“Il diritto di uccidere”: nei cinema da fine agosto l’ultima pellicola di Gavin Hood

diritto-di-uccidereNon sarà il film dell’anno, ma non è da sottovalutare. “Il diritto di uccidere”, produzione inglese, anno 2015, diretto dal regista premio Oscar sudafricano Gavin Hood, titolo originale “Eye in the sky” (“Occhio nel cielo”), è sbarcato nelle sale italiane il 25 agosto appena trascorso e forse non sbancherà al botteghino, ma ha almeno un paio di meriti: nonostante si concentri praticamente su un singolo episodio, risulta scorrevole e, soprattutto, pur nella sua estrema semplicità, nasconde spunti interessanti.

È un film asciutto, diretto, ‘monotematico’, 102 minuti di confronto che sono, in realtà, un confronto tra due mondi, oltre che un continuo invito a scegliere: “tu cosa faresti?

Ma, ancor prima della scelta, ancor prima del dilemma morale, che il regista sembra lasciare aperto, c’è qualcosa che, al contrario, si percepisce in modo abbastanza chiaro e che, probabilmente, ruba la scena ed il senso a tutto il film: una sorta di presa in giro del sistema democratico, o meglio, della sua macchinosità, artificiosità e lentezza, del suo scadere nella dittatura del qualunquismo.

Siamo a Nairobi, in Kenya. Con l’appoggio delle forze speciali locali, il colonnello inglese Katherine Powell (Helen Mirren) ha individuato, in un quartiere controllato dai fanatici di Al-Shabaab, alcuni tra i terroristi più ricercati dell’area, tra i quali una cittadina inglese e due cittadini americani. L’unica soluzione è utilizzare un drone per sganciare un missile di precisione. La discussione sul calcolo degli effetti collaterali e, soprattutto, sulle conseguenze legali e politiche dell’operazioni, mediata dal generale Frank Benson (Alan Rickman), coinvolge ministri, sottosegretari, procuratori, riuniti in ‘cabina di comando’ o in collegamento telefonico, in un rimpallo continuo di responsabilità, timori, burocraticismi, moralismi, emotività e ragionamenti interessati.

Il colonnello non ha dubbi: considerato il pericolo reale in caso di mancato intervento, l’operazione è più che giustificata. Il generale è dalla sua parte: “Non provi mai ad insegnare ad un soldato quanto può essere disumana la guerra”, risponderà, sul finire, alla ‘pacifista buonista’ in lacrime Angela North (Monica Dolan).

È la distinzione tra le chiacchiere e l’azione. Il rimpianto, il dolore e il dubbio sono gli stessi. Ma se da un lato c’è il moralismo, dall’altra c’è il coraggio di prendere decisioni, oltre l’emotività ed il sentimentalismo. Se da un lato ci sono il pianto e le urla, dall’altro c’è un consapevole silenzio ed una autorevole e seria compostezza. Dunque, la risolutezza contro il cerchiobottismo e lo scaricabarile di stampo democratico, tanto che, in qualche modo, nella costruzione appositamente surreale ed esasperante del processo decisionale, si intravede, volontaria o meno, una fredda satira contro la sovranità diffusa del nostro modello politico.

Un film, in breve, rischioso sotto ogni aspetto, che invece supera di sicuro la sufficienza dal punto di vista tecnico e che, grazie ad un discorso implicito condivisibile – da non interpretare ovviamente in maniera troppo forzata -, intrecciato ad un discorso morale lasciato alla coscienza individuale, senza dunque la pretesa di tracciare verità assolute, possiamo perciò pacatamente consigliare. D’altronde, alle eventuali esitazioni dovute all’ambientazione della pellicola, con il rischio atteso di trovarsi occidentali buoni da una parte o islamici cattivi dall’altra, si può tranquillamente rispondere che si tratta di un approccio, in questo caso, fuori luogo. A parte l’aspetto finemente satirico di alcuni passaggi, infatti, come abbiamo visto, tutto il contesto appare in realtà come un semplice strumento narrativo con la funzione di parlare d’altro. Niente di tutto questo schema è messo in discussione perché, semplicemente, niente di tutto questo è al centro dell’ultimo lavoro di Hood, regista che anche questa volta si diverte a comparire in veste di attore.

Emmanuel Raffaele, 7 set 2016

I pub hanno sconfitto i grattacieli: tutta l’identità inglese in quel “leave”

victoria-streetCirca il 64% degli elettori tra i 18 e i 24 anni non era interessato a dire la sua sulla brexit. Il dato, dopo ore di accanimento mediatico contro vecchi, provinciali e poveri, è sfuggito di bocca all’ex premier Enrico Letta. Al contrario, ha evidenziato, è stato l’83% degli over 65 a votare al referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Altro dato interessante: erano ammessi al voto gli immigrati residenti dei 54 paesi del Commonwealth, ma non i cittadini europei residenti, il che già rende l’idea di cosa è il Regno Unito. Fondamentalmente, infine, hanno votato per la brexit tutto il Galles, l’Inghilterra, mentre hanno votato a favore dell’Ue la Scozia, l’Irlanda del Nord e la Greater London, ovvero tutti quelli a cui il Regno Unito sta stretto. Basti guardare all’esempio di Gibilterra, conteso con la Spagna: ha votato “remain” il 96,9% dei votanti, un record. Ed a poche ore dal voto, infatti, c’è chi chiede addirittura l’indipendenza di Londra.

Hanno votato per l’Unione Europea le aree meno “patriottiche”, le aree meno “inglesi”, inclusa una Londra invasa da immigrati di ogni parte del mondo e da banchieri, che in queste ore i giornali danno allarmati e