Valentijn de Hingh. La sua storia è un caso paradigmatico nella trattazione della transessualità. Non fosse altro che la modella amante della scrittura e poi anche dj olandese, nata in un corpo maschile il 5 maggio del 1990, dall’età di otto anni fino ai diciassette è stata protagonista di un documentario che ci permette di osservare in presa diretta alcuni momenti cruciali della sua vita e, così, probabilmente, della vita di molte altre persone che soffrono di disforia di genere. Il documentario – che il regista Hetty Nietsch ha iniziato quasi “casualmente”, occupandosi delle riprese per un programma che intendeva affrontare il tema dei problemi di identità sessuale precoci – parte quando Valentijn è appena un bambino e si conclude quando, ormai una “lei”, è lì lì per decidere se affrontare l’operazione per cambiare definitivamente sesso. Ed è proprio da questa proiezione, promossa dalla Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica che, ieri, presso la “Casa dei Diritti” di Milano, si è partiti per una discussione sul tema del “genere” sessuale, con Antonio Prunas (Professore Associato di Psicologia Clinica, UNIMIB), Roberta Dameno (ricercatrice di Sociologia del Diritto, UNIMIB) e Stefania Bonadonna (Medico, specialista in endocrinologia). Continua a leggere
CULTURA
Film, “La Fratellanza”: Jacob e la gabbia del branco – Recensione e trailer ufficiale
Negli Usa è stato presentato prima dell’estate e non ha certamente (ed ovviamente) entusiasmato la critica internazionale come ha fatto a fine stagione “Dunkirk“, che ha prevedibilmente conquistato il primo posto al botteghino. Eppure “Shot caller” (“La Fratellanza“), 121 minuti di pellicola proiettati nelle sale italiane dallo scorso 7 settembre, ha sorpreso in Italia, guadagnandosi in fretta il terzo posto per gli incassi nel nostro Paese. La cronaca secca dell’Ansa ce lo presenta così: “un thriller che affronta da vicino la vita nelle carceri negli Stati Uniti, il Paese che incarcera il più alto numero di persone pro capite al mondo”. Ma “La Fratellanza”, film diretto da Ric Roman Waugh, con Nikolaj Coster-Waldau di “Game of Thrones” nel ruolo del protagonista, non è propriamente un film sul sistema carcerario americano, né sul carcere in sé. Non a caso “la Bestia”, leader della gang in cui – suo malgrado – entra a far parte l’ormai ex broker Jacob Harlon (finito in prigione per un incidente), oltre a mettergli a disposizione i suoi testi di psicologia, gli ricorda: “L’arma più potente di un guerriero è la sua mente“, aforisma che infatti conquista la locandina del film. Continua a leggere
Ecco uno dei motivi per cui dovresti visitare la Calabria (e scoprire Mattia Preti)

Iniziamo “spoilerando” qualcosa: contemplare di persona il “Cristo fulminante” di Mattia Preti, che sovrasta l’altare della Chiesa di San Domenico, è già un buon motivo per visitare Taverna.
Poco meno di tremila abitanti, con un borgo che, ai piedi della Sila Piccola, si posa poco sopra i 500 metri sul livello del mare, per poi sfiorare i 1400 metri di altitudine proprio nella frazione silana di Villaggio Mancuso, Taverna è la sintesi della Calabria. Continua a leggere
“Dunkirk” finalmente al cinema e ne parlano tutti (anche troppo) bene, ecco perché…
Con oggi, siamo al terzo giorno di proiezioni in Italia (a parte qualche anteprima il 30 agosto). Negli Usa, invece, è uscito già il 21 luglio scorso. E, chi si è cimentato nelle critiche, difficilmente ha risparmiato elogi. “Dunkirk“, film insolitamente realistico di Cristopher Nolan, che racconta un episodio cinematograficamente “inedito” della Seconda Guerra Mondiale, scritto e co-prodotto dallo stesso Nolan, girato a partire dal maggio 2016 quasi interamente nei luoghi dei quali racconta, con i suoi 106 minuti di pellicola, è praticamente già candidato a fare incetta di Oscar.
