“Cinquanta sfumature di grigio”: ecco perché valeva la pena recensirlo

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«Non di rado la sofferenza fisica nell’amore attrae più della blandizia»
, scriveva giustamente Gabriele D’Annunzio ne “Il piacere”.

Certamente non si sarebbe mai aspettato di vedere questa sua considerazione interpretata sul grande schermo alla maniera dei forse incolpevoli attori Jamie Dornan e Dakota Johnson, protagonisti dello sforzo cinematografico (ci auguriamo non eccessivo) di Sam Taylor-Johnson.

Perché «Cinquanta sfumature di grigio» è, in estrema sintesi, una soap opera travestita da pellicola erotica (pure un po’ censurata), con una sceneggiatura grottesca ai limiti del trash e l’approfondimento psicologico di un cartone animato.

A salvarsi soltanto la fotografia, a tratti la stuzzicante e simpatica scena della trattativa pre-contrattuale al tavolo da lavoro e gli azzeccatissimi – senza ironia – ultimi due secondi del film.

Sarà che a quel punto uno non vede l’ora che l’agonia finisca ed apprezza una chiusura che, inaspettatamente, taglia corto o perché il finale – per fortuna non banalmente lieto – risulta metaforicamente perfetto nella sua rappresentazione, ma si tira un sospiro di sollievo quando, aspettandosi ulteriori banalità, si finisce invece ad apprezzare la scelta tecnicamente più fine in 125 minuti di proiezione.

Vi chiederete, legittimamente: ma, dopo tutto, valeva la pena di recensire «Cinquanta sfumature di grigio»?

Certo, che fosse un film per adolescenti finte alternative o casalinghe in cerca di evasione lo si poteva intuire anche senza vederlo, tant’è che ci siamo risparmiati decisamente il libro e starà a voi valutare eventualmente se le colpe sono da attribuire integralmente alla trasposizione cinematografica (l’impressione, a sentire chi lo ha letto, è proprio questa) o meno. Ma qui vale la regola del Festival di Sanremo: se tutti ne parlano come di un grande evento, allora tocca turarsi il naso ed andare a vederlo, così da poter contrastare con cognizione di causa l’ondata di sopravvalutazione ed interesse nei confronti di un’opera che ha il solo merito di un grande lavoro di marketing.

D’altronde, si tratta di un film i cui temi – trasgressione, rapporto uomo donna, violenza ed eros – sono sulla carta “sociologicamente” rilevanti tanto quanto l’interesse stesso che ha suscitato.

Dunque si, probabilmente, soltanto in questa funzione, ne valeva la pena, anche se, cinematograficamente parlando, era meglio accontentarsi del trailer. In ogni caso, questo è quanto.

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Anastasia Steele, giovanissima laureanda in letteratura inglese, un po’ goffa e ingenua fino all’inverosimile, è ancora vergine (ma questo non lo si scopre subito fortunatamente: la banalità viene diluita nel tempo) ed in sala nessuno si spiega come sia possibile dal momento che per poco non ha un orgasmo appena conosciuto, in occasione di un’intervista, il miliardario Christian Grey e, fattosi più intimo il rapporto, suscita l’invidia di tutte le donne presenti in sala quando comincia ad ansimare forte già al contatto del suo braccio con una corda.

La madre al quarto matrimonio, occhi azzurro cielo, un accenno di lentiggini, Anastasia è il tipico soggetto da favola romantica, eccessivamente Bridget Jones quando cade ai piedi del futuro amato al primo inconsapevole incontro, inetta fino ai confini del surrealismo nell’intervistare un affascinante Grey, dal quale lei, colta studentessa e dipendente di una negozio di ferramenta, si fa intimidire da appena un paio di risposte sensate e un po’ presuntuose messe una dopo l’altra e da quel tocco di arroganza che le fa capire cosa desidera in fondo veramente: un uomo che la tratti male.

«Casta che sogna d’esser puttana», come cantava Guccini, Anastasia finisce così per incarnare il femminismo al suo ultimo stadio, quello del ciclico e inevitabile ritorno all’uomo dominatore ma in forma di farsa, la rivoluzione sessuale giunta al suo momento reazionario.

E non certo per le sei frustate che rappresentano il massimo della trasgressione nel film, per qualche simpatica sculacciata (un po’ di sano spanking non fa male a nessuno) o per la cravatta stretta attorno ai polsi della ragazza che, ad un certo punto, sembra magicamente trasformata, sbocciata e sicura di sé nel desiderio di farsi usare come cavia da laboratorio per il test di una vasta gamma di oggetti più o meno ferrosi da inserire o applicare in ogni dove.

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Farsesco è l’atteggiamento di lui, maschio alfa da copione di serie adolescenziale, con scontati scheletri nell’armadio della sua infanzia che lo hanno trasformato nella bella copia del Grinch o dello Scrooge di Dickens. Abusato da una insaziabile milf fin dalla tenera età di 15 anni, con una madre che si faceva di crack, rappresenta il duro di successo, ma in chiave moderna e mentalmente disturbata, che lo libera da ogni alone idealistico/romantico.

Farsesco è il contratto sulle pratiche sessuali consentite e i particolari da negoziare, che ha quanto meno dimezzato la potenziale carica erotica del film, residuo di una realtà da cui purtroppo, questa volta, non si discosta molto, salvo per il fatto che quando robe del genere vengono mostrate in un servizio delle Iene, nella squallida normalità del quotidiano, suscitano riso e scherno, mentre fanno tutt’altro effetto nella cornice di elicotteri, case ed auto di lusso ed una ricchezza inaccessibile ai più e che rappresenta il vero ingrediente afrodisiaco per donne allo stato brado, attratte da gioielli e potere.

Farseschi sono alcuni dialoghi, che del resto suscitano ilarità in sala: «Farai l’amore con me adesso?», implora la vergine, «Io non faccio l’amore: io scopo, forte», risponde lui con fare da macho, che poi si ritrova a far l’amore più classico lui sopra lei sotto prima di riuscire a incatenarle i polsi soltanto a tre quarti del film.

Farsesca è persino la situazione creata per dar vita all’incontro: una intervista per un giornale studentesco che diventa così importante da dover allestire in un secondo momento un set fotografico apposito per rimediare un’immagine non protetta da copyright, ma a cui lei va al posto della coinquilina (!) del tutto impreparata ed impacciata come fosse una tredicenne, quasi quanto nell’ultima ed improvvisata domanda strappalacrime.

Farsesco è il secondo incontro in ferramenta, tra doppi sensi forzati ed un pathos che scoppia improvviso e contrasta con il formalismo dei dialoghi di pochi istanti prima: «Non sono l’uomo per te» e via ad un tentativo di addio drammatico, che riesce a far sorridere ancora una volta il pubblico.

Farsesca è la banalità che opprime la trama, la chiamata da ubriaca dopo l’addio di un perfetto sconosciuto, l’arrivo da super-eroe ossessivo-compulsivo, l’amico sfigato e premuroso che lei reputa un fratello a tal punto che quasi prende le botte da lui senza motivo senza che lei abbia nulla da ridire.

Farsesca è la completa assenza di personalità di Anastasia fino alle ultime scene: «Non c’è niente di interessante da sapere sulla mia vita», esordisce novella Cenerentola, con voce rotta da un perenne senso di inadeguatezza.

Triste è constatare l’innaturalezza e l’artificialità di una pretesa trasgressione che poi trasuda moralismo e romanticismo represso da tutti i pori: «So quanto può spaventare, avevo paura anche io all’inizio», confessa ad esempio lui a lei che pare cadere sempre dalle nuvole (probabile sia sfuggita l’ambientazione negli anni Trenta).

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«Nel Kama-sutra di Vatsayana»scriveva Evola in “Metafisica del sesso” già nel ’58, «a parte una considerazione dettagliata della tecnica dei morsi, dell’uso delle unghie e di altri accorgimenti dolorosi nell’amore […], è interessante l’accenno ad un possibile effetto erotogeno-magnetico oggettivo provocato dalla vista dei segni corrispondenti rimasti sul corpo».

Ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, d’altronde, anche Kundera scriveva: «L’amore fisico è impensabile senza violenza».

Niente di nuovo, dunque, se non fosse per lo strato di modernità che ha ricoperto secoli in cui eventuali pratiche simili non necessitavano di noiosi contratti e preparativi, spiegazioni e negoziazioni e non sconfinavano nel disturbo mentale.

«E’ interessante notare», scrivevamo infatti in un vecchio articolo («L’attrazione erotica come conquista e violazione», https://rivoluzioneromantica.com/2013/10/01/lattrazione-erotica-come-conquista-e-violazione-lerotismo-di-kali/), «come il tema in effetti ritorni molto spesso nella letteratura, a conferma di questa latenza implicita e che, si badi, solo in quanto latenza rimane nell’alveo di quell’equilibrio dinamico di cui sopra», equilibrio che è rappresentato da un «conflitto misurato», simbolico, in cui  «ogni feticismo non è altro che l’estremizzazione di una latenza comunemente e normalmente presente».

