborto, nascite premature ed altri seri problemi sanitari, inclusa la morte».

ogm_topoLa realtà, insomma, è che si sta scherzando col fuoco e che nessuno è veramente cosciente di tutte le conseguenze che, a lungo termine, potrebbero portare le coltivazioni Ogm, tant’è che l’Efsa (European Food Safety Autorithy) è costantemente al lavoro per valutarne l’impatto ambientale. Analoga incertezza la si registra nella valutazione del rischio del consumo di carne derivante da animali nati in seguito a clonazione. In proposito, infatti, l’organismo, istituito in attuazione della direttiva 2001/18/CE ed il cui ruolo è definito dal regolamento n. 1829/2003, afferma: «dai dati osservati è emerso che il benessere sia della madre surrogata che di una quota significativa di cloni risente di effetti dannosi sulla salute. […] si è riscontrato che la salute e il benessere di una proporzione significativa di cloni, principalmente durante il periodo giovanile per i bovini e il periodo perinatale per i suini, sono stati influenzati negativamente, spesso in modo grave e con esito fatale».

Del resto è sempre l’Efsa a spiegare che: «le incertezze nella valutazione del rischio emergono a causa dell’esiguo numero di studi disponibili, delle ridotte dimensioni dei campioni esaminati e, in generale, per l’assenza di un approccio uniforme, che consentirebbe invece di affrontare in modo più soddisfacente tutte le problematiche inerenti al parere». Pochi casi di studio e troppo poco tempo per valutarne correttamente l’impatto. Come nel caso delle coltivazioni Gm dalle quali eravamo partiti. L’impatto da valutare, in questo caso, riguarda un ampio spettro di situazioni connesse, come spiega la stessa Efsa: «la persistenza e l’invasività della pianta Gm, considerando il possibile trasferimento dei geni da pianta a pianta; la probabilità e le conseguenze del trasferimento di geni dalla pianta ai microorganismi; la potenziale evoluzione della resistenza negli organismi bersaglio; i potenziali effetti sugli organismi non bersaglio; i processi biogeochimici come i cambiamenti nella composizione del terreno, nonché il potenziale impatto delle tecniche di coltivazione, gestione e raccolta della piante Gm». All’esame, infine, è anche la verifica dell’allergenicità delle colture Ogm, verifica che va fatta caso per caso, dal momento che «non esiste un singolo test per valutare l’allergenicità di un alimento o mangime Gm» (Efsa).

Su tutto ciò vige l’incertezza, ma i poteri forti, nonostante tutto, spingono per la liberalizzazione, per cui state in guardia, informatevi e passate la voce!

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, luglio 2011