Ebreo o mussulmano: chi sarà il prossimo sindaco di Londra?

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Sadiq Khan

Zac Goldsmith, 41 anni, ebreo, figlio di Sir James Goldsmith, appartenente ad una importante e ricchissima dinastia di banchieri di origine tedesca. Oppure Sadiq Khan, 45 anni, mussulmano, avvocato per i diritti umani, quinto di otto figli di un conducente di autobus pakistano immigrato con la moglie a Londra negli anni Sessanta. Il primo corre per i conservatori, il secondo per i laburisti e sarà con ogni probabilità uno tra loro due il prossimo sindaco di Londra.

In effetti, sembra che a ricalcare e forse accentuare gli stereotipi destra/sinistra ce l’abbiamo proprio messa tutta nella capitale britannica, che il prossimo 5 maggio, unica città del Regno Unito a scegliere tramite elezioni, si appresta ad eleggere il sindaco che succederà a Boris Johnson, conservatore nonché uno dei maggiori oppositori di David Cameron nella battaglia per l’uscita dall’Unione Europea.

Da una parte il mondo della finanza e la lobby ebraica (?), dall’altra uno che viene dal popolo, per di più figlio di immigrati, come se non bastasse islamico. Stereotipi che molto probabilmente non significano nulla per due politici esperti, già parlamentari, che stanno portando avanti entrambi una campagna come si conviene ad una città come Londra: lisciando il pelo a tutte le minoranze possibili e non solo.

Tanto che, scorrendo le visitatissime pagine Facebook dei candidati, che viaggiano entrambi poco al di sotto dei 90mila like, è tutto un moltiplicarsi di visite a sinagoghe, chiese cristiane, comunità sikh, tamil e chi più ne ha più ne metta, auguri per il nuovo anno bengalese, festività induiste d’improvviso balzate al centro delle loro preoccupazioni e così via. Un vero e proprio specchio del melting pot londinese e della tipica strategia elettorale democratica in salsa post-identitaria. Senza contare l’intervista doppia rilasciata al magazine modaiolo “Vogue”, nel corso della quale entrambi hanno promesso ovviamente grande impegno per lo sviluppo di un settore che contribuirebbe per 35 miliardi all’economia londinese, e la visita di poche ore fa da parte di Goldsmith ad un’associazione che cura cani e gatti randagi. Tutto e il contrario di tutto, insomma.

Zac Goldsmith
Zac Goldsmith

Anche se la sfida sembra aver una tendenza fin troppo etnica per un bianco, ricco, “conservatore” ebreo, che infatti è considerato sfavorito. Nel futuro prossimo di Londra, capitale della finanza per eccellenza, sembra infatti esserci un sindaco mussulmano, a conferma dello sposalizio felice tra la sinistra e le culture allogene, ma anche tra destra liberale e mondo della finanza. Alternative che lasciano poco spazio al tifo per l’uno o per l’altro schieramento.

Il tema del terrorismo, ovviamente, non poteva non essere al centro del dibattito. Reso ancora più attuale dagli attentati di Parigi, Bruxelles e comunque centrale in una città simbolo dell’Occidente, principale alleato europeo degli Stati Uniti, che ha già subito gravi attentati ed ha fornito parecchi foreign fighters alla causa jihadista. A rendere il dibattito ancora più vivace, però, ci si sono messi proprio i due candidati, con alle spalle questioni personali che hanno dato modo ad entrambi di rimpallarsi le accuse. Su Khan, ovviamente, pende la pregiudiziale religiosa, ma anche il suo ruolo di avvocato per i diritti umani, che lo ha portato a difendere o esporsi a favore di personaggi discussi, come Yusuf al-Qaradawi, accusato di volere lo sterminio degli ebrei e la condanna a morte per gli omosessuali, ma anche di aver preso parte a conferenze in compagnia di Yasser al-Siri, condannato per terrorismo, e Sajee Abu Ibrahim, membro di un altro gruppo terroristico. Anche Goldsmith, d’altronde, è finito sul banco degli imputati a causa della vicinanza ed il sostegno ricevuto dal suo ex cognato, Imran Khan, elemento di spicco del Movimento Pakistano per la Giustizia, in passato al centro delle polemiche per il sostegno alla causa dei Talebani. Imran Khan, infatti, in occasione della visita in ospedale di Malala Yousafzai, aveva affermato: “Il popolo dell’Afghanistan che lotta contro un’occupazione straniera, sta combattendo una guerra santa”. Miliardario anch’egli, sposato in passato con Jamina Goldsmith, ex capitano della nazionale di cricket e spesso al centro delle cronache mondane inglesi, è leader di un partito che, però, non ha mancato di portare avanti iniziative all’insegna del fondamentalismo religioso nelle scuole.

Imran Khan
Imran Khan

Singolare che proprio Goldsmith abbia dovuto a più riprese difendersi dalle accuse di islamofobia ed abbia puntato molto sul pericolo rispetto al terrorismo rappresentato dal suo avversario, il quale da parte sua giura che metterà la città “sul piede di guerra” contro ogni pericolo estremista.

Al di là degli stereotipi e dei colpi tipici di una campagna elettorale molto sentita, quindi, resta un dato di fatto: il fondamentalismo islamico è molto più forte e molto più radicato in Occidente di quanto dall’Italia si possa credere e, paradossalmente, come dimostra l’influenza saudita nella finanza britannica, ciò potrebbe non seguire linee di divisione troppo scontate.

Khan, del resto, ha tirato fuori al momento opportuno la storia del padre conducente e sta spingendo molto sull’immaginario dello straniero che arriva in Gran Bretagna e realizza i suoi sogni partendo dalla periferia sud di Londra. Ma si sta anche sforzando di non spaventare troppo i ricchi: “Mi piace il fatto che Londra sia la casa di 140 miliardari. Sono contento che ci siano 400.000 milionari”. Anche questa è diversità, anche questa è Londra, spiega, ricordando chi, invece, è costretto a fare due o tre lavori per sopravvivere. “Sarò il sindaco di tutti i londinesi”, promette.

Nessuno, d’altronde, può pensare di vincere a Londra con una campagna “settaria”. E così, ecco la caccia al consenso delle minoranze, i colpi duri di Goldsmith per conquistare il voto asiatico prospettando posizioni avverse da parte dei laburisti, la sfida a chi costruisce più case popolari. Khan ne promette almeno 80mila, con un affitto di un terzo del reddito medio locale e facilitazioni per l’acquisto; più “prudente”, Goldsmith ne vorrebbe costruire 50mila. Khan, inoltre, vorrebbe portare a £10 il salario orario minimo nella costosissima città di Londra, piantare circa due milioni di alberi, estendere all’intera zona uno e due le restrizioni relative alle Ultra Low Emissions, pedonalizzando tra l’altro la famosa Oxford Street. Promette, inoltre, di non aumentare le tariffe per il trasporto pubblico fino al 2020, mentre – sostiene – con Goldsmith subiranno un incremento del 17%. Da parte sua, però, Goldsmith intende congelare la cosiddetta “council tax” ed evidenzia, invece, il parere contrario del suo rivale, facendo notare anche che le politiche sui trasporti di Khan provocherebbero un buco negli investimenti necessari al miglioramento del servizio.

Euroscettico di lungo corso, Goldsmith promette 500mila nuovi posti di lavoro, un forte incremento della presenza di agenti di polizia a sorvegliare la Tube (mentre Khan pensa a rendere più efficace e continua la videosorveglianza), mandando avanti il piano che la porterà a breve a funzionare per tutta la notte, investimenti in nuovi piccoli parchi cittadini, piste ciclabili ed una rivoluzione energetica, con l’incremento dell’utilizzo dell’energia solare e, almeno su questo, nessuno ne dubita dal momento che il suo fratello minore, Ben, ha investito molto in una compagnia del settore, la Engensa, tanto da far intervenire il fratello maggiore in parlamento contro i tagli ai finanziamenti, in un conflitto d’interessi denunciato da “The Guardian”.

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La polemica tra i due, invece, è stata diretta proprio sulla questione dell’emergenza abitativa, laddove Khan ha attaccato Goldsmith, colpevole secondo il candidato laburista di approvare un piano del governo secondo il quale 450mila sterline sarebbero un prezzo accessibile per l’acquisto di una casa. Deciso a limitare le costose tariffe per gas e luce nella capitale inglese, Khan ha anche avuto modo di garantire il suo impegno nel riequilibrare il gap di genere nelle retribuzioni, dichiarando: “sarò fieramente femminista”. A questo proposito, Sadiq Khan si è anche dichiarato contrario al velo integrale nel servizio pubblico, spendendosi in una riflessione significativa: “Quando ero più giovane non si vedevano donne con l’hijabs o il niqabs, neanche in Pakistan”. Una radicalizzazione, fa notare, sviluppatasi col tempo nell’ambiente islamico mentre, al tempo stesso, sono sparite le discriminazioni razziali da parte della società inglese: “Quando i miei genitori sono arrivati qui c’erano cartelli con su scritto ‘No neri, no irlandesi, no cani’. Con la generazione successiva, io ho sofferto abusi e ho lottato per questo e venivo insultato. Le mie figlie vivono a cinque minuti dalla zona in cui sono cresciuto e non hanno mai subito discriminazioni razziali. Questo è il progresso che è stato fatto in trent’anni. Questo è il bello di Londra”.