Una latenza necessaria all’Eros che è essenzialmente conquista, ma che non è paragonabile al feticismo disturbato stile Peppe Fetish da Napoli nei video in cui annusa piedi femminili, estremizzando la latenza rappresentata dal naturale potenziale erotismo del piede femminile e trasformandosi ovviamente in un fenomeno da baraccone del web.

Il confine non è mai la morale, pertanto un confine in quanto tale non c’è. E’ sempre, come in ogni cosa, una questione di naturalezza, senso del ridicolo ed autenticità. Se la trasgressione diventa consapevole, regolata, ricercata, studiata e razionalizzata, ha già perso gran parte della sua trasgressività. La trasgressione meno scenica e pensata, più selvaggia e divertente, succede e basta e quasi sempre non è fine a se stessa.

A Milano il cardinale Onaiyekan: “Boko Horam uccide anche mussulmani”. Ma il martirio cristiano non meritava il silenzio

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«Verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me». Giovanni 16, 2-3.

Potrebbe apparire secondario, ma non fu l’ateismo, l’ignoranza o la cattiveria in una delle sue forme più stereotipate ad uccidere Gesù Cristo. A volerne e chiedere insistentemente la condanna a morte per crocifissione fu, al contrario, l’integralismo ebraico e, dunque, l’integralismo religioso, che d’altronde è l’oggetto principale degli attacchi del profeta del Cristianesimo nei vangeli canonici.

«Risposero i Giudei: ‘Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio’». (Gv 10, 33).

Come abbiamo visto, in effetti, quando Gesù Cristo profetizzava la persecuzione dei cristiani, in seguito alla persecuzione che Egli stesso subiva, il riferimento al fanatismo religioso è esplicito.

Ecco perché l’incontro avvenuto due giorni fa nel Duomo di Milano con il cardinale ed arcivescovo di Abuja, capitale della Nigeria, John Olorunfemi Onaiyekan, è stata probabilmente un’occasione mancata per parlare del martirio dei cristiani nel paese africano, perseguitati per la loro fede dagli estremisti islamici del gruppo di Boko Haram che, letteralmente, si traduce come proibizione della formazione e cultura occidentale in quanto falsa e peccaminosa.

Una considerazione sincera che non nasce certo dalla pur ovvia attenzione “giornalistica” per la cronaca, né dalla rilevanza politica della questione o da una giustificata volontà di condivisione e dall’interesse per la situazione da parte dei fedeli nella medesima Chiesa e dunque comunità che, in Nigeria, vive sotto attacco. La considerazione, in realtà, viene spontanea proprio in considerazione dalla centralità che ha il martirio nella storia, nella fede e nella tradizione cristiana e del quale proprio Gesù Cristo, torturato ed assassinato per motivazioni religiose, è in effetti il primo martire.

«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me» (Gv, 10, 18).

Ecco perché l’incontro del settantunenne cardinale nigeriano con la città di Milano, risoltosi con una – poco approfondita quanto surreale, viste le circostanze – lezione di storia dell’Africa, della Nigeria e del proselitismo cristiano in quelle terre, avrebbe potuto probabilmente lasciare molto di più dal punto di vista della testimonianza “religiosa” a tutto vantaggio anche di quella “laica”.

E, invece, delle sofferenze dei cristiani – che peraltro nel paese non sono certo una minoranza rappresentando circa la metà della popolazione – semplicemente non c’è traccia, testimonianza o racconto. Neanche un accenno alle cronache ma soltanto qualche dichiarazione generale pur condivisibile su Boko Haram a margine dell’incontro, introdotto dal cardinale ed arcivescovo di Milano Angelo Scola.

Eppure le premesse sembravano buone: «per noi, figli di un Dio incarnato, il quotidiano è un piano imprescindibile», ha esordito il cardinale creato da Benedetto XVI.

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«Come in Iraq e Siria c’è l’Isis, nel Maghreb c’è Al Qaeda e da noi c’è Boko Haram: è lo stesso fanatismo, la stessa ideologia violenta di una pericolosa minoranza», ha spiegato. «Boko Haram», ha infatti proseguito in seguito, «non rappresenta la comunità islamica nigeriana, che condanna le violenze. E, forse, uccidono più mussulmani che cristiani, dal momento che agiscono in zone a maggioranza mussulmana».

«Non nego che ci sia una persecuzione dei cristiani», aveva del resto dichiarato in una intervista di Gian Micalessin per Il Giornale, «nego che i Boko Haram uccidano solamente i cristiani. Hanno ucciso imam e musulmani. E distruggono tutte le moschee in cui si predica qualcosa che non va bene a loro».

Un approccio del tutto diverso, ad esempio, da quello del vescovo luterano Nemuel A. Babba che, a fronte di oltre cento chiese attaccate in sei anni, sostiene:  «I cristiani sono in maniera specifica presi di mira da Boko Haram. Questo non significa negare che i musulmani vengano attaccati e uccisi, ma i cristiani soffrono le perdite più alte», spiegando anche come «la presenza di questo gruppo militante ha eroso la fiducia fra cristiani e musulmani» anche a causa della difficoltà, per un cristiano, di capire molti mussulmani  dicano «la verità sul volersi sbarazzare di Boko Haram. Dinamiche simili avvengono nel governo, nei partiti politici e nelle forze armate».

Più simile a quella del cardinale, invece, è la lettura del missionario comboniano Elio Boscaini, voce storica della rivista Nigrizia, che dichiarava su Panorama: «Boko Haram non riconosce neanche le autorità tradizionali musulmane in Nigeria e ormai le considera traditrici, quasi al pari dei cristiani e del governo centrale».

«Certo», tornando all’incontro all’interno della cattedrale meneghina ed alle parole del presule, «i mussulmani moderati non possono più limitarsi a prendere le distanze: solo loro possono parlare ai mussulmani di Boko Haram, che non ascolterebbero mai un cristiano. E sono quindi loro che hanno il dovere di dirgli che ciò che fanno è contro l’Islam».

Rifiuto dello scontro di civiltà, dunque, e forte responsabilizzazione della comunità islamica nigeriana nella soluzione della vicenda: questa, in sintesi, la posizione di SE Onaiyekan, che mostra soddisfazione e tiene molto a sottolineare il rigetto crescente della comunità islamica nei confronti del fanatismo religioso (ricordando anche un partecipato incontro in Giordania alla presenza di re Abdullah II, a sua volta impegnato contro l’Isis), ma anche la collaborazione dei capi religiosi nigeriani nell’affrontare la questione e del mondo arabo in generale che sta tentando di dare anche una risposta teologicamente fondata.

«Ci sono molti tentativi di autocorrezione in corso e, seppur siano poco pubblicizzate in Occidente, noi cristiani dobbiamo apprezzarli», ha esortato.

Un tono certamente meno aspro di quello usato nelle ore precedenti l’incontro, di fronte ai giornalisti che lo incalzavano sul tema: «Anche se un padre ha un figlio che diventa ladro, non potrà mai negare che è suo figlio», aveva detto in conferenza stampa in una sorta di legittima riproposizione della dialettica Brigate Rosse – Partito Comunista Italiano.

«Dico sempre ai miei amici musulmani che loro devono accettare di essere responsabili di questa gente», aveva aggiunto alzando poi ulteriormente i toni: «Io dico sempre che non basta condannare Boko Haram, perché che cosa insegna l’islam nelle sue scuole in Nigeria? A non rispettare le altre religioni. Se questo è il discorso normale, se i bambini crescono così, poi è chiaro che si crea un terreno fertile per l’emergere di Boko Haram o dell’Isis o di al-Qaeda. Il problema, quindi, non è solo Boko Haram ma l’atteggiamento dei musulmani in generale, che non rispettano le altre fedi. Come è emersa questa ideologia mondiale? Questo i musulmani devono chiederselo per porvi rimedio».

«Molti musulmani oggi», aveva del resto dichiarato a Il Giornale, «si formano seguendo un’idea religiosa molto intollerante. Dal loro punto di vista l’Islam è l’unica religione giusta, frutto degli insegnamenti e della predicazione di un Profeta superiore a tutti gli altri. Secondo queste convinzioni il volere di Allah deve valere per tutta l’umanità. Questo modo di pensare equivale a sostenere che qualsiasi altra religione è falsa. Infatti molti musulmani accusano noi cristiani di non essere più monoteisti, ma triteisti. Quanto viene insegnato nelle madrasse (scuole coraniche) e nelle mosche è il vero problema. Anche se bisogna ricordare che alcuni gruppi di cristiani nutrono lo stesso atteggiamento verso l’Islam».