Cara Netflix, non chiederemo scusa di essere bianchi. La nuova serie non è solo fiction
Certo, si tratta solo di una nuova serie in streaming sulla piattaforma Netflix. Ma – a parte gli oltre 90 milioni di utenti iscritti al servizio nel 2016, i 190 paesi in cui è disponibile che ne fanno “il primo network globale” (Repubblica, 19 gennaio 2017) e l’aumento del fatturato del 35% sull’anno precedente (8,3 miliardi di dollari in totale) – “Dear White People“, la serie disponibile dallo scorso 28 aprile, porta sui nostri schermi una realtà ed un messaggio politicamente e socialmente troppo rilevanti per essere trascurata.
Produzione Usa in dieci episodi da trenta minuti ciascuno (originali nello stile narrativo multi-prospettico), ideato da Just Simien (autore di un omonimo film nel 2014), la serie è provocatoria fin dal titolo (che in italiano suonerebbe “Miei Cari Bianchi“). “Dear White People”, infatti, è il nome della trasmissione radio condotta da Samantha, studentessa di colore nonché attivista di spicco della comunità “black” del college che frequenta, interamente costruita per mettere sul banco degli imputati i bianchi in quanto oppressori privilegiati.
“Contro l’eroticamente corretto”: il nuovo libro di Adriano Scianca su ideologia gender e “processo al maschio”
Nelle librerie dallo scorso 19 luglio, disponibile sui principali canali di vendita online, “Contro l’eroticamente corretto”, quarto libro di Adriano Scianca, è certamente un ottimo modo per trascorrere qualche ora sotto l’ombrellone, approfittandone per chiarirsi le idee sulle “imposizioni dell’egemonia culturale imperante”. Una meritevole “critica alla colonizzazione della nostra identità sessuale da parte del politicamente corretto”, “la storia vera dell’uomo che vuole estinguere se stesso”, secondo le azzeccate definizioni di Emanuele Ricucci, che ha recensito il testo per “Il Giornale”, oppure, per dirla con l’autore, uno sguardo attento rivolto a “Uomini e donne, padre e madri nell’epoca del gender”.
Modena Park: la celebrazione politicamente corretta di Vasco
“Ho perso un’altra occasione buona stasera: è andata a casa con il negro la troia”. Correva l’anno 1980 e Vasco Rossi pubblicava “Colpa d’Alfredo”, album con tanto di singolo censurato proprio per la frase d’esordio di cui sopra. Vasco non era ancora “il Blasco nazionale”, amato e divinizzato da tutti, e si permetteva ancora di essere “politicamente scorretto” per davvero e non per posa scenica. Poi arriva il 2007 e, in un’intervista a “Repubblica”, spiega: “Molti mi diedero del razzista, ma non sapevano che quel negro non era rivolto a una persona di colore, ma era il soprannome che in città avevano dato a un tipo che quella sera, in quel locale, mi rubò una ragazza. Ma era un razzismo al contrario al massimo, in lui c’era una superiorità rispetto a me, aveva vinto lui”. Il tipo era superdotato, a quanto pare, ecco la ragione “vera” dell’appellativo, che però non spiega i versi successivi: “L’ho vista uscire mano nella mano con quell’africano, che non parla neanche bene l’italiano”. È curioso che ieri, proprio al Modena Park (parco Enzo Ferrari) citato in quel singolo nella canzone estratta dal suo terzo album, il mega-concerto di Vasco sia iniziato proprio con “Colpa d’Alfredo” ed è curioso che tutti abbiano ormai digerito e dimenticato quel riferimento scomodo. Il Fatto Quotidiano addirittura racconta: “Abito fuori Modena, Modena Park, diceva Vasco alla tipa che, nella storia raccontata nella canzone, gli chiedeva un passaggio a casa, passaggio che poi l’improvvido arrivo di Alfredo avrebbe vanificato”. Il “negro” che si porta a casa la ragazza è sparito dalla trama, così come è sparito anche dal video-estratto di “Libero”. Ma non è più censura. Vasco non ne ha più bisogno. Ad incoronarlo e proteggerlo, ormai, i media ci pensano da soli.