Da notare, per inciso: gli inglesi che esponevano cartelli contro neri, irlandesi e cani, sono gli stessi che hanno giudicato gli errori del regime fascista di qualche decennio prima con la consueta superiorità morale tipicamente liberale. Oggi è quella stessa società che giura e che forse ha davvero messo da parte il razzismo ad essere terreno fertile per la radicalizzazione islamica. Non sarà che, forse, qualcosa non va alla radice?

Emmanuel Raffaele, 20 apr 2016

Regno Unito, così le aziende aggirano l’aumento del salario minimo

140521-osborne_0Nei giorni scorsi se ne era già occupato “The Guardian”, ma la protesta sta progressivamente interessando la politica e molti hanno già iniziato ad attaccare il governo, che non avrebbe fatto abbastanza per garantire effettività all’incremento del salario minimo nazionale in vigore da questo mese. Il deputato laburista Joan Ryan, ad esempio, ha proposto al premier Cameron di multare le aziende che aggirano deliberatamente l’aumento della paga minima oraria voluta dal ministro delle finanze britanniche George Osborne. Ma misure simili sarebbero forse difficili da praticare.

La polemica, nello specifico, nasce dopo che molte grandi imprese hanno provveduto a disinnescare gli aumenti tagliando alcune voci di spesa relative ai propri lavoratori. Ad esempio, la catena di supermercati Waitrose, che pure ha smentito la relazione con il passaggio dai $ 6,70 ai £ 7,20 orari introdotti dalla nuova legge, ha smesso di pagare doppie le domeniche lavorative e ridotto le tariffe per gli straordinari. Iniziative più o meno simili sono state registrate presso i supermercati Tesco, Morrisons, ma anche presso i grandi marchi legati alla vendita di strumenti per il “fai da te”, oggetti per la casa, arredamento, come B&Q, Wilko e Dunelm.

Le “cleaner” inglesi che forniscono servizi a società come la Carillion, invece, si sono ritrovate con circa £ 40 in meno in busta paga a causa di improvvisi tagli orari.

Nel frattempo Caffè Nero, la catena di coffe shop britannica che si ispira allo stile italiano, ha optato per il taglio sui benefit, mettendo fine alla politica per cui ogni dipendente aveva diritto ad una consumazione gratis nel caso di turni superiori alle sei ore ed introducendo, al suo posto, uno sconto extra sui prodotti consumati.

Anche aziende di altri settori, comunque, stanno agendo variamente per affrontare l’incremento di spese, come John Lewis ed Asda, che hanno chiuso alcune mense aziendali.

Tutto ciò, nonostante Osborne abbia annunciato un taglio alla “corporation tax” che, dal 28% del 2010, dovrebbe arrivare al 17% nel 2020, con un risparmio di ben 15 miliardi per le aziende, le quali hanno evidentemente scelto, come al solito, di tenersi per sé l’intero gruzzolo.

“The Walking Dead”: la sfida della comunità di destino al Nuovo Ordine Mondiale

1446462823_the-cast-and-crew-of-the-walking-dead-talk-morgan-wolves-and-bloodshed-in-season-6-w-353351La sesta e per il momento ultima stagione di “The Walking Dead” si è da poco conclusa e soltanto ad ottobre, con l’arrivo della settima stagione, i fan della serie basata sull’omonima opera a fumetti scritta da Robert Kirkman, scopriranno chi, nell’ultima scena del sedicesimo episodio, viene colpito a morte da Negan. Ma, al di là della suspense e delle diverse ipotesi possibili, l’ultima puntata ha certamente lasciato un senso di inquietudine stranamente nuovo per una serie che racconta un mondo ormai invaso dagli zombie. Non sarebbe, del resto, la prima volta che muore un personaggio importante, a cominciare da Shane Walsh, che nelle prime due stagioni ricopre praticamente il ruolo di co-protagonista, e da Lori, moglie del protagonista, Rick Grimes, nonché amante di Shane prima di scoprire che il marito è ancora vivo. No. Non è questo.

L’inquietudine che “regala” il finale della sesta stagione è diverso, scenico, creato ad arte, con il monologo probabilmente finora più lungo dell’intera serie (almeno dieci minuti), condotto peraltro da un personaggio che compare per la prima volta e, accompagnato da un fischiettio raccapricciante, fa strani riferimenti al “Nuovo Ordine Mondiale”. Negan cattura i personaggi principali della serie, proprio quando ormai avevano la certezza di essere liberi, fuori pericolo, padroni di loro stessi ma la dinamica cambia rispetto al solito copione dello scontro: “qualunque cosa tu faccia, non mi importa che cosa, non puoi sfidare il Nuovo Ordine Mondiale. Il Nuovo Ordine Mondiale e questo ed è davvero molto semplice. Anche se siete stupidi potete capire. Siete pronti? Ora velo spiego, state attenti: datemi quello che avete o vi ammazzo”.

Si tratta, dunque, di uno che, come tanti prima di lui, cercavano di sopraffare il prossimo, solo con molti più uomini? Non proprio. D’altronde, in un dialogo con Rick, Jesus, che li conduce nella sua Hilltop, già sottomessa al volere di Negan a cui la sua gente dedita al commercio paga il 50% di “tributi”, anticipava: “il tuo mondo sta per diventare molto più grande”. A conferma delle sue parole, Negan, rivolgendosi ad uno sconvolto Rick, afferma: “Bella merda, eh, il momento in cui realizzi che non sai un cazzo?”. Il suo potere è nascosto e non è solo militare: è organizzato, strutturato, gestisce le informazioni capillarmente e non uccide quando non serve. Il suo potere si fonda sullo sfruttamento, sull’estorsione. La minaccia di ritorsioni e la vastità del suo potere sembrano sufficienti a prevenire qualsiasi forma di ribellione, la pillola da ingoiare per sopravvivere più o meno felicemente è sottomettersi. Negan ha bisogno di gente da spremere, non da far fuori. Se non ti sottometti, molto semplicemente, ti prende tutto con la forza e magari qualcosa di più. La figura di Negan sembra richiamare metaforicamente molto da vicino le teorie “complottiste” sul Nuovo Ordine Mondiale basato sul potere economico, sovranazionale, nascosto e fondato sull’usura bancaria. “Oggi è il career day, spiega, “noi abbiamo investito molto perché voi capiate chi sono e cosa posso fare. Voi lavorate per me ora. Quello che avete lo date a me. Questo è il vostro lavoro. So che è una pillola grande e amara da ingoiare ma ingoiarla è senza dubbio quello che farete. Tu eri abituato a dettare legge, hai costruito qualcosa. Pensavate di essere al sicuro. Ma ormai lo sanno tutti che non lo siete affatto. Neanche lontanamente. A dirla tutta siete fottuti. Vi scaverete la fossa se non farete ciò che voglio e ciò che voglio è la metà di ciò che avete. E se vi sembra troppo, potete sempre produrre, trovare o rubare altra roba per compensare. This is your way of life now (E’ così che vivrete adesso). E più vi opporrete, peggio sarà. Quindi se qualcuno busserà alla vostra porta, voi lo farete entrare. Perché quella porta appartiene a noi e se cercherete di fermarci la butteremo giù“.

Costretto ad inginocchiarsi insieme ai suoi, prima di incontrarlo, Rick, è senza parole: per la prima volta ha visto in faccia il potere. E non ha una bella faccia.

12963684_1750389418513476_461358226312227130_nL’avventura di Rick e dei “camerati” incontrati sulla sua strada (“Daryl, tu sei mio fratello”) prosegue verso una sfida che non è più la sopravvivenza, ma vale la pena guardare indietro per capire quanto “The Walking Dead” sia molto di più di una serie fantascientifica. E, al di là della consapevolezza o meno di sceneggiatori ed autori nel nascondervi certi significati, da un punto di vista antropologico, resta un’interessante lettura del potere. Si, esatto. “The Walking Dead” ci parla di democrazia, autorità, sovranità, teoria e legittimazione dello Stato e della violenza.

La catastrofe non è il punto centrale della storia. Le istituzioni sono già crollate. Vige l’anarchia. E subito si scopre che non è quello stato primordiale di armonia tra gli esseri viventi ipotizzato dalle visioni buoniste di alcuni progressisti che vedono l’origine del male nella civilizzazione di tipo occidentale a dispetto di un idealistico stato di natura. Né trova corrispondenze ideologiche rispetto alle teorie marxiste sull’abbattimento dello stato per la realizzazione di una umanità finalmente libera, non oppressa e solidale. No, la verità è che l’anarchia è propedeutica alla sopraffazione, propedeutica al male. Ma ricostruire e non accontentarsi della sopravvivenza animalesca, invece, affiora come il vero e più autentico istinto della specie umana. Quella volontà di andare oltre, oltre la sopravvivenza, oltre le apparenze, oltre il mangiare ed i bisogni essenziali, che ci caratterizza e distingue come uomini. Ciò che meglio e di più grandioso riesce all’uomo, in effetti, accade quando è libero dalle necessità della sopravvivenza. Ed è per questa interiore consapevolezza che cerca l’ordine, l’organizzazione, la stabilità, la sicurezza.