Affermazioni anche queste condivisibili, se non fosse che il cardinale stesso ricorda, anche nell’incontro coi milanesi: «sia il Cristianesimo che l’Islam sono caratterizzati dalla pretesa universalista». Del resto, non è certo dell’Islam il monito «extra Ecclesia nulla salus« («nessuna salvezza fuori dalla Chiesa») o la pretesa che il proprio profeta sia superiore agli altri visto che, anzi, tutto il contrario.

E sulla gestione politica della vicenda arriva un’altra esortazione, stavolta più spicciola, che sa di accusa (legittima) al governo nigeriano guidato dal presidente cristiano Goodluck Jonathan: «L’ideologia di Boko Haram si sconfigge con la teologia e non soltanto con la forza ma il governo deve comunque fare il suo lavoro e rispondere con le armi agli attacchi». «Noi abbiamo i mezzi, i soldi e le armi, ma fino ad ora ci è mancata la volontà politica», ha sancito Onaiyekan, che ha fatto anche sapere di non fidarsi molto dell’utilità della comunità internazionale e di non auspicare un intervento di questo «strano animale» che si muove «solo per interessi personali».

«Se ti trovi davanti un Boko Haram», chiarisce giustamente al quotidiano fondato da Montanelli, «come pensi di fermarlo con un Ave Maria? O con l’acqua santa? Loro sono armati, pronti a sparare e ad ammazzare persone innocenti. Chiedere di fermarli è in linea con il principio morale cattolico che impone di fermare un aggressore ingiusto».

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Analoghe critiche ai governi che si sono succeduti giungono, del resto, da diverse parti: «sotto la presidenza Obasanjo, tra il 1999 e il 2007, non è stato fatto niente per avvalorare certi principi costituzionali di laicità quando Stati federali come Zamfara (attualmente nella zona controllata da Boko Haram, ndr) hanno decretato l’applicazione della sharia», ricorda Wole Soyinka, scrittore nigeriano e Nobel per la letteratura nell’86, intervistato da Le Journal du Dimanche.

In effetti, il governo, che ora promette un’operazione di “pulizia” in sole sei settimane, complici forse le elezioni alle porte, si è rivelato del tutto (forse “consapevolmente”) inetto.

In occasione della strage nel villaggio di Izghe, nello Stato del Borno, in cui almeno 106 persone sono state uccise al grido di «Allah è grande» con coltelli, machete e armi da fuoco, in cui sono stati saccheggiati magazzini e depositi ed incendiate le case, da parte dell’esercito, scriveva Repubblica già agli inizi dell’ano scorso, «Nessuna resistenza, nemmeno un poliziotto o un soldato nel villaggio, nonostante gli ultimi giorni siano stati scanditi da eccidi e decine di morti nella zona. E nonostante la “guerra” dichiarata dal presidente cristiano Goodluck Jonathan a Boko Haram e la costituzione di milizie armate di autodifesa, in cui sono entrati anche musulmani moderati, da affiancare alle forze di sicurezza».

Ma senza andare troppo indietro, l’assenza di una risposta forte si è percepita chiaramente anche nel gennaio scorso in seguito al massacro di Baga, che Amnesty International ha definito come il «più sanguinoso nella storia di Boko Horam». «Jonathan», scrive Jeune Afrique, «è andato in visita a Maiduguri, il capoluogo dello stato di Borno, il 15 gennaio, dodici giorni dopo l’inizio» della strage. «Non ha detto una parola. Eppure era già cominciato da quattro giorni quando i fratelli Kouachi hanno fatto irruzione nella redazione del settimanale francese» Charlie Hebdo, in seguito al quale il presidente si era invece affrettato ad inviare alla stampa un comunicato per esprimere la sua solidarietà e il disprezzo per il gesto.

Del resto, continua la giornalista Rémi Carayol, «Baga è stata difesa solo dalle milizie di autodifesa, mentre i soldati dell’esercito sono scappati via abbandonando le armi».

Una inefficienza dimostrata dal controllo territoriale degli estremisti: «il gruppo jihadista controlla quasi 150 chilometri di confine con il Niger, un’ampia parte delle rive del lago Ciad e quasi duecento chilometri di frontiera con il Camerun». «Dopo aver fatto scorta di armi in Libia e Sudan», aggiunge nella sua traduzione l’Internazionale (che all’argomento ha dedicato la copertina e un approfondimento nell’ultimo numero), «attraverso il Ciad, i miliziani prendono quello che gli serve nelle caserme dell’esercito nigeriano, che stanno cadendo una dopo l’altra. Il gruppo ha a disposizione carri armati, veicoli blindati, centinaia di pick-up, pezzi d’artiglieria e forse perfino armi antiaereo».

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Fondato nel 2002 a Maiduguri dal predicatore Mohammed Yusuf, Boko Horam ha iniziato la sua ascesa e radicalizzazione dal 2009, dopo la morte del fondatore e, da allora, con un incremento a partire dalla rielezione del presidente nel 2011, si stimano tra i 13mila ed i 30mila morti ed un milione di sfollati in seguito ai suoi attacchi.

E secondo alcune stime, ben 30mila sarebbero i combattenti sui quali l’organizzazione può contare per affrontare la forza congiunta dell’Unione Africana formata da soldati di Nigeria, Camerun, Benin e Ciad che dovrebbe arrivare a circa 8mila uomini.

E’ così che il gruppo, in base ad alcune stime secondo per numero di vittime solo all’Isis dal 2014 ad oggi, distintosi per crudeltà quando usò una bambina di otto anni come kamikaze, autore del tristemente famoso rapimento di duecento liceali cristiane poi vendute o costrette al matrimonio, si appresta ora a conquistare la città in cui è stato fondato, mentre la maggioranza della popolazione in Nigeria non dispone di acqua corrente ed elettricità, il governo lascia il paese in balìa delle società petrolifere, mentre le elezioni metteranno di fronte l’attuale presidente ad un ex militare, Muhammadu Buhari, 72 anni contro u 57 del presidente in carica, che su Boko Haram, lui che proviene dal nord mussulmano, in passato pare si sia distinto per ambiguità, nonostante ora ne prometta lo sbaragliamento dall’alto del suo dubbio diploma di scuola elementare.

Questo è il paese del quale il cardinale John Olorunfemi Onaiyekan – che pur propone un’analisi condivisibilissima ed imparziale, lucida e non certo funzionale alla logica occidentalista – avrebbe forse dovuto portare una testimonianza più netta, più alta, più cristiana o semplicemente più autentica, anziché raccontarci in versione Wikipedia ridotta la fiaba dell’evangelizzazione del suo paese nei secoli o la squallida competizione per le anime tra le diverse comunità cristiane (oltre che con l’Islam), cadendo per giunta nella contraddizione di ergersi a paladino dell’anticolonialismo salvo poi benedire l’avvento, grazie ad esso, del Cristianesimo, e raccontandoci pure la balla della maggioranza cattolica all’interno della comunità cristiana, smentito dai dati ufficiali.

LEI DISSE SI

lei disse siLei disse si. Ad un’altra donna. E la proiezione in anteprima, per la decima edizione del Biografilm Festival 2014, è un misto di applausi progressisti e commossi pianti nuziali che regalano alla regista Maria Pecchioli il premio della giuria per la categoria «Italia».

«Lei disse si», infatti, è il documentario che, dal 21 ottobre, racconta, in una ventina di cinema italiani per poco più di un’ora, la storia di Ingrid Lamminpää e Lorenza Soldoni (toscane con origini svedesi nel primo caso), felicemente spose in terra scandinava nel giorno del solstizio d’estate 2013.

«La rivoluzione a colpi di bouquet è appena cominciata», annuncia il sottotitolo di una pellicola presentata a Milano il 25 novembre appena trascorso con la partecipazione della Pecchioli, che su cinemagay.it in proposito osservava:  «il matrimonio ha una struttura borghese, ma in questa nuova chiave ha in sé il germe dell’uguaglianza e, quindi, è rivoluzionario».

«E’ importante», aggiungeva, «costruire un immaginario sul matrimonio tra due persone dello stesso sesso».

Ma il tentativo, per certi versi, non è il massimo, visto che a sposare Lorenza ed Ingrid è la versione in carne ed ossa del Capitano McAllister dei Simpson, con tanto di occhiali da sole e furgoncino con réclame: «officiante di matrimoni». Forma decisamente trash per una cerimonia a dir poco scarna, priva di emozioni, con tanto di «gimme five» a sigillare l’unione.