Contrordine compagne: a gambe aperte contro il “manspreading”
Manspreading. Ce ne eravamo – ahinoi! – occupati: l’invasione “machista” dello spazio che il maschio praticherebbe quotidianamente in metro e bus sedendo in maniera scomposta a gambe aperte, non tanto e non solo per maleducazione, quanto per l’attitudine naturale ad imporsi prepotentemente, soprattutto sulla donna ovviamente. Una forma di sessismo inaccettabile secondo le femministe di Madrid – che hanno fatto pressioni sull’amministrazione cittadina per risolvere l’annoso problema – e di tutto il mondo, sempre attente ai piccoli e poco visibili (a volte proprio invisibili, se non agli occhi di poche fanatiche) atti di maschilismo quotidiano nel mondo. Sarebbe cosa buona e giusta – ci avevano spiegato, incuranti delle ovvie “discrepanze strutturali” tra i due sessi che fanno poca uguaglianza sostanziale – imporre agli uomini di sedere a gambe chiuse, con umiltà paritaria. E così, in nome dello stop al dominio maschile dell’universo e, a dispetto di un mondo che le stesse femministe pensavamo volessero senza confini e senza le imposizioni della morale sessuale, ci eravamo ritrovati con un movimento disposto a tutto pur di difendere persino l’inviolabilità del proprio piccolo orticello mobile quotidiano, la sacralità dei confini del posto a sedere sui mezzi pubblici e addirittura i principi della cara vecchia morale cattolica sulla base dei quali non sta per niente bene che gli arti di due sconosciuti di sesso opposto (attendiamo ancora l’analisi sul manspreading omosessuale) vadano a toccarsi. Molestia! Vergogna! Disonore! Il “manspreading” era stato paragonato persino allo stupro.
“Report” svela le furbate di Benigni: ecco cosa ha fatto coi soldi pubblici
Nel 1999 Roberto Benigni vince il premio Oscar come miglior attore protagonista e per il miglior film straniero con “La vita è bella”. Un’impresa che galvanizza l’Italia e, soprattutto, Terni, dove il film è stato girato. E così, quando il comico toscano propone all’amministrazione comunale di dar vita agli “Umbria Studios” e far concorrenza a Cinecittà, immediatamente il Comune reperisce fondi europei, statali e, ovviamente, locali per avviare i lavori di bonifica e ristrutturazione di alcuni stabili presenti nella frazione di Pavigno. Un investimento che, spiega il sindaco di Terni, Leopoldo Di Girolamo, finisce per superare i dieci milioni di euro. Benigni e la sua compagna e attrice Nicoletta Braschi, però, accumulano un passivo di ben cinque milioni di euro e così, nel 2005, dopo gli insuccessi di “Pinocchio” e “La tigre e la neve”, arriva la furbata: a rilevare gli studi di Terni (inclusi i debiti accumulati dal premio Oscar), senza investirci né produrci nulla, è Cinecittà Studios, società di Luigi Abete, Aurelio De Laurentis e Andrea Della Valle, creata per gestire il ramo d’azienda che lo Stato, nel ’97, sotto il governo Prodi, aveva deciso di privatizzare, trasformando Cinecittà da ente pubblico economico in società per azioni. Continua a leggere
Nei cinema “Loving”: quando gli Usa vietavano i matrimoni misti (oltre 20 anni dopo averci “liberato” dal fascismo)
Stati Uniti, 1924. Ben quattordici anni prima che in Italia venissero promulgate le cosiddette leggi razziali, lo stato americano della Virginia emanava il Racial Integrity Act, una legge per la tutela dell’integrità della razza, che sarebbe rimasta in vigore addirittura fino al 1967 e che, in versioni simili, interessò fino al caso “Loving contro Virginia” decine di stati a stelle e strisce. Il Racial Integrity Act, tra le altre cose, vietava a persone di razza bianca di sposare persone di altre razze. In Georgia era vietato sposare “persone di discendenza africana; tutti i negri, i mulatti, i meticci, e i loro discendenti, aventi nelle vene una accertabile traccia di sangue negro o africano, indiano occidentale o indiano asiatico; mongoli”. In Alabama qualsiasi “negro o discendente di un negro fino alla terza generazione compresa, anche se un antenato di ciascuna generazione era bianco”. E così anche in Arizona, California, Colorado, Florida, Indiana, Kentucky, Louisiana, Maryland, Missouri, Montana, Nebraska, Nevada, North carolina, North dakota, Oklahoma, ecc.






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