Andrew Lincoln as Rick Grimes and Norman Reedus as Daryl Dixon - The Walking Dead _ Season 5, Gallery - Photo Credit: Frank Ockenfels 3/AMC
Fin dall’inizio, d’altronde, Rick e i suoi si trovano a riflettere sulla definizione di essere umano, quando è legittimo uccidere e chi, come prendere le decisioni.

Il primo passo è definire l’umanità. E gli zombie, uomini tornati in vita a causa di un virus e dediti alla caccia delle persone, non sono considerati uomini. Ma il parere, almeno all’inizio, non è unanime. Si muovono, hanno sembianze umane, c’è chi si rifiuta di ucciderli, chi prova senso di colpa. E proprio questa “morale” si rivela fonte di pericolo. Inutilmente perché, come si rivela chiaro poi a tutti, gli zombie sono privi di pensiero, di anima, corpi imprigionati in una vita che è solo meccanica, corpi da liberare dopo la dipartita di ciò che li rendeva uomini, esseri del tutto privi di coscienza di sé. E’ il regno degli inferi in senso metafisico che invade il mondo.

Molto più complesso si rivela decidere quando è legittimo uccidere esseri umani. Già verso la fine nella seconda serie si parla di pena di morte. Ed in maniera per nulla superficiale. Uccidere nella serie non viene mai dato per scontato. L’aspetto “morale” è sempre messo in evidenza. Il primo passaggio fondamentale nella conquista della leadership per Rick è, del resto, il dualismo con il rivale Shane. Meno approfondito nel fumetto, nella serie, invece, il personaggio acquista maggiore centralità e, a tratti, sembra essere l’alter-ego di Rick. Entrambi forti ed abili, entrambi capi. L’uno, Rick, fatica ancora ad adattarsi ad un mondo in cui le regole sono tutte da riscrivere e continua ad agire secondo un metodo diventato ormai anacronistico, ancorato ad una fiducia nel prossimo che il crollo delle istituzioni ha reso pericolosa. L’altro, invece, si è adeguato fino all’eccesso, e parzialmente in buona fede, al nuovo corso, decidendo di mettere al centro se stesso senza alcuno scrupolo morale. L’amicizia tra i due è autentica ed il personaggio di Shane è forse tra i più interessanti della serie proprio per questa inclinazione al male quasi involontaria, condotto ad esso dall’aspirazione di proteggere chi ama. Proprio l’uccisione di Shane per mano di Rick, dopo un piano ordito dall’amico per farlo fuori, segna un passaggio importante: Rick, che tende alla giustizia, è ora consapevole che la giustizia, in certe situazioni, non passa per la compassione. E che proteggere la propria comunità da chi ha sbagliato è, a volte, priorità assoluta. Carl, il figlio, uccide quello che per lui era un secondo padre, seppur in forma di zombie, prima di dover fare la stessa cosa con la madre. In passato aveva fallito e la sua esitazione aveva provocato indirettamente la morte del vecchio Dale. Non fallirà più. Intanto il gruppo, in preda al panico, sembra sul punto di dividersi ma è a questo punto che Rick chiarisce: “chi vuole andare vada, da solo non andrà lontano. Chi resta, però, sappia: questa non sarà più una democrazia”.

The-Walking-Dead-Serie-Tv-7Sempre attento al parere del prossimo, tradito dall’amico e dalla moglie, Rick capisce che il suo spendersi e le sue capacità gli danno il diritto ed il dovere di un potere di comando indiscusso ed, in seguito, si mostrerà sempre più risoluto ed in grado di vedere la realtà per quello che è, senza che questo lo conduca a rinunciare all’essere giusto. Smetterà di indossare la sua vecchia divisa da poliziotto, simbolo di un’autorità ormai inesistente, ma sarà sempre la giustizia la sua prima preoccupazione da capo. E comprenderà suo malgrado che l’utilizzo della violenza è connaturato all’esercizio del potere, essendo uno degli attributi essenziali della sovranità. Così, la sua autorità, che si avvale comunque del parere di chi combatte accanto a lui, si legittima e si fortifica all’interno del suo gruppo e rimane inalterata anche nello scontro con la città fondata dal cosiddetto “Governatore”. Rick diventa sempre di più un capo politico ed agisce di conseguenza. L’epilogo della vicenda è interessante per un episodio che ne è legato indirettamente: dopo una prima vittoria e l’apparente calma, Rick decide di prendersi una pausa, viene creato un Consiglio, una sorta di aristocrazia guerriera che prende le decisioni, mentre lui si dedica a costruire una “casa” migliore per tutti ed obbliga il figlio a rinunciare all’utilizzo delle armi, che crede lo abbiano reso troppo freddo. Quest’attimo di debolezza si rivelerà un’illusione ed a farglielo notare è Daryl: “c’è bisogno di aiuto e tu non puoi stare qui a fare il contadino”. Il suo essere capo è un dovere di servizio, non un privilegio. Rinunciarvi sarebbe come tirarsi indietro e rifiutare la realtà.

Ecco, a questo proposito, l’importanza simbolica dell’incontro con la con la comunità di Alexandria. Rick, più degli altri, non si fida più di nessuno. Ma all’interno della piccola comunità, finora estranea agli sconvolgimenti, regna invece ancora una fiducia irreale. Si vive ancora come prima della catastrofe. Il pericolo è dietro l’angolo. Rick e i suoi subito avvertono il disagio di una comunità che vive una realtà artificiale. In qualche modo, sembra osservino il mondo prima della catastrofe rendendosi conto di quanto fosse finto. Le preoccupazioni per una torta venuta male, la debolezza di chi rinuncia a difendersi semplicemente guardando da un’altra parte, per non vedere che fuori il mondo muore. E loro, una umanità integrale che sa sopravvivere ma anche darsi un ordine, si sentono ormai fuori posto rispetto a chi vive nella rimozione della natura primordiale dell’uomo, fino ad affievolirne le capacità, spuntarne gli artigli. Loro, reduci di una lunga battaglia, temono che le comodità li indeboliscano rispetto alle leggi anche brutali del mondo e della natura. La sfida di Rick contro il burocraticismo di Alexandria si rivelerà più insidiosa di quella con la morte. La comunità rischierà di sfaldarsi ma non sarà la forza lo strumento per vincere questa volta. Golpe et lione, Rick sa che questo è il momento di ricostruire, che l’albero è ancora giovane e può essere raddrizzato. Sarà la sua comunità, forgiata dalla lotta, in cui nessuno resta indietro e per il quale è essenziale il culto dei caduti (a confermalo è Glen nella sesta stagione), a dare nuova linfa ad una “civiltà” decadente.

the-walking-dead-season-6-b-key-art-michonne-gurira-rick-lincoln-alt-800x600La comunità rinvigorita rinasce nel momento stesso in cui l’autorità di Rick viene definitivamente riconosciuta quando, in prima linea contro gli zombie che hanno ormai invaso la sicura Alexandria, si getta da solo nella mischia e con il suo esempio trascina tutto il popolo alla lotta. L’esempio, più che le parole con il quale non è mai stato troppo bravo, è la sua arma migliore. Rick che, per la prima volta dalla catastrofe, sente di nuovo di avere una patria, una casa, da difendere, decide che stavolta non c’è altra strategia: si combatte a costo di morire. “Furor arma ministrat” (Eneide). Il furore procura le armi. E di furor, questa sorta di invasamento divino comune ai poeti ed ai guerrieri, sembra impregnata l’intera scena che è forse la più bella e simbolica dell’intera serie. Sotto una pioggia battente, quando tutto sembra perduto, Rick rimette al centro il coraggio, che prende il sopravvento ed ora può sfidare l’impossibile. Va oltre l’umano, oltre la ragione e la stessa forza.

Significativa, peraltro, la vicenda di padre Gabriel, sacerdote incontrato nella quinta stagione, da sempre ambiguo e che, dopo aver voltato le spalle e lasciato morire i suoi fedeli per viltà, accusa Rick e i suoi, i quali lo avevano salvato nonostante tutto: Satana molto spesso si traveste da angelo della luce, riferisce a Deanna, ex deputata del Congresso che ha dato vita alla comunità di Alexandria. Una falsa autorità spirituale ed un’autorità politica ormai debole e priva di reale sovranità, rischiano di infiacchire il gruppo e la comunità intera. Ma nella battaglia finale di Alexandria contro gli zombie, anche padre Gabriel e Deanna scenderanno in campo riconoscendo in Rick il capo e la giustizia. E, ritrovata la propria identità di uomini integrali, tutti combattono al suo fianco per la vittoria.