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Encomiabile, d’altra parte, l’atteggiamento delle due spose, che non si vestono di retorica omosex o vittimismo, donando tutto sommato gradevolezza ad un documentario che, nato da un video blog e finanziatosi sul web, ci parla di una storia semplice, che suscita simpatia quanto le due protagoniste, ironiche e sfrontate come «madrepatria Toscana» comanda.

Nessuna mascherata, problemi di coppie come tante, fidanzamenti, la paura dell’ufficialità, i parenti, la torta di nozze, il vestito da sposa. Tutto molto normale e nessuna enfasi nel racconto.

«Hanno trasmesso il senso del matrimonio che molti etero hanno perso», osserva Milena Cannavacciuolo, fondatrice del blog «Lez Pop» («La cultura pop in salsa lesbica»), in occasione della proiezione milanese, azzeccando probabilmente in pieno l’analisi.

Mentre la stylist commenta: «il timore è che la comunità gay si imborghesisca e prenda una piega tradizionalista».

Ma, al di là degli aspetti ideologici e di costume, dei «pro» e dei «contro» aprioristici, che ciascuno sia libero di stare con chi gli pare e di renderlo (anche legalmente) ufficiale è un fatto di libertà che non dovrebbe esser messo in discussione. Nel concreto dei diritti e doveri che da quell’unione nascono risiede invece il nocciolo della questione.

Nel momento in cui nuove unioni legali vengono introdotte nel sistema, è naturale ripensare a tutto ciò che ha un costo in termini economici, tanto per lo Stato (es. reversibilità di trattamenti pensionistici) quanto per il singolo (es. mantenimento) o terzi (es. ferie) e riflettere sull’origine o motivazione di queste concessioni, tanto per i matrimoni tradizionali quanto per le eventuali unioni civili.

Emmanuel Raffaele

Van Gogh a Palazzo Reale: il pittore contadino

van-gogh-Paesaggio-con-covoni-di-grano-e-luna-crescenteLuci basse. Soffuse. Toni scuri. Pochi colori. Il van Gogh che non t’aspetti a Palazzo Reale. Le colorazioni vivaci sono ancora di là da venire. Una lunga fila sotto la pioggia, coda di ombrelli. Il Duomo di Milano, a pochi metri, restituisce maestosità. L’allestimento regala intimità. Il silenzio dona concentrazione. Il volto di un pescatore segnato dal tempo e dalla fatica. Contadini ricurvi. L’uomo e la terra. “Nidi umani, quelle capanne nella Brughiera e i loro abitanti”. Emozionano l’artista e chi guarda. Fingono raccoglimento. Forse lo auspicano. E’ ricerca del vero nella terra. “Se si vuole crescere bisogna affondare le radici nella terra”. Vita rurale ed insegnamenti esistenziali. “Imparare la pazienza guardando il grano salire lentamente”. Ma ogni idealizzazione è assente. La rappresentazione non é idilliaca. C’é realismo. Quella ricerca costante del vero che non gli fa amare troppo gli impressionisti né l’appellativo di ‘simbolista’. La sua pittura è tributo al lavoro. Alle mani callose. Sacro rispetto della fatica. “Un quadro di contadini non deve diventare profumato”. Finché, in chiusura, un cielo immenso si prende la scena. Diviene quasi unico protagonista. Esplode di colori, mentre la luna si appresta a riempirlo illuminando un campo di grano. E’ l’estasi visionaria del pittore olandese. L’omaggio del firmamento alla vita contadina. Ai covoni di grano depositati quasi come su un altare.

La tecnica é tutt’altro che omogenea. A tratti ingenua, semplifica troppo. A volte più esperta e fedele disegna emozioni. Jean Francois Millet, sua fonte d’ispirazione pittorica, è presente nei temi, non nel tratto, tutt’altro che delicato, quasi sempre brutale, secondo una definizione che ritorna spesso.

Una pittura integrale. Traspare l’animo. Forse la sovrasta. L’umiltà di una ricerca costante. Di uno studio continuo della tecnica.

E’ un Vincent bambino, capriccioso, folle, disordinato, illuso.

“Non posso farci niente se i miei quadri non si vendono. Verrà il giorno, però, in cui la gente capirà che valgono più del costo del colore e della mia vita, alla fine molto misera, che ci stiamo investendo”.

Un pittore bambino, un pittore contadino che, forse per caso, forse no, forse per la sua riconoscibilità, è diventato uno dei pilastri dell’ arte figurativa contemporanea. Anche se il segreto, probabilmente, è osservare un suo dipinto come se avesse appena raccolto la sua tela, i suoi pennelli, lì tra i campi, ad opera appena compiuta. Lì è il vero, lì è anche il vero van Gogh che, di là dal mito divenuto, egli auspicherebbe scorgessimo.

CALL CENTER: QUI GIACE IL DIRITTO – Nuovo caso in provincia di Catanzaro

call-centerLo scandalo è che in termini di legge lo scandalo non c’è, poiché si scrive “contratto di collaborazione a progetto”, ma si legge “carta straccia”.

A darne l’ennesimo esempio una società di Catanzaro lido nell’ambito dei call center che, nella primavera scorsa, conclude le selezioni per un piccolo centro a Marcellinara. Gli operatori sono pochi, il numero esiguo, del resto, protegge dallo scalpore. La gravità dei fatti, però, non è una questione di cifre. Poiché i cinque operatori contrattualizzati per un anno e dieci giorni a partire dal 21 maggio 2014 per i servizi di vendita telefonica dopo circa venti giorni di lavoro, vengono mandati ufficiosamente a casa. Temporaneamente, riferiscono dall’azienda ai lavoratori, senza fornire motivazioni ufficiali. Temporaneamente ma senza alcuna notizia ormai da circa tre mesi, con il sospetto più che fondato che la pausa possa diventare definitiva e la consapevolezza che consultare un sindacalista sia una prassi ormai inutile, considerato il tipo di contratto.

Una situazione, insomma, che segna l’inesorabile fallimento del modello di flessibilità che i vari Marchionne ci propinano come nuovo mito del progresso: lavoratori che, sulla carta, per contratto, sono definiti alla stregua di liberi professionisti, che prestano la propria collaborazione “in piena autonomia e senza alcun vincolo di subordinazione”, senza far “parte dell’organico della società” che, per parte sua, non può “esercitare alcun potere disciplinare o direttivo” nei confronti del lavoratore, il quale “non dovrà in alcun modo ricevere disposizioni dal personale della Società”, con una “autonoma gestione delle fasi del programma a lui affidate”, nessun “assoggettamento ad un orario di lavoro” ed il libero utilizzo, negli orari di apertura, delle strutture della società dedicate a Marcellinara. E che, ovviamente, in caso di malattia o infortunio, restano sospesi “senza alcun obbligo di compenso”.

Senonché la realtà, per chiunque conosca direttamente o indirettamente il mondo dei call center, è ben diversa e, a fonte di contratti simili, gli obblighi reali sono tutti per l’operatore ed i vantaggi soltanto per la società, che dispone di un potere ‘contrattuale’ sproporzionatamente maggiore rispetto al lavoratore, il quale nella realtà dei suoi doveri è un dipendente a tutti gli effetti, con tutte le conseguenze del caso, salvo non avere i mezzi per pretendere uguali garanzie.

È questa, dunque, l’ipocrisia di un diritto che, diventato mera burocrazia, ha perso di vista la sostanza, pure ugualmente importante nella sua teoria. Perciò è senz’ altro vero che, se la vittima di questo assurdo gioco è proprio la certezza del diritto (ancor più del concetto di lavoro fisso che, in prospettiva, conta anche meno), imputabile politicamente non è certo chi di questi strumenti legislativi si serve, chi sfrutta a proprio vantaggio le possibilità offerte dalle norme.

Sul banco degli imputati è, invece, il legislatore, i nostri parlamentari, la nostra casta che queste norme e forme contrattuali criminali le crea. E, forse, anche la casta più forte dei magistrati, che evidentemente non preme troppo sull’ uso improprio di contratti simili, che definiscono rapporti di lavoro e di forza del tutto differenti da quelli reali e da quelli normalmente esistenti in alcuni tipi di lavoro. Lavoratori autonomi a cui la società ha, tra i pochi obblighi, pur sempre il dovere di fornire “dati tecnici e commerciali, notizie, informazioni o quanto altro necessario all’ ottimale svolgimento dell’attività”, salvo disporre dello strumento di ricatto più forte, quale la possibilità di concludere unilateralmente il rapporto di lavoro senza dover fornire alcuna causa, “anche qualora il programma non sia stato completato, fornendo apposita disdetta da comunicarsi al collaboratore a mezzo di raccomandata”, con un preavviso di 7 giorni.

E’ qui che giacciono il diritto, il lavoro e la giustizia dei tribunali.