Emmanuel Raffaele, 17 apr 2016

Checco Zalone a Londra: “noi italiani campioni nel buttarci merda addosso”

CheccoA fine proiezione, effettivamente, restava poco da aggiungere. “Quo vado?”, l’ultimo film di Checco Zalone, visto da circa un quarto degli italiani e record storico di incassi, rischia facilmente di essere banalizzato da interpretazioni superficiali, pregiudizi negativi o da analisi che ne dimenticano l’aspetto fondamentale: si tratta di una commedia. Sarà stato questo, il clima piovoso di ieri o una sorta di timore reverenziale di fronte alla platea che ha assistito alla presentazione della pellicola a Londra, presso il cinema Genesis, grazie all’organizzazione di CinemaItaliaUk, ma ieri Luca Medici, più conosciuto come Checco Zalone, è stato decisamente di poche parole.

“Noi italiani siamo campioni nel buttarci merda addosso. Ma, in realtà, qualche pregio ce l’abbiamo”, ha però osservato, sottolineando l’errore nell’interpretare il film come una satira cattiva contro l’italianità che, se pur non viene assolta, viene però senz’altro valorizzata e ripulita dalla pellicola diretta da un Gennaro Nunziante ieri molto più loquace dell’attore pugliese. Visibilmente orgoglioso, annunciando il tour in circa ottanta paesi alle centinaia di italiani ed ai pochi inglesi presenti in sala, Nunziante ha evidenziato lo stupore dei produttori americani, interessatissimi al fenomeno Zalone. Ma, dopo aver anticipato l’intenzione di fare un nuovo film insieme, Checco ha avuto anche modo di raccontare la telefonata ricevuta dal premier Renzi, commentando poi cinico: “è un politico, bravo a salire sul carro del vincitore”. Genuinamente in imbarazzo per il suo inglese scolastico, Luca Medici ha aggiunto: “noi italiani abbiamo l’educazione”. Una parola semplice, ribadita spesso nel film, a cui Zalone sembra attribuire un senso particolare, importante: “per me è buon senso”, spiega. Educazione è la parola che sfida il nordico legalismo sfrenato in diverse scene del film, educazione è richiamo ad una società fatta ancora di persone e di relazioni di vicinato, richiamo ad un senso di comunità che si perde in quella triste forma di “senso civico” in cui ogni conoscenza immediata ed ovvia degenera in regolamentazione, poiché il prossimo è, ormai, pressoché un estraneo.

Checco Zalone fa anche satira. Ma non è satira anti-italiana. Prende in giro l’italiano medio quanto il radical chic; la presunta apertura mentale del nord Europa, con gli eccessi del multiculturalismo e dell’egualitarismo portato al paradosso, ma, al tempo stesso, non fa sconti alla mentalità bigotta, alla burocrazia conservatrice da Prima Repubblica, al parassitismo. L’Italia, sembra dire, non è la mentalità piccolo borghese, che ha paura di rischiare e di perdere i suoi miseri privilegi. L’Italia è quel senso di comunità, è, “dopo tanto buio nordico, la luce del Sud”, ma la sua rinascita passa per un ritrovato valore del rischio e del dono di sé. È per questo che la satira, in chiusura, abbandona il piano orizzontale e riparte dalla scena iniziale. “Ognuno ha un talento, tu cosa vuoi fare da grande?”, chiedeva il maestro in apertura al piccolo Checco. Lui, impregnato di cultura piccolo borghese, rispondeva: “Io voglio fare il posto fisso”. Ma, infine, “la storia della sua anima”, che il capo tribù africano gli chiedeva di raccontare, porta ad una conclusione che prevede un distacco dai due modelli messi a confronto e presi in giro per tutta la durata della pellicola, giungendo ad un cambiamento che è ‘verticale’. Checco ritrova la sua italianità ma non è più un piccolo borghese. Sceglie il rischio, il dono, come dicevamo; sceglie, insomma, di superare l’individualismo ed il materialismo. Ci sembra, ma potremmo sbagliarci, che in questo vada molto al di là del buonismo spiccio, così come nella satira va indubbiamente molto al di là del politicamente corretto, ragion per cui tale Davide Turrini su “Il Fatto Quotidiano” parlava a sproposito di “minoranze sputtanate”. Il che è un gran merito. Insieme al dato oggettivo che più di tutti permette di valutare una commedia: il film fa ridere. Fa ridere, a volte sorridere, e lo fa in maniera elegante. Senza forzature, battute trash, senza risultare volgare, banale o ripetitivo. Il personaggio è sempre lo stesso ma la struttura e la narrazione gli consentono di utilizzare schemi comici sempre diversi. Non è qualche buona trovata qua e là a far ridere in questo come negli altri suoi film, ma una struttura comica di per sé, un impianto narrativo decisamente azzeccato. E gli applausi di un pubblico sicuramente eterogeneo in quel di Londra molto probabilmente ne sono la conferma.

Emmanuel Raffaele, 17 apr 2016

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Inchiesta del Sunday Times: “un abisso tra noi e i mussulmani”. Oltre la metà vuole reato omosessualità

ST100416b-624x724Più della metà dei mussulmani inglesi, su una popolazione di circa 3 milioni, metterebbe fuori legge l’omosessualità. Il 39% pensa che la donna debba obbedire ai dettami del marito. Il 31% non disdegnerebbe la poligamia. Il 23% ammette che, dopo tutto, gli farebbe piacere fosse in vigore la sharia. Eppure, gli oltre mille intervistati face to face dal team di “The Sunday Times”, che ha pubblicato i risultati nell’ultima uscita con richiamo in prima pagina e l’analisi dell’esperto in materia Trevor Philips, ed a cui seguirà la divulgazione televisiva dell’inchiesta su Channel 4 mercoledì prossimo alle 22, dicono che stare nel Regno Unito non gli dispiace affatto (8 mussulmani su 10). Si sentono inglesi anche perché, spiegano, possono pregare, praticare liberamente il loro culto, andare in moschea, vestire da mussulmani godendo della massima libertà, spesso più che nei loro paesi di provenienza. Eppure appena il 30% di loro, 3 persone su 10, ha rapporti regolari con non-mussulmani suoi concittadini. Un altro 30% negli ultimi anni ha frequentato case non-mussulmane appena una volta l’anno. Uno su cinque non ci è mai entrato. Tra i mussulmani originari del Pakistan o del Bangladesh la percentuale di matrimonio misti è prossima allo zero. Circa la metà dei mussulmani, dopo tutto, è nata all’estero. Sono semplicemente una comunità diversa. E, infatti, “una significativa minoranza, preferirebbe vivere una vita distante dal resto di noi”, scrive Philips. Si tratta a tutti gli effetti, spiega, di “una nazione nella nazione, con la sua geografia, i suoi valori e il suo futuro del tutto separato dal nostro”: “un abisso aperto tra mussulmani e non mussulmani sulle questioni fondamentali, come il matrimonio, i rapporti fra uomini e donne, l’istruzione, la libertà d’espressione ed anche la legittimità della violenza in difesa della religione”. Un abisso che si allargherà, dal momento che a metà secolo, sottostimando le cifre, i mussulmani inglesi dovrebbero almeno raddoppia entro la metà del secolo. A Birmingham, la seconda città più popolosa della Gran Bretagna, con circa un milione di abitanti. Il 42% della popolazione non è di origine europea e i mussulmani sono ben 235mila. “Loro non vogliono adottare la gran parte del nostro stile di vita decadente”, scrive il Sunday Times concludendo: “l’integrazione dei mussulmani sarà probabilmente la più dura che abbiamo mai affrontato”. Bisogna agire. Eravamo convinti che facendoli entrare cambiassero, diventassero inglesi, e invece non è così automatico. Ammette il giornalista. C’è, evidentemente, qualcosa che va oltre il pezzo di carta. Qualcosa che non va in quella certificazione che ti chiama “inglese”, quando invece tu appartieni di fatto ad un’altra comunità. Una nazione nella nazione, appunto. Quando l’uomo e la sua burocrazia, le sue ideologie negano ciò che è naturale, non si creda che le carte possano sconfiggere l’essenziale territorialità e comunitarismo dell’uomo, che cerca qualcosa di più un legame “societario”, di una finta nazione senza identità. Non lo fanno neanche gli italiani. Nonostante il tempo, quasi sempre, rimangono italiani. Chi peggiore a causa del rancore verso la madrepatria, chi migliore. Il punto, infatti, non è, come superficialmente si potrebbe segnalare, la differenza di vedute su questioni pur fondamentali tra mussulmani e non mussulmani inglesi. E’ dal modernismo che si sentono distanti e questo, dopo tutto, non è un elemento correlabile unicamente all’identità religiosa mussulmana. Invece, valutazioni contenutistiche a parte, ciò che è rilevante è l’esistenza stessa di questo “abisso”. Qualunque sia la nostra identità, qualunque sia la loro, qualunque sia quella da ciascuno considerata più valida, le nostre identità rimangono e rimarranno, si sviluppano in maniera diversa perché fanno parte di contesti diversi. Questa è esattamente la dimostrazione che non esistono gli inglesi in generale come ci raccontano le carte, ma esistono gli inglesi bianchi, gli inglesi mussulmani e così via. E’ la dimostrazione di come il concetto di nazione, di cittadinanza, di comunità sia ormai falsato mentre rimane intatta la sostanza e fingiamo di non accorgercene a causa dell’ideologia ‘democratica’ che ne ignora le cause. D’altra parte, sottolinea il giornale inglese, oltre la metà dei bambini parte di minoranze etniche frequentano scuole dove i bianchi sono minoranza. In pratica le comunità originarie tendono a mantenersi come tali, per fattori non solo economici, dunque, ma ‘culturali’. Questo, molto più che il parere superficiale sulla legalità dell’omosessualità, dovrebbe preoccupare la Gran Bretagna e le altre nazioni europee.

Emmanuel Raffaele, 12 apr 2016

In edicola “Il Dubbio”, nuovo giornale di Sansonetti. Ma i suoi ex lo accusano

05/12/2010 Roma. Rai, trasmissione televisiva Porta a Porta, nella foto il giornalista Piero Sansonetti

Piero Sansonetti non trova pace. E stavolta a farsi un giornale tutto suo ci prova con l’aiuto degli avvocati. È, infatti, il Consiglio Nazionale Forense, organo di rappresentanza istituzionale dell’avvocatura italiana, a lanciarsi in veste di editore nella nuova avventura editoriale dell’ex vicedirettore de L’Unità, causando già diverse polemiche all’interno della categoria fin dall’annuncio nei mesi scorsi. Del resto, “Il Dubbio”, questo il nome del nuovo giornale, nasce dalle ceneri de “Il Garantista”, quotidiano fondato dal giornalista romano soltanto nel 2014 e già accantonato non senza strascichi legali.

Infatti, presentato a suo tempo in grande stile a Roma e nato grazie all’acquisto della testata “Cronache di Liberal” dall’ex comunista e poi forzista Ferdinando Adornato, “Il Garantista” ben presto aveva conosciuto scioperi e proteste a causa del mancato pagamento degli stipendi, con arretrati che hanno infine superato le dodici mensilità e i fondi pubblici (630mila euro) andati per la maggior parte al solito De Rose (507mila euro), già stampatore e creditore di “Calabria Ora”. Ecco perché, pochi giorni fa, sull’account Facebook ufficiale del Garantista, compariva un post dai toni durissimi, non firmato, a nome degli ex “soldati di Calabria Ora”: “sul barcone assolato – che fu location scelta per la presentazione del Garantista – non siamo stati invitati, sulla scialuppa non c’è posto per tutti. La nave affonda, il capitano Piero si salva e la terza classe affonda”. “Per noi”, prosegue rabbioso il post, “la fanteria calabrese di un’avventura contrattualmente da sogno, i colleghi ‘romani’ erano quelli che immaginavamo accomodati nella loro redazione che affacciava su piazza di Spagna, a consumare l’aperitivo delle otto a San Lorenzo, (perché loro chiudevano le saracinesche ore e ore prima e ce ne accorgevamo quando la loro prima pagina veniva postata con entusiasmo su Fb intorno alle otto e un quarto di sera mentre in Calabria si era ancora nel pieno del delirio) quando noi, affogati di caldo e ansia da Reggio a Cosenza, consumavamo mezzanotti e briciole di ferie, spegnendo aspettative sul futuro man mano che i conti correnti arrossivano”. “Lavoravamo quasi il doppio”, si legge in conclusione, “per mantenere le copie e i nostri possibili stipendi. «Salvare gli arretrati» era il mantra”. Ma evidentemente, sottolineano i protagonisti dell’esperienza conclusasi in un ennesimo fallimento, c’è ci è stato più furbo. Ed è con queste cattive premesse e coi soldi degli avvocati, dunque, che si apre “Il Dubbio”: dalla “terza classe” abbandonata al mondo delle professioni un tempo definite borghesi.

Nel primo numero della nuova testata, in edicola da due giorni, un breve articolo lamenta la “furia mediatica” di chi ritiene ingiusta la semilibertà concessa dopo appena nove anni alla rumena Doina Matei, che aveva ucciso per futili motivi a Roma Vanessa Russo. In prima pagina, invece, un vecchio editoriale dello scomparso Umberto Eco, uscito su L’Unità nel marzo 2001 e, accanto, quelli di Sansonetti che spiega: “Questo nuovo giornale che nasce oggi – Il Dubbio – ha una aspirazione: quella di fare ciò che Umberto Eco chiedeva inutilmente 15 anni fa”. Un giornale che ponga “i diritti al di sopra di tutto” e, al tempo stesso, un giornale che “proverà ad essere oggettivo. A non schierarsi con un partito o con l’altro. A non fare il tifo”. Quanto alla natura istituzionale dell’editore, Sansonetti risponde così: “oggi, in Italia, gli editori non sono mai “produttori” di idee ma di merce. Non ci sono editori puri: ci sono costruttori di case, di macchine, di scarpe, finanzieri, commercianti, petrolieri. Sono loro i padroni dei giornali. Ognuno entra in editoria per difendere i propri interessi. Editori puri, zero. Gli avvocati non hanno interessi economici da difendere. Sono l’editore più puro che esista nel panorama nazionale”. Un giornale che non si fondi sui rapporti tra giornalismo e potere politico, che non basi la sua cronaca sulle chiacchiere del loro teatrino, questo chiedeva Eco, questo promette di dare Sansonetti. Tutto molto bello se non fosse per un punto che ritorna costantemente: la profonda distanza che continua a persistere nell’intellighenzia di sinistra tra il predicare bene ed il razzolare male come abbiamo visto con la precedente esperienza de “Il Garantista”.

Piero Citrigno

Anche la direzione di “Calabria Ora”, del resto, non si era conclusa in maniera troppo felice e forse le premesse, anche in questo caso, non erano delle migliori. Collaboratore e caporedattore del quotidiano del Partito Comunista fin dal 1975, poi direttore di Liberazione, giornale di Rifondazione Comunista, grazie al duo Vendola-Bertinotti, fino al 2009, quando viene rimosso in seguito ad un deficit di oltre tre milioni di euro, Sansonetti viene infatti chiamato nel 2010 dall’editore calabrese Pietro Citrigno, imprenditore nel settore delle cliniche private con alle spalle una condanna per usura, a dirigere il quotidiano “Calabria Ora”. Ma il giornale ad un certo punto fallisce e cambia nome, diventando “L’Ora della Calabria”, sotto la guida del figlio Alfredo e nei fatti la stessa squadra e lo stesso prodotto.

Ospite spesso dei salotti televisivi, gradito al centrodestra per il suo garantismo che brandiva coerentemente anche a favore dell’odiato Berlusconi e, in una occasione, persino del Blocco Studentesco di CasaPound, Sansonetti avrebbe in seguito lasciato “Calabria Ora” a causa di un piano di licenziamenti che si era rifiutato di assecondare e spiegando, soprattutto, di “avere accettato troppi compromessi” durante la sua direzione. Del resto, non erano mancati altri lati oscuri nel passaggio da “Calabria Ora” a “L’Ora della Calabria”, che aveva visto persino il suicidio del giornalista Alessandro Bozzo, costretto dall’editore, secondo l’accusa della magistratura, a risolvere il contratto di lavoro in corso a tempo indeterminato rinunciando a qualsiasi vertenza o pretesa, in un processo in cui l’allora direttore compariva come testimone della difesa.

L’idea di Citrigno era quella di un giornale di centrosinistra; la società editrice, del resto, nasceva dall’acquisto delle quote di Paese Sera Editoriale, titolare della storica testata romana Paese Sera. Ma la superiorità morale della sinistra, anche in questo caso, si era rivelata ben presto per ciò che è (una bugia) e nel 2014, dopo meno di un decennio, il giornale chiudeva in seguito alle conseguenze di uno scandalo che aveva portato alle dimissioni dell’appena nominato sottosegretario alle Infrastrutture del governo Renzi, Pino Gentile, big del nuovo centrodestra. Lo “squalo” della politica calabrese, infatti, non aveva gradito le indiscrezioni sulle indagini a carico del figlio e, magicamente, lo stampatore Umberto De Rose, presidente anche dell’ente regionale in house Fincalabra, dopo una telefonata con l’editore, comunicava la rottura delle rotative. Il giornale quel giorno non uscì. Il successore di Sansonetti, Luciano Regolo, diffondeva così l’audio di una telefonata tra l’editore e lo stampatore, in cui si evidenziavano le pressioni di Gentile per mezzo proprio di De Rose, ma anche un rapporto non troppo chiaro tra editore, stampatore e politica, a conferma che qualcosa non quadrava nell’ambiente. In seguito allo scandalo, De Rose si decise a far valere i suoi crediti e, sommerso dai debiti, il giornale chiuse. Sansonetti poté quindi richiamare alcuni dei suoi ex collaboratori e, insieme al team romano guidato da Davide Varì, dar vita a “Il Garantista”, con diffusione nazionale ed tre edizioni regionali calabresi. Ora parte “Il Dubbio” e, visti i precedenti, mai nome fu più adatto ad un giornale.