Emmanuel Raffaele, “Il Garantista”, 12 set 2014

«TTIP»: OLTRE IL COMPLOTTISMO – Scure sulla piccola e media impresa

eu-usLA NOTIZIA è passata quasi inosservata su televisioni e giornali. Qualche flash ma nessun approfondimento, niente che crei consapevolezza su un trattato che darà vita alla più grande area di libero scambio al mondo: il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) che sta già scatenando i complottisti del web.

I complotti e i segreti, però, non sono poi così tanti.
«Portatori d’interesse» che «operano su base volontaria e gratuita», spiega il sito della Commissione Europea. Lobbisti, dunque che trattano per ridurre ulteriormente le barriere tariffarie ma, soprattutto, per ridurre le barriere non tariffarie. Normative e regolamenti statali che limitano o negano l’accesso al mercato di un prodotto proteggendo il mercato interno.

La discussione va avanti dallo scorso anno, col permesso del governo Letta. L’ultimo incontro a maggio, ad Arlington (Virginia, Usa), a ridosso delle elezioni europee. Usa e Ue, rappresentate da Dan Mullaney ed Ignacio Garzia Bercero, contano di concludere i lavori entro la fine del 2014, anche se molti parlano di fine 2015.
Al centro del dibattito: accesso al mercato per i prodotti agricoli e industriali, appalti pubblici, investimenti materiali, energia e materie prime, misure sanitarie e fitosanitarie, servizi, diritti di proprietà intellettuale, imprese di proprietà statale.

Liberismo oppure no: i pro e i contro stanno tutti qui.
Non in qualche oscura misura che affamerà d’un tratto popoli e imprese, ma nel suo liberismo estremo: qui sta l’imbroglio del Ttip, che non è un punto di non ritorno come Gatt e Wto, ma è senz’altro l’ennesimo stadio della globalizzazione. È per questo che considerare l’accordo una sorta di «Nato economica», magari in funzione anticinese, come hanno fatto in molti, tra cui il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero, vuol dire sminuirne il significato più ampio.

Usa ed Europa, spiega il dipartimento italiano dell’American Chamber of Commerce, «rappresentano circa il 50 per cento del PIL mondiale e il 30 per cento degli scambi commerciali» e con questo accordo «l’export europeo verso gli Stati Uniti dovrebbe aumentare del 28,03 per cento (circa 187 miliardi di euro) mentre quello americano verso la Ue del 36,57 per cento (159 miliardi di euro)». In sintesi: più prodotti americani in Europa, maggiore concorrenza per le stremate imprese europee, ulteriori vantaggi soltanto per chi è già forte nelle esportazioni come la Germania, spinta al ribasso per salari e diritti in nome della produttività.

«Un’opportunità per tutti», titola Limes che però ammette: «Non va fatto troppo affidamento su queste stime, in quanto è molto difficile calcolare ex ante l’impatto di tale accordo», riferendosi alle stime ottimistiche che rimbalzano sui giornali di settore come il Sole 24 Ore. Sottolinea in effetti Il Manifesto: secondo «l’analisi del più recente studio finora realizzato sul Ttip, a cura dell’Öfse, uno dei più autorevoli centri di ricerca austriaci […] gli aumenti in termini di Pil e di salari reali, secondo i quattro paper sopracitati, vanno dallo 0.3 all’1.3 per cento nel corso di un “periodo di transizione” di 10-20 anni. Anche prendendo come valide queste stime, stiamo parlando di una crescita annuale che va dallo 0.03 allo 0.13 per cento l’anno. Briciole».

Inoltre, «per quanto riguarda l’impatto del Ttip sul volume degli scambi commerciali, l’Öfse riconosce che è prevedibile un  aumento delle esportazioni dell’Ue nel suo complesso, ma sottolinea che a beneficiare di questo incremento saranno soprattutto i grandi gruppi industriali, a scapito delle Pmi». Infatti, «secondo i dati forniti dall’ Organizzazione mondiale del commercio le imprese italiane che esportano sono 210 mila, ma sono le prime dieci che detengono il 72 per cento delle esportazioni nazionali e che dunque beneficeranno maggiormente del Ttip. Gli autori, inoltre, prevedono che l’ingresso di prodotti statunitensi a basso costo sul mercato europeo ridurrà notevolmente il commercio intra-europeo (addirittura fino al 30 per cento)».

Come volevasi dimostrare.

La risposta alle interpellanze parlamentari dell’ex sottosegretario – oggi vice-ministro – per lo sviluppo economico, Claudio De Vincenti, è stata piena soltanto di slogan. A rivolgersi al governo, nel novembre scorso, sono Luis Alberto Orellana, senatore ex Movimento 5 Stelle, e la «cittadina» Tiziana Ciprini, che argomenta in maniera raffinata: «gli USA fanno già parte dell’American Free Trade Agreement (NAFTA) e del Central America Free Trade Agreement (CAFTA) e hanno già avviato i negoziati per due nuovi accordi: la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con l’Unione europea e la Trans Pacific Partnership (TPP) con vari paesi dell’Asia; grazie a questi trattati gli USA si troveranno al centro di una vasta zona di libero scambio che renderà vantaggioso per le aziende estere spostare la produzione negli Stati Uniti, sia per alimentare l’enorme mercato interno, sia per riesportare in tutti quei Paesi che hanno accordi di libero scambio con gli USA».

Si tratta insomma di gettare il nostro tessuto produttivo, formato da piccole e medie imprese, in mano agli squali multinazionali. Lo chiede l’Europa.
Fra parentesi: cosa si farà per la questione Ogm, consentiti negli Usa ma non qui da noi?

«Alcuni dei guadagni», spiega Michael J. Boskin, della Stanford University e già collaboratore di G. Bush, «possono andare a scapito di altri partner commerciali. Anche all’ interno di ogni Paese, nonostante gli utili netti, ci sono alcuni perdenti».
Il sospetto è che i perdenti non saranno di certo gli Usa, che i conti in tasca, al contrario nostro, sanno farseli bene. Liberisti che salvano banche di fatto stampando moneta, ben avviati verso la ri-manifatturizzazione con buona pace dei vantaggi comparati: «Il rimpatrio degli investimenti americani dalle aree un tempo considerate ad alto vantaggio comparato è già in corso e raggiungerà presto percentuali che vanno dal 20 al 35 per cento», osserva Confindustria in uno studio sul Ttip.
Il mercato degli appalti pubblici statunitensi, evidenziano del resto gli industriali, «è aperto alle imprese europee soltanto per poco più del 30 per cento, con regole diverse a livello federale e statale, un’applicazione non uniforme dell’accordo WTO sugli appalti pubblici, clausole “Buy American” ed altre restrizioni». Non che gli Usa non abbiano sottoscritto l’accordo Wto sugli appalti pubblici, ma ben «13 Stati non sono coperti da queste disposizioni e gli altri 37 lo applicano in maniera disomogenea».

Senza contare la normativa federale che «impedisce a compagnie aeree straniere di acquistare compagnie aeree americane», il «Jones Act» che «impedisce alle imbarcazioni non costruite negli US di operare tra porti americani», i dazi antidumping del 15,45 per cento sulla pasta italiana, il contingentamento per i formaggi di latte vaccino, il divieto di importazione di mele e pere dall’ Ue e di prodotti a base di carne bovina, le licenze speciali necessarie ai prodotti ortofrutticoli freschi, i dazi del 35 per cento sul tonno in olio d’oliva, le norme stringenti sui prodotti a base di carne importati dall’ Italia, il divieto di importazione di bevande alcoliche per operatori non statunitensi, i 18 Stati su 50 che esercitano monopoli vari, i dazi superiori al 20 per cento (in un complesso di  linee» che all’ 85 per cento sono comprese nella fascia tra 0 e 10 per cento) per la frutta secca, l’abbigliamento per bambini, il settore calzaturiero, i veicoli per trasporto merci, parte del settore dell’abbigliamento.

«Froci» col culo degli altri.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, giugno 2014

«Gesù è spazzatura», esplode il razzismo ebraico a pochi giorni dell’arrivo del papa

gesù è spazzatura«Re David appartiene agli ebrei, Gesù è spazzatura»: questa, apparsa sulle mura della chiesa di Hahoma Hashlishit a Gerusalemme, è soltanto una delle tante scritte anticristiane, ad opera di “estremisti” ebrei, che in queste settimane hanno vandalizzato edifici e chiese in Israele, a pochi giorni dalla visita di Papa Francesco in Terra santa.

Il sentimento fortemente anticristiano in Israele, del resto, non è un fenomeno che nasce da un giorno all’altro, anzi: gli atti di vandalismo – che a parti inverse sarebbero chiamati atti di razzismo – da parte degli estremisti ebrei contro i cristiani in Israele non hanno mai accennato a placarsi pur senza fare notizia.