Emmanuel Raffaele, 14 apr 2016

Estremisti islamici negli atenei inglesi, allarme in un report

maxresdefaultEstremisti islamici nelle università inglesi, lo “Student Rights” lancia l’allarme e segnala ben trenta eventi a rischio in pochi mesi. “Troppe sono le istituzioni che ancora permettono eventi a cui partecipano oratori estremisti o intolleranti senza alcun contraddittorio”, spiegano infatti nel presentare il report sulle attività ritenute ‘critiche’ svolte nelle università britanniche dal settembre 2015 al gennaio del 2016. Certo, la fonte non è delle più “affidabili” da un punto di vista ideologico ma i dati oggettivi ricavabili sono interessanti. Per cui facciamo ordine, prima di approfondire il rapporto. Innanzitutto, lo Student Rights è un progetto interno alla Henry Jackson Society, think thank conservatore britannico ispirato alla figura del senatore democratico fortemente anticomunista e che porta avanti l’idea di esportare la democrazia in tutto il mondo. In un articolo pubblicato di recente addirittura accusano Saddam Hussein, notoriamente capo di un Iraq laico come la Siria di Assad, di aver in qualche modo contribuito alla creazione dell’Isis. “Le moderne democrazie liberali”, spiegano, “rappresentano un esempio a cui il resto del mondo dovrebbe aspirare”. In altri passaggi propagandano il supporto ad ogni attività che favorisca la caduta di regimi non ancora liberal-democratici. Gente, insomma, che volentieri  ti organizzerebbe una “primavera araba”, per poi lasciarti col cerino in mano di un territorio che esplode nei conflitti. Forte sostegno alle spese militari, securitari, filo-statunitensi, progettano non a caso una modernizzazione ed integrazione della macchina militare europea, sotto il controllo inglese e nel quadro della Nato. Spiegano che “solo gli stati democratici liberali sono veramente legittimati”, ma anche che “l’alleanza con regimi repressivi, temporaneamente, è ammissibile”. In pratica, i falchi dell’occidentalismo, travestiti da agnellini dei diritti umani, la legge sacra con il quale il sistema difende il suo diritto di esistere.

Quanto al report che hanno redatto, invece, si tratta di una raccolta di informazioni in merito ai contenuti ed alla storia ‘politica’ degli oratori di alcuni incontri promossi all’interno degli atenei del Regno Unito, che spaziano dai fervori antigay agli slogan anti-bianchi come “Uccidi il boero!”,  fino a chi parla di “agenda razzista e suprematista bianca”, passando ovviamente per la causa islamica. L’allarme lanciato dal report, del resto, si riscontra facilmente nelle cronache inglesi. Oltre ai numerosissimi arresti legati al terrorismo e all’estremismo islamico, i foreign fighters partiti dal suolo britannico, si potrà anche ricordare l’evento da noi già segnalato all’interno del King’s College svoltosi con la separazione di uomini e donne. Oppure l’arresto di un ex presidente della Islamic Society (stessa organizzatrice dell’evento peraltro) in seguito ad alcune indagini che avevano evidenziato la preparazione di alcuni attacchi. Ecco, quindi, alcuni degli eventi in questione. Il 16 ottobre dello scorso anno, presso la Queen Mary University, si tiene un convegno dal titolo “L’Islam è la causa o la soluzione all’estremismo?”, organizzato dalla Islamic Education and Research Academy, organizzazione già interdetta dallo University College of London nel 2013 dopo aver ospitato un evento su Islam e ateismo in cui la platea era suddivisa per genere sessuale, costringendo dunque le donne a sedere separatamente rispetto agli uomini e viceversa. Hamza Tzortzis, uno dei relatori, aveva in passato affermato che gli apostati dovrebbero essere uccisi, oltre a dichiararsi contro “l’idea di libertà”.

Il 29 settembre, invece, presso l’Institute of Education a parlare è Moazzan Begg, già detenuto a Guantanamo per tre anni, il quale ricopre ruoli di responsabilità all’interno del gruppo Cage, che si oppone alla “guerra al terrore”, spesso a difesa di molti sospetti terroristi. Begg, a Guantanamo, avrebbe ammesso di aver visitato campi di addestramento al confine tra Afghanistan e Pakistan, noti per aver ospitato militanti di Al Qaeda. Da avvocato ha difeso la causa di molti sospettati. Durante l’incontro, a cui partecipava un’associazione che riunisce gli studenti di colore, alcuni hanno accusato il programma inglese per la lotta al terrorismo di esser parte di una strategia razzista per la supremazia bianca. Il 2 novembre, presso la Scuola di Studi Orientali e Africani, ancora Begg è protagonista di un incontro sul tema “Fratelli dietro le sbarre”, accanto a Harris Farooqi, il cui padre era stato condannato nel 2011 per aver preparato atti di terrorismo ed aver incitato a fare altrettanto in alcune pubblicazioni. All’incontro avrebbe partecipato attivamente anche Nicki Jameson, del “Fight Racism Fight Imperialism”, pubblicazione del Gruppo Comunista Rivoluzionario (RCG). Durante l’incontro sarebbe stato distribuito materiale in sostegno di Adel Abdel Bary, condannato nel 2014 per il coinvolgimento nell’attentato ad un’ambasciata statunitense in Africa nel 1998. All’interno dello stesso istituto, tre giorni dopo, un seminario sull’islamofobia, ha visto uno degli oratori, Sufyan Ismail, lamentarsi della criminalizzazione dei cosiddetti foreign fighters che vanno a combattere in Siria.

Presso la London South Bank University, invece, il 13 novembre, Abu Bakr Islam ha partecipato ad un incontro in compagnia dell’ex rapper Muslim Belal, noto attore e sceneggiatore inglese convertitosi all’Islam nel 2002. Nel 2011, Islam sul suo sito aveva incitato a giustiziare i non-musulmani che non pregano e vogliono sposare una donna musulmana. Il 23 novembre, presso la University of East London, l’onnipresente Begg partecipava insieme a Weyman Bennett di “Stand up to racism” ad un incontro che incitava: “Non permettiamo ai razzisti di dividerci. No all’islamofobia”. Il 28 novembre, ancora presso la Scuola di Studi Orientali ed Africani, all’interno di una iniziativa dei “Black Students” della National Union of Students, era presente Julius Malema, figura politica di rilievo del Sud Africa, fondatore del partito Economic Freedom Fighter dopo l’espulsione dall’African National Congress, il partito di Mandela e dell’attuale presidente Zuma, ininterrottamente al potere dal ’94. Malema è considerato un populista che spinge per il conflitto razziale. In occasione delle accuse di stupro rivolte da una donna al presidente Zuma, Malema aveva ironizzato dicendo che la donna doveva aver trascorso bei momenti. Nel 2011 è stato condannato per aver cantato la canzone simbolo della rivolta anti-bianca nel paese: “Spara al boero”. Sogna un Sud Africa senza più bianchi, slogan lanciato in una manifestazione dell’agosto 2011 che ha portato insieme ad altri episodi alla sua espulsione dal partito.

Economic Freedom Fighters (EFF) leader Julius Malema is seen at the protest movement's launch on Thursday, 11 July 2013. The EFF was different to other African National Congress breakaway parties, the expelled ANC Youth League president said at Constitution Hill, Johannesburg."We are not like Agang [SA] and all of them... We have a completely different plan." This plan included the non-negotiable principles of land expropriation and nationalisation of mines, both without compensation. The EFF sought to move away from a discourse of reconciliation to one of justice, Malema said. The EFF would hold a conference in Soweto on July 26 and 27 to work out its policies and manifesto. Picture: Werner Beukes/SAPA

Dunque, al netto dei discorsi ritenuti sospetti dalla Henry Jackson Society per l’anti-femminismo, l’anti-democraticismo, l’anti-liberalismo, la giustificazione degli atti di terrorismo contro le truppe statunitensi ed inglesi, l’antisemitismo, tematiche spesso al centro della propaganda occidentalista, rimane comunque tanta roba. E, soprattutto, alcune conclusioni: ciò che ancora in Italia non avviene con troppa frequenza a causa della minor presenza islamica, sta rivelando nel Regno Unito le modalità di uno sviluppo futuro che da noi si presenta ancora agli esordi, con gli immigrati utilizzati come scudo alle manifestazioni della sinistra. Uno dei dati politicamente rilevanti, infatti, è proprio la vicinanza degli ambienti dell’estremismo islamico con quelli della sinistra. Ciò che avevamo messo in evidenza anche in occasione della manifestazione “Refugee Welcome Here” svoltasi a Londra poche settimane fa. E, non ultimo, il carattere razziale anti-bianco di questo movimentismo che simpatizza con l’estremismo islamico, con tutto il contorno delle associazioni di studenti neri, le stesse che poi fanno campagna per la rimozione dei simboli del colonialismo dai luoghi pubblici, dalla Gran Bretagna al Sud Africa, il cui leader estremista, non a caso, appare tra gli oratori di uno di questi eventi. Insomma, con il massimo garantismo possibile quanto agli arresti e pur al di là dei collegamenti col terrorismo, ciò che troviamo è tutto un mondo variamente ostile all’Europa ed ai suoi popoli che si riunisce per distruggerne i simboli, mentre i benpensanti di casa nostra suggeriscono ciecamente l’integrazione. Non ci illudiamo che, rispetto a tutto questo, l’Italia sarà immune ancora per molto tempo. Il tempo di agire è adesso.

Emmanuel Raffaele, 7 apr 2016

Se questo è giornalismo: il disastro online di “Libero” (e non solo)

liberoSe state leggendo, ci siete cascati. Siete dei perfetti lettori, incolpevoli per carità, della versione online di “Libero”, quotidiano fondato nel 2000 da Vittorio Feltri e ora diretto da Maurizio Belpietro. Infatti, se il titolo del presente articolo lo avessero scelto gli stessi che gestiscono la piattaforma social del giornale di centrodestra, verosimilmente sarebbe stato questo, ovvero, un pessimo esempio di informazione, che noi ci vergogniamo persino ad imitare scherzosamente ed in maniera funzionale. Che i loro titoli sulla versione cartacea non siano esattamente un esempio di equilibrio, è cosa nota. A volte centrano il colpo, a volte esagerano, ma non perdono del tutto la dignità giornalistica. Nella versione online e, soprattutto, nella gestione del profilo Facebook che permette alle notizie pubblicate di circolare più facilmente, siamo invece ad un livello di bassezza professionale insuperabile.

Il caso recente più noto è relativo alla candidata a sindaco di Roma del Movimento 5 Stelle, Virginia Raggi, trattata come uno showgirl qualunque, con titoli inquietanti o semplicemente ridicoli in merito alla sua sensualità in studio da Bruno Vespa. “Sopra così, sotto da urlo. Tacchi, collant, delirio in studio: la candidata M5S Virginia Raggi da Vespa ci va così”, sparano in modo eclatante. E, nonostante le foto a smentirli, parlano addirittura di una eventualmente irrilevante “generosa scollatura” per raccontare di un vestito che, se non copre anche il collo, poco ci manca. Quanto al sotto da urlo, trattasi di una normalissima gonna, che evidentemente nel maniaco autore del trafiletto provoca però grandi sconvolgimenti.

Ma non c’è da farne “un caso”. Il caso, infatti, è un modo di fare giornalismo online che sta sporcando ulteriormente la dignità di fare questo mestiere. E, in questo caso, la dignità di una testata che non sarebbe neanche da buttare.

Bruno Vespa demolisce la sexygrillina Raggi. Il dettaglio imbarazzante su Virginia: ‘Lei dal vivo…’. Uno apre, legge e scopre che di tanto imbarazzante e distruttivo c’è un commento del giornalista televisivo che spiega: “vista dal vivo è minuta, e non fa quella impressione. La sexy candidata? Beh, direi proprio di non esagerare”. In pratica, peraltro, sputtana proprio i loro titoli, ma che importa. Facciamone un altro, tanto non sono i contenuti che contano.

Un giro sul profilo Facebook di Libero e scopriamo uno degli ultimi titoli: “FOTO – La furbata della Javorcekova: vedete questa foto? Ce n’è una tutta nuda, censura fregata”. Acquolina in bocca già dalla foto censurata. Click scontato. La logica dei social funziona così. Ed anziché innalzare il livello, alcuni grandi giornali cavalcano l’onda. Conta fare click, intascare finanziamenti pubblici, appoggiare questo o quello. Con buona pace dell’etica professionale. Il caso di Libero nella sua versione online è un’esagerazione, una strategia precisa che non può definirsi neanche giornalistica. Il problema è più grave, invece, quando è più sottile, quando il titolo farlocco si nasconde tra le colonne ricche di titoli più “affidabili”, quando una non-notizia diventa discussione politica o sociale, quando una notizia, benché inutile, viene ripresa poi da tutti gli altri quotidiani online perché fa letture, quando il titolo non è un titolo, quando il titolo è deviante e la notizia, magari, ben più seria. Capita anche questo e bisogna farci molta più attenzione.

Il vip la impalma, la madre s’infuria. Chi si prende la velina Ludovica (ha 22 anni più di lei)”. Ovviamente, non può mancare il suggerimento: “FOTO”. La gente vuole vedere, vuole il pettegolezzo e Libero come altri ne approfitta per ulteriori click. Da notare la furbata accennata poco fa: il titolo non riassume più la notizia. Si limita ad adescarti. Siete curiosi? E’ Luca Bizzarri, ma per favore non aprite quel link. Perché purtroppo tutto questo non succede soltanto con la cronaca rosa. Scorriamo ancora un po’ Libero ed ecco: “Spifferata dal Colle. La furia di Mattarella: attenzione, Bruno Vespa…”. La notizia che segue effettivamente sconcerta. Per vacuità. Mattarella, forse, si è incazzato con Bruno Vespa per l’intervista al figlio di Riina. Forse. Si dice. Perché nel comunicato laconico ha fatto sapere di non volersi occupare di palinsesti televisivi. “Bin Laden, in una lettera la profezia: ‘Cosa devi comprare per far soldi’ ”. Chiaramente il virgolettato è fittizio, artificioso. Serve a non dare la notizia suscitando però interesse. Un trucco. Bin Laden suggeriva ai suoi di comprare oro. In pochi avrebbero aperto una finestra per leggere una notizia che non promette niente di ulteriormente interessante. Altra notiziona poco più giù: “Ricordate questa Laura Ravetto? Dimenticatela: la svolta radicale in tv. Irriconoscibile”. Cosa sarà mai successo? Si sarà fatta tatuare in faccia il simbolo di Forza Italia, ricostruire il naso per assomigliare a un gatto, rasata i capelli a forma di svastica? No. E’ semplicemente andata dal parrucchiere: “Al tradizionale caschetto biondo e al trucco deciso, la Ravetto ha ormai scelto un look meno aggressivo”. Non sanno cosa inventarsi per fare click. Anzi, lo sanno benissimo: cazzate. “In Transatlantico c’è Enrico Mentana. Occhio, un politico gli fa questa cosetta qui”. Altro titolo stupidamente allusorio, altra notizia non detta, altra notizia inesistente presto svelata all’interno dello scarno articolo: “qualcuno gli avrebbe addirittura fatto il baciamano”. Non è uno scherzo o un’esagerazione. La notizia è davvero tutta qui. In ulteriore “forse”, peraltro anonimo.

Alle elezioni per il comune di Milano qualche sondaggio parla di avvicinamento e possibile pareggio. Secondo Libero si tratta di “un sondaggio che cambia la storia”. Ma il sesso fa visualizzazioni ed è quindi il tema ricorrente: “Herzigova cornuta? Con quale super-vip hanno pizzato il marito: intreccio sconvolgente”. Potremmo parlare della tematica, del titolo ancora una volta col trucco o della notizia come sempre inesistente. Oppure potremmo stendere un velo pietoso e, stando a quanto ci mostra l’analisi di appena tre ore di post di Libero, passare ad altro. Non per fare una rassegna dei principali quotidiani italiani, che si rivelano comunque molto più seri nell’approccio alla rete. Ma giusto per far notare che l’identico insopportabile metodo è utilizzato esattamente da TzeTze, il più utilizzato dai grillini, insopportabile fin nel maiuscolo dei titoli. “E’ TERRIBILE: NOTIZIA APPENA CONFERMATA”, annuncia la pagina Fb. E, sotto un’immagine di papa Benedetto XVI affranto, il titolo, se così possiamo chiamarlo, che ripete: “E’ TERRIBILE, NOTIZIA APPENA CONFERMATA, TUTTO VERO! ECCO COSA…”. La notizia, riportata in una dimensione normale, di per sé, potrebbe anche essere interessante: “Samir Khalil Samir, islamologo e consigliere di Benedetto XVI per i rapporti con l’islam, analizza il ricatto islamista contro l’Europa cristiana, scrive Giuseppe De Lorenzo su Il Giornale”. Ma l’allusione alla tragedia, alla lettura imperdibile fa sicuramente più click. “+++ULTIM’ORA – VLADIMIR PUTIN: CLAMOROSO POCO FA! LA NOTIZIA APPENA ARRIVATA!”. La notizia sono le non-dichiarazioni di Putin sulle cosiddette Panama Papers, nelle quali il nome del presidente russo, tra l’altro, non compare. Più giù, stesso schema, con la foto del calciatore ed il titolo: “+++ULTIM’ORA – IBRAHIMOVIC, NOTIZIA SHOCK POCO FA: IL DOPING, INCREDIBILE!”. La notizia, ripresa da tutti i giornali, è che Uff Karlsson, ex ct della nazionale svedese di atletica leggera, ritiene che l’attaccante, quando era nella Juventus, assumesse sostanze dopanti. Ora, lasciamo stare che si tratta di una opinione e non di una notizia: ma è questo un modo serio di fare i titoli? Prendere in giro i lettori con lanci tipo “MIGRANTI, ALLARME POCO FA: L’ITALIA, CRESCE LA PAURA” per raccontare che l’Austria avverte l’Italia sul probabile raddoppio del numero dei migranti il prossimo anno, francamente, non sembra lo sia.

Sulla bacheca de “Il Giornale” campeggia una foto di Corona con non si sa quale fanciulla: “Ritorno di fiamma per la coppia?”. E sticazzi no? Ma ok, è cronaca rosa magari. Molto più grave invece questo: “I Beckham nel tritacarne mediatico. Incredibile quello che fanno fare alla figlia”. Con tanto di commento: “GUARDA la foto che sta indignando il mondo”. Uno apre e la notizia è una bambina che sbuffa durante la manicure. E’ uno scherzo? Altro che CasaPound come reclamano i paladini della democrazia, chiudiamo un po’ di giornali, verrebbe da dire.

Del resto, è esattamente di virus democratico che si tratta. Adeguarsi al basso, anziché portare in alto i lettori. Dare al pubblico quello che vuole e non quello che serve. E, per forza di cose, servirsi poi di questo meccanismo. Lo specchio della democrazia.

Nel Regno Unito chiudono le acciaierie Tata, dumping cinese sotto accusa

122971-mdPort Talbot, il principale impianto di produzione dell’acciaio nel Regno Unito è ad un passo dalla chiusura, mettendo a rischio circa 4mila posti di lavoro, 9mila considerato anche l’indotto. L’annuncio del gruppo indiano Tata Steel di voler abbandonare ogni investimento in Gran Bretagna rivela una posto in gioco purtroppo molto più alta, che coinvolgerebbe addirittura 40mila operai del settore e potrebbe mettere in ginocchio un’intera regione, il Galles, fulcro della produzione dell’acciaio nel regno di Elisabetta II. Colosso che ha ultimamente mostrato interesse per il gruppo tedesco Thyssen, dal 2007 Tata Steel, dopo aver acquistato la Corus, possiede infatti i più grandi impianti del paese ma, ormai da tempo, la crisi era alle porte: la società cercava compratori da oltre un anno e, appena tre mesi fa, annunciava licenziamenti e chiusure. Soltanto l’impianto in questione, che ha richiesto al gruppo investimenti per circa un miliardo di sterline, ad oggi, è in perdita di 300 milioni di sterline l’anno. E così la decisione finale: se non si trova un compratore, si chiude.

Nel mirino due fattori, spesso concomitanti: il dumping cinese e gli altissimi costi dell’energia. Sul secondo fattore, in particolare, insisteva Matt Ridley ieri sul “Times”, ricordando la chiusura nel 2012 degli impianti di produzione dell’alluminio (settore ora dominato ancora una volta dalla Cina) di Lynemouth soprattutto a causa di costi energetici doppi rispetto alla media europea e non solo. “E’ vero che, nell’immediato, la crisi gallese è causata più dal dumping cinese dell’acciaio a basso costo sul mercato mondiale piuttosto che dal costo dell’energia in sé. Ma la questione è connessa comunque alle politiche climatiche. “La Cina – incalza – ha aumentato massicciamente le sue emissioni negli ultimi anni per far crescere la sua industria pesante”. Secondo Ridley, che d’altra parte riprende le accuse della compagnia stessa che nei mesi scorsi aveva segnalato con forza la questione, le acciaierie subiscono meno l’influenza dei costi dell’energia rispetto alle industrie dell’alluminio ma, anche in questo caso, la presenza di un competitor che non rispetta le regole senza che nessuno faccia nulla per proteggersi rappresenta comunque un fattore di squilibrio se non altro concomitante. E le politiche di riduzione delle emissioni, fin troppo rispettate dal Regno Unito secondo il giornalista, penalizzerebbero ancor di più il paese rispetto ad una Cina che, invece, non sta ai patti.

Motivazioni a parte, come accennato, sul tavolo c’è soprattutto una “vecchia” questione: prezzi troppo bassi che invadono e conquistano i mercati e, sul fronte opposto, un’Europa inerme, che in nome del liberismo si rifiuta di reagire, bocciando a priori ogni tentativo protezionistico. Così come, peraltro, sta facendo esplicitamente anche il governo inglese, nonostante la Cina abbia addirittura incluso proprio l’acciaio prodotto in Galles in una lista di prodotti importabili soltanto pagando un dazio fissato ora addirittura al 46%, mentre l’Europa permette l’importazione di prodotti dalle acciaierie cinesi con un’imposta di appena il 9% sul prodotto. A denunciarlo è sempre il Times che, due giorni fa, in prima pagina, accusava la Cina di aver alzato il prezzo dell’acciaio britannico. Lo stesso premier David Cameron, in effetti, nonostante abbia nel recente passato accolto la Cina nel paese a braccia aperte, è stato praticamente costretto ad esprimere ‘preoccupazione’ al leader cinese Xi Jinping, in occasione del vertice sulla sicurezza nucleare di Washington. “Un’umiliazione per il governo”, commentava Michael Savage a proposito della faccenda. Secondo Stephen Kinnock, deputato laburista, il dumping cinese “ha paralizzato l’industria dell’acciaio inglese negli ultimi cinque anni”. Cameron, da parte sua, si è difeso criticando le soluzioni semplicistiche e puntando il dito contro l’eccesso di offerta del settore, ma non ha comunque spiegato come è possibile che, a fronte di una sovrapproduzione, si aprano i mercati a concorrenti spietati e senza regole come le industrie cinesi. D’altra parte, il governo ha anche escluso l’eventualità di nazionalizzare le acciaierie per evitarne la chiusura ed ha messo in allerta coloro che hanno richiesto aiuti di stato, spiegando che l’Europa, certamente, boccerebbe l’iniziativa in nome della libera concorrenza. Risposta quanto meno tragicomica a fronte di una concorrenza già falsata dalla Cina che, ai bassi costi di vendita, aggiunge anche le alte tasse sulle importazioni. Per non parlare del tabù nazionalizzazioni. Ennesimo esempio di come l’Europa, in economia come nella politica estera, nella sicurezza e nella cultura, per mano di pochi burocrati, si stia di fatto suicidando, subendo senza reagire ogni tipo di attacco esterno.

Emmanuel Raffaele, 5 apr 2016

Regno Unito, sempre più italiani diventano sudditi di Sua Maestà

10-luoghi-da-cui-vedere-londra-dall-alto-09Aumentano del 22% gli italiani che vogliono diventare cittadini britannici. Ma il dato non è isolato. Il numero di richieste dei cittadini europei per avere la cittadinanza inglese – per la quale sono sufficienti appena sei anni di residenza permanente, un test e ben mille sterline – ha infatti subito un insolito balzo in avanti negli ultimi sei mesi dello scorso anno, facendo registrare un +25% in seguito ai timori connessi all’eventualità Brexit. La maggior parte delle richieste, in realtà, arrivano dai cittadini bulgari (+70%), seguiti da ungheresi (+39%), polacchi (+38%), tedeschi (+23%). Ultimi vengono italiani e francesi (+17%).

Complessivamente, negli ultimi tre mesi dell’anno, le richieste sono state infatti ben 5245, mentre nel trimestre precedente si erano fermate a 4179. In particolare, come accennato, le richieste da cittadini dell’est Europa sono passate da 1810 a 2433, numeri certamente inferiori rispetto all’incremento della percentuale italiana e che mostrano una differenza sensibile nell’approccio all’eventualità Brexit e, probabilmente, anche un tipo differente di immigrazione. D’altra parte, soltanto a Londra gli italiani potrebbero superare il mezzo milione, facendo della capitale britannica la città “italiana” più grande al di fuori del nostro paese, superando addirittura Buenos Aires. Stando infatti ai dati non ufficiali (e probabilmente anche abbastanza prudenti) gli italiani ufficialmente residenti a Londra sarebbero 250mila e per ognuno ce ne sarebbe almeno un altro non ancora residente ma qui per lavoro in maniera relativamente stabile. Un tipo di immigrazione che ha registrato un exploit negli ultimi anni e che, probabilmente, è ancora meno “radicata” rispetto agli arrivi da paesi in cui il reddito medio era molto più basso di quello inglese ben prima che in Italia la crisi economica giungesse ai livelli attuali. Resta interessante, in ogni caso, registrare il dato, certi che, a “bocce ferme”, il numero degli italiani in questa speciale e non felicissima classifica non smetterà di aumentare. Altrettanto interessante notare l’impatto della discussione sulla Brexit, soprattutto sui quasi tre milioni di cittadini europei residenti nel Regno Unito, nonostante le autorità inglesi tendano a rassicurare coloro che già lavorano in Gran Bretagna e nonostante l’ipotesi Brexit non sia poi così realistica.