E se gli accenti fortemente anti-arabi sono cosa abbastanza nota a chi non si nutre solo di telegiornali, passa invece più facilmente sotto silenzio il razzismo che colpisce i cristiani, molto più politicamente scorretto e sconveniente visto che il conservatorismo europeo e statunitense considera Israele parte di un unico “fronte” insieme all’occidente. Tutti contro l’estremismo islamico, nemico della democrazia e della civiltà.

Ma a rompere per una volta il velo d’ipocrisia è il patriarca di Gerusalemme Fouad Twal, che ha denunciato proprio in questi giorni il clima pesante che si respira. Un tentativo che i media italiani hanno accolto a dir la verità freddamente, riportando lo stretto indispensabile, senza mettere troppo in evidenza la questione relativa all’estremismo ebraico.

Basti leggere il lancio dell’Ansa: «Atti anticristiani Israele, sos di Twal – Patriarca Gerusalemme, ‘Avvelenano atmosfera visita Papà». Ma chi sarebbero gli autori di questi atti vandalici? Un mistero che si disvelerà nel corpo dell’articolo? Non esattamente: «I recenti anti di vandalismo anticristiani – scrive l’Ansa – ‘avvelenano l’atmosfera di coesistenza e cooperazione, in particolare a due settimane dalla visita di papa Francesco’. Lo ha detto il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, la più alta autorità cattolica in Terra Santa. ‘Non abbiamo paura, il pontefice non ha paura e gli apparati di sicurezza dei tre paesi che si appresta a visitare funzionano. E poi – ha aggiunto Twal riferendosi alla prossima visita del papa – c’è anche la protezione divina’»[1].

Di ebrei colpevoli neanche l’ombra; cosa sia successo e per colpa di chi rimane un interrogativo. Siamo all’11 maggio.

Il giorno seguente, in un approfondimento di Massimo Lomonaco, il quadro sembra un po’ più chiaro ed in partenza si parla di razzismo ed estremisti ebrei, anche se ancora il titolo rimane vago al riguardo («Israele: stretta contro razzismo anticristiano e arabo») e nel sottotitolo si fa addirittura riferimento ai «neonazisti locali». La logica è chiara, non conta l’ideologia, è il male in sé in qualsiasi forma che rappresenta il campo avverso, quello sconfitto nella seconda guerra mondiale. E così lo stereotipo si autoalimenta.

Per evidenziarne anche i contenuti più interessanti: «Il governo, in sostanza, sembra aver imboccato la strada che il movimento dietro i ‘price tag’ – !il prezzo da pagare” – sia definito organizzazione terroristica: una mossa definita da molti ”decisiva” per contrastare il fenomeno». E ancora: «un ufficiale di polizia avrebbe chiesto alle autorità cattoliche di rimuovere un poster gigante di benvenuto a papa Francesco apposto su un palazzo dell’Ordine Francescano vicino alla Porta di Giaffa di Gerusalemme. La motivazione dell’ufficiale di polizia sarebbe stata il pericolo che il poster potesse infiammare le passioni e condurre a nuove proteste di ebrei contrari alla visita del papa»[2].

Ancor più ermetica la notizia data sempre dall’Ansa in un altro lancio, da Gerusalemme: «I recenti atti di vandalismo anticristiani ‘avvelenano l’atmosfera di coesistenza e cooperazione, in particolare a due settimane dalla visita di papa Francesco’. Lo ha detto il patriarca latino di Gerusalemme, Fuad Twal, la più alta autorità cattolica in Terra Santa in una conferenza stampa a Haifa». Ma immediatamente, nella frase successiva, si cambia registro e si rimane disorientati: di che si parla?! «’Provo dolore – ha detto il Papa a braccio ordinando 13 nuovi preti – quando trovo gente che non va più a confessarsi perché è stata bastonata, sgridata: hanno sentito che le porte delle chiese si chiudevano in faccia, per favore – ha esortato – non fate questo, misericordia, misericordia’»[3].

Storia simile a quella illustrata poc’anzi anche per Rai News, che titola: «Israele, l’allarme del patriarca: ‘Stop a vandalismo contro cristiani’». E poi, nel sottotitolo, “spiega”: «Monsignor Fouad Twal denuncia un”atmosfera avvelenata’ a due settimane dalla visita di Papa Francesco e chiede al governo israeliano di agire contro i responsabili di atti d’odio contro i cristiani. Il ministro della Giustizia Livni: ‘Terrorismo’».

Anche qui la regola base del giornalismo, quella delle 5 W, viene bypassata: il ‘chi?’ (‘who?’) viene del tutto ignorato.

Anche nell’incipit del pezzo Rai News è molto cauta: «’Un’ondata di atti estremisti‘ che ‘avvelenano l’atmosfera di coesistenza e cooperazione’, ‘in particolare a due settimane dalla visita di Papa Francesco’. Lo denuncia il patriarca latino di Gerusalemme, Fuad Twal, la più alta autorità cattolica in Terra Santa. Nel mirino, i cosiddetti ‘price tag’ (prezzo da pagare), cioè gli atti di violenza commessi da estremisti e coloni contro arabi e cristiani».

‘Coloni’ anziché ‘ebrei’ o ‘estremisti ebrei’: suona meglio, più leggero.

E’ solo alla fine del secondo paragrafo che arriva finalmente il punto: «sospettati alcuni ebrei ultraortodossi». Ah ecco!

«Quello della Chiesa – aggiunge Rai News – è solo uno dei tanti atti contro i cristiani. È di pochi giorni fa una lettera di minacce spedita a Nazareth negli uffici del vescovo Giacinto Boulos Marcuzzo, vicario patriarcale per Israele». Il responsabile, che si è anche firmato, chiedeva ai cristiani di lasciare Israele.

«Spesso gli obiettivi dei radicali sono chiese, moschee, gruppi pacifici israeliani e persino basi dell’esercito israeliano. Il vandalismo è stato ampiamente condannato dalle autorità dello Stato ebraico e dall’opinione pubblica, mentre la polizia indaga sui fatti»[4].

Vandalismo, non razzismo. L’antisemitismo a parti inverse non è più “il più odioso dei crimini contro l’umanità” ma un fenomeno paragonabile al comune danneggiamento.

Anche Repubblica sceglie di non fare riferimento diretto ai responsabili nel titolo: «Veleni anticristiani sulla visita del Papa a Gerusalemme». Dopo un po’ è finalmente spiegato il punto: «Polizia e Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, temono che il movimento radicale ebraico che è in parte sotterraneo, potranno beneficiare del pellegrinaggio del Papa in Terra Santa dal 24 al 26 maggio per intensificare la loro campagna di intimidazioni».

«Lunedì a Gerusalemme – segnala Repubblica – è stata imbrattato il muro davanti l’ufficio dell’Assemblea degli Ordinari cattolici, edificio del Vaticano che sorge proprio di fronte alla Città Vecchia. Con lo spray è stato scritto ‘Morte agli arabi e ai cristiani’».

A chiarire il contesto e far capire che non si tratta di episodi e realtà isolate è lo scrittore israeliano Amos Oz, che racconta «dell’appoggio di certi nazionalisti, deputati razzisti e di certi rabbini che forniscono loro giustificazioni pseudo- religiose»[5].

Del resto, su circa otto milioni di israeliani, gli ultraortodossi (haredim) si aggirano tra i quattrocentomila e gli ottocentomila abitanti, con un tasso di crescita del 6% annuo, a dispetto dell’1,5% del tasso complessivo.

[1] http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2014/05/11/atti-anticristiani-israele-sos-di-twal_e87d6a7e-a4de-419d-a7fc-41248c1b9f1e.html

[2] http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2014/05/11/ansa-israele-stretta-contro-razzismo-anticristiano-e-arabo_6e9485f9-b2bc-4040-a11d-3cdff1f74105.html

[3] http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2014/05/11/papa-soffro-per-chi-stato-bastonato-in-confessionale_d4854020-5a05-4953-b726-0158284c7dd0.html

[4] http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/patriarca-gerusalemme-stop-atti-vandalici-contro-cristiani-prima-che-arrivi-il-papa-16e3b878-9de4-4e6b-9a43-a48a49b96851.html?refresh_ce

[5] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/05/12/veleni-anticristiani-sulla-visita-del-papa-a-gerusalemme14.html

Voto a maggio ma inizio legislatura dopo 7 mesi. L’Ue ci costa 15 milioni al giorno

Ue-300x210Manca poco più di un mese alle elezioni per il Parlamento europeo e, anche a causa della ovvia e giustificata prospettiva che trasforma le consultazioni in una sorta di referendum pro o contro l’Europa, è singolare quanto poco si parli di programmi e proposte. Eppure la protezione o meno del nostro mercato e dei nostri lavoratori dipendono in gran parte dall’Unione Europea.

Ma ciò che è singolare, soprattutto, è quanto poco si sappia delle istituzioni europee in generale. Poco del loro funzionamento, poco delle loro competenze, poco di chi, in breve, governa il super-stato europeo che, pure, nei tg appare come l’emblema della democraticità e del progresso.

Ebbene, guardando alle imminenti elezioni ed a ciò che ne seguirà, si potrà toccare con mano la sensazione di un realtà iper-burocratica, lenta, grigia, sorda ai bisogni ed alla sovranità dei popoli.

Un leviatano che, infatti, dopo il voto di fine maggio, entrerà in funzione soltanto a dicembre, dopo circa sette mesi, se tutto andrà “bene” e se – ipotesi non proprio scontata – i due principali schieramenti (Partito popolare e Partito socialdemocratico) avranno una maggioranza netta e non si dovrà ricorrere a larghe intese ormai di moda anche in sede europea, soprattutto ora che l’euroscetticismo dilaga e rischia di rompere le uova nel paniere.

Come ben riassumeva il quotidiano “Italia Oggi” nel numero del 3 aprile scorso, infatti, una volta eletti, i parlamentari europei cominceranno a lavorare a pieno regime soltanto dopo una lunga serie di passaggi che daranno inizio alla nuova legislatura.

«I 751 deputati eletti al Parlamento europeo – spiega Tino Oldani – si riuniranno nei primi giorni di luglio per l’insediamento del nuovo presidente eformare le nuove commissioni. Subito dopo, i capi di Stato e di governo dei 28 paesi membri dell’Union europea, riuniti nel Consiglio europeo,sceglieranno il presidente della Commissione Ue» (appartenente al partito vincente per un vincolo imposto dal Trattato di Lisbona), ruolo per cui è in corsa, tra i socialdemocratici, Martin Schultz, noto in Italia per l’attacco a Berlusconi a cui l’ex premier rispose affibbiandogli la poco onorevole definizione di “kapò”.

Dopo di che, trascorso un altro mese, il Parlamento ratificherà la scelta della figura che guidarà la commissione europea (attualmente si tratta di Josè Barroso), mentre, a fine luglio, il nuovo presidente Ue sceglierà i 28 commissari (ogni paese sarà rappresentato infatti con un commissario), ovvero la sua squadra di governo che poi, soltanto a settembre, dopo due mesi di ferie, verranno presentati singolarmente al Parlamento con apposite audizioni che termineranno con la fine del mese di ottobre.

Solo alloral’assemblea voterà la fiducia alla Commissione, che sarà in carica (salvo slittamenti dovuti alle preannunciate difficoltà di poter contare su una maggioranza stabile) dal primo novembre.

Ma non è finita.Toccherà infatti a capi di Stato e di governo nominare, l’1 dicembre (dopo un altro mese), il presidente del Consiglio europeo, altro organo Ue che rappresenta l’anima “intergovernativa” dell’unione. Soltanto a questo punto avrà pienamente inizio una nuova legislatura della durata di quattro anni.

Una macchinosità che, però, pare non essere l’unico difetto di progettazione “made in Ue”.

Tutto questo ingegnoso meccanismo, infatti, ci costa, secondo un calcolo fatto dal giornalista ed autore del libro “Non vale una lira” Mario Giordano, ben 174 euro al secondo, 15 milioni di euro al giorno.

Non solo perché «ogni deputato, sommando l’indennità (8mila euro), le spese generali (4.299 euro), il gettone di presenza di 304 euro al giorno, più rimborsi vari, arriva a una media di 18-19 mila euro al mese» ma, soprattutto, sulla base dei 15 miliardi dati all’Europa dal nostro paese nel2013 e degli appena 9 ricevuti (5,7 miliardi di differenza).

Una situazione più o meno simile nel 2012 (5,2 miliardi persi nel 2012), di gran lunga peggiore nel 2011 (7,4 miliardi), nel 2010 (6,5 miliardi) e nel 2009 (7,2 miliardi).

Emmanuel Raffaele, 15 aprile 2014

Fabbriche di animali: la Germania si interroga sugli allevamenti intensivi

Allevamento-maialiFanatici vegani contro consumatori di carne convinti e sprezzanti. È così che anche il dibattito sul consumo di carne si riduce, come sempre, ad uno scontro ideologico tra opposte fazioni.

Un’inchiesta tedesca comparsa su “Der Spiegel”, però, ha il merito di andare oltre gli stereotipi, mettendo in luce vari elementi su cui riflettere:salari e delocalizzazionisaluteambiente ed etica della produzione dell’industria zootecnica.

Nel frattempo, ecco i primi dati che balzano all’occhio: se in Germania nel 1993 erano 264mila le aziende con allevamenti di maiali per una media di 101 capi ciascuna, oggi le aziende si sono ridotte a 28mila con una media di 985 capi. Infatti, il 32% delle aziende dispongono di oltre di mille capi, mentre nel 1999 erano il 3,4%. Un concentramento della produzione visibile ad occhio nudo, che significa alta specializzazione, maggiore produttività e scomparsa delle piccole e medie aziende.

Sta di fatto che, con 58,7 milioni di suini macellati nel 2012, il paese, dopo Cina e Usa, è al terzo posto quanto a produzione, al secondo quanto ad esportazioni, considerato anche che ogni anno un tedesco consuma in media 39 chili soltanto di carne suina e che l’85% di loro consuma carne ogni giorno, avendone triplicato l’utilizzo rispetto al 1950.

Per fare un confronto: se oggi in Germania si allevano 28 milioni di maiali, nel 2011 in Italia erano 8,5 milioni.

Numeri a parte, l’industria zootecnica tedesca mette di fronte a quello che è il modello europeo di allevamento intensivo e “di massa” ai tempi della società consumistica.

Un modello in cui i prezzi si abbassano, spingendo il consumatore a consumare sempre di più, a scapito di salari, ambiente e condizioni di vita degli animali all’ingrasso, che dispongono in media di una superfice di 0,75 metri quadrati, per una stazza che può giungere anche ai due metri di lunghezza.

Diverse le criticità, a partire dall’utilizzo eccessivo di antibiotici, favorito dalle case farmaceutiche e dal timore degli allevatori che le bestie si ammalino, ciò che però aumenta il rischio che si sviluppino ceppi resistenti spuntando «l’arma più efficace nella lotta contro molte malattie infettive». Basti pensare che «negli allevamenti intensivi si somministra una quantità di antibioticisuperiore di quaranta volte a quella impiegata negli ospedali tedeschi».

Esiste poi il problema dello sversamento dei liquami, definito da Michael Shonbauer, ex capo dell’ente austriaco per la sicurezza alimentare, «ilpericolo più grave».

«Secondo la camera dell’agricoltura della Bassa Sassonia – scrivono gli autori dell’inchiesta (Amann, Frohlingsdorf e Ludwig) -, nel Sudoldenburg i liquami sono eccessivi e in parte finiscono nelle falde acquifere sotterranee.Tanto che Egon Harms, geologo per una grande azienda idrica della Germania con il compito di assicurare la potabilità dell’acqua, denuncia: «Negli ultimi sette, otto anni, nelle falde freatiche più superficiali della zona il livello di nitrati è aumentato in modo preoccupante».

Nei distretti di Cloppenburg e Vechta i liquami raggiungono i 7,4 milioni di tonnellate all’anno, il che rende impossibile il rispetto dei limiti per losversamento nei campi e sta costringendo il governo della Bassa Sassonia a controllare i certificati di eliminazione.

Quanto al consumo idrico in sé, per la produzione di un chilo di carne di maiale occorrono 5.998 litri d’acqua; 287 per un chilo di patate.

Altra serissima questione aperta, quella dei lavoratori. «Tutto il sistema si basa sul dumping dei salari», secondo Matthias Brummer, delegato del Ngg, il sindacato del settore.

«Da tempo le aziende hanno smesso di assumere lavoratori specializzati tedeschi per appaltare l’opera ad aziende dell’Europa dell’est. Oggi, secondo le stime, settemila tra romeni, polacchi e ungheresi sezionano, disossano prosciutti e macinano carne negli stabilimenti industriali tedeschi».

La piccola cittadina di Essen, ad esempio, è diventata centro “specializzato” nella fornitura di manodopera a basso costo. Su 8.500 abitanti, un migliaio circa sono impiegati nella macellazione, che ogni settimana fanno fuori ben64mila suini per conto di un’azienda danese che in patria dovrebbe pagare i lavoratori tre volte di più. Il tutto per un costo al consumatore che in alcuni casi potrebbe variare appena di una manciata di centesimi.

Ed “infine” ci sono le questioni etiche. Poiché il “prodotto” in questione è pur sempre un animale, un essere vivente e qui non si tratta più dell’idea un po’ romantica e antica dell’allevamento classico. Qui si tratta di vere e proprie fredde fabbriche di animali, in cui il maiale è inserito fin dalla nascita in un procedimento produttivo scandito da tempi e trattamenti precisi, che lo privano del normale ciclo vitale e del suo habitat, del suo spazio e della sua stessa natura, dal momento che, ad esempio, per evitare che si feriscano gli vengono limati i denti, gli viene tagliata la coda e per la maggior parte vengono castrati, già nei primi giorni di vita attraverso l’asportazione  – molto spesso effettuata senza anestesia ma con la sola somministrazione di un analgesico – dei testicoli .

Per la maggioranza vivono in box singoli, senza possibilità di movimento.

Le scrofe, tanto alta è la “produttività”, spesso non riescono più a nutrire i “piccoli” dopo qualche cucciolata e vengono così macellate perché improduttive a cinque/sei anni, rispetto ad una speranza di vita che arriva a quindici anni.

I maiali appena nati rimangono con la madre per venti giorni, poi vengono subito selezionati per taglia e messi all’ingrasso. In quattro mesi possono passare da trenta a 120 chili. A volte crescono troppo e le ossa non reggono, si spezzano.

Quando non sono tenuti in box singoli, vivono insieme fino a 15 maiali. Anche la macellazione viene effettuata in serie. Nello stabilimento di Rheda-Wiedenbruck ogni giorno vengono abbattuti 25mila suini, 1700 in un’ora. Gli animali, caricati su un montacarichi, vengono «storditi con l’anidride carbonica, sospinti su un nastro trasportatore e quindi appesi per le zampe posteriori a due ganci. Poi un apparecchio automatico li solleva e li mette su una specie di piedistallo dov’è in attesa il macellaio […]. In questo modo si spedisce all’aldilà un maiale ogni tre secondi».

Dopo di che, è compito di un apparecchio scansionare il “prodotto” per misurarne la quantità di grasso, muscolo, ossa e cotenna e determinarne il prezzo.

Nulla è lasciato al caso per garantire ad ogni tedesco di mangiare carne ogni santo giorno.

Eppure, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha preso da tempo posizione contro il consumo eccessivo di carne, così come la Società europea di medicina preventiva, che attraverso il suo presidente, Michael Sagner, consiglia un consumo limitato a tre volte la settimana, facendo notare come: «partendo da un consumo medio di 50 grammi di carne,ogni volta che lo si raddoppia aumenta del 18% il rischio di contrarre un cancro al colon e del 42% quello di contrarre malattie cardiocircolatorie».

Eppure, in luogo del proverbiale pane a tavola, oggi pare sia la carne a farla da padrona.

Ecco perché la riflessione sugli allevamenti intensivi e sulle cifre del consumo di carne è d’obbligo: «È giusto produrre carne in questo modo? È possibile produrre animali come fossero articoli in serieÈ necessario? È lecito? Cos’ è che non va in questa catena di sfruttamento?».

Emmanuel Raffaele, 13 nov 2013

Fusaro a Catanzaro: «Destra? Sinistra? Grillo? Il pericolo è l’Unione Europea!»

fusaro«Riappropriarsi del concetto emancipativo di nazione», «basta alla fuga verso la cosmopoli e verso l’estero che caratterizza l’Italia: la cultura sia nazionalpopolare», «no alle delocalizzazioni in nome di un cieco abbattimento delle frontiere», «diritto di parlare la propria lingua nazionale contro la vergognosa imposizione della lingua inglese nelle scuole e l’ imperialismo culturale per cui una pubblicazione in inglese vale più che una in italiano»: a sentir parlare il filosofo Diego Fusaro, nell’incontro svoltosi ieri pomeriggio presso l’Università Magna Graeciadi Catanzaro, la percezione di trovarsi al di là delle ideologie è netta.

“La violenza dell’economia”: è questo il tema di un incontro che ha disvelato, a chi già non lo conoscesse, il pensiero del giovanissimo studioso torinese, comunemente definito marxista ma, in realtà, padrone di temi e di un linguaggio appannaggio spesso dello “schieramento opposto”. Ed il motivo è presto detto.

«Non ho mai detto», spiega Fusaro, «di essere marxista: sono allievo indipendente di Hegel e di Marx».

E, sollecitato sugli abbagli presi da Marx o, più semplicemente, su ciò che andrebbe accantonato dell’autore de “Il Capitale”, addirittura aggiunge: «Il mio Marx è il Marx idealista».

Poiché, se è vero che bisogna «ripartire da Marx, dalla sua critica dell’esistente e dalla sua passione per la ricerca di un futuro alternativo», diversi sono i limiti riconosciuti: «innanzitutto, la fede positivistica nella scienza e gli scivolamenti verso il meccanicismo e il determinismo nel capitale». «Il mio Marx», aggiunge infatti, «è il Marx di Gramsci e Gentile, il Marx della prassi, il Marx ‘idealista’, critico dell’economia e del capitale, mentre non mi convince Marx che pensa alla fine del capitalismo come un processo naturale: ciò è un’illusione».

Riassumendo: Marx e Gentile, nazione, idealismo, cultura, «che solo per il marxismo staliniano è mera sovrastruttura» (risposta sulla quale qualcuno potrebbe forse dissentire) e determinazione nel superamento della dicotomia destra-sinistra: «l’unica dicotomia che ritengo valida è tra chi accetta capitale e chi lo contrasta. Le altre sono dicotomie gravide di capitale».

E Grillo? E il ‘riemergere dell’estrema destra in Europa’?

«Il problema non è la destra, la sinistra o Grillo ma l’Unione Europea». «Mentre giovani fascisti e antifascisti si scontrano, il capitale si sfrega le mani».

Perché, dunque, ripartire da Marx?

Secondo Fusaro, come anticipavamo, la ragione è essenzialmente una: «in un’epoca di passioni tristi, le quali inducono a pensare che non possa andare diversamente da come va, Marx insegna a non accettare come destino intramontabile l’ordine esistente».

Marx, insomma, perché la filosofia non deve rimanere in una torre d’avorio ma divenire azione, «incidere nella visione del mondo delle masse, trasformare il senso comune».

Ciò che egli prova a fare illustrando la duplice violenza dell’economia: diretta e indiretta, ovvero culturale.

«La globalizzazione», afferma, «è una violenza dove carnefice e vittima non si incontrano mai. Come nel caso delle delocalizzazioni, laddove è il capitale che mira ad abbattere le frontiere ai suoi scopi». «Possiamo definire globaritarismo questa forma di autoritarismo, che non mira a escludere i popoli ma ad includerli ossessivamente per lo scambio delle merci».

E dell’errore di alcuni marxisti, ingannati dalla possibilità di capovolgimento della globalizzazione in comunismo globale.

«La condanna continua della violenza», argomenta in seguito, «e la condanna stessa delle violenze passate, del resto, servono soltanto a rendere legittima la violenza attuale, la violenza dell’economia».

«E’ il potere», sottolinea, «che, pur riconoscendosi imperfetto e ingiusto, si ritiene non emendabile. E’ il presente liberale che si assolutizza: non avrai altra società all’infuori di questa».

Con la conseguente «demonizzazione di ogni passione utopica come potenzialmente autoritaria» e la fine stessa della politica, ben rappresentata dal governo Monti, gli economisti (al posto dei filosofi, dei migliori o dei soviet) al potere: «La volontà di compiacere i mercati rappresenta la fine della politica, poiché la politica dovrebbe governare i mercati, disciplinarli, non compiacerli».

Ragion per cui Fusaro parla di «governi interscambiabili di centrodestra e centrosinistra», di una formazione/istruzione trasformata dal capitale in merce da consumare e di un’unica via di fuga: «sottrarsi dal do ut des mercatistico».

Ma anche della caduta del muro di Berlino, «la più grande tragedia geopolitica, poiché ha segnato il trionfo del capitale su tutta la linea».

E, per concludere, c’è anche spazio per qualche battuta sul recente incontro (mancato) a CasaPound, nell’occupazione che è la sede centrale del movimento in via Napoleone III a Roma, dove Fusaro avrebbe dovuto discutere, con «l’amico» e responsabile culturale di Cpi Adriano Scianca, proprio di Karl Marx. Una conferenza poi tenutasi senza la partecipazione del filosofo torinese, che in extremis aveva deciso di rinunciare in seguito ai durissimi attacchi (e alle minacce) ricevuti dagli ambienti antifascisti: «Centri sociali e CasaPound sono caduti in una logica di opposizione», ribadisce Fusaro, distribuendo egualmente (ma questa volta colpevolmente) le colpe tra chi ‘fa e chi antifà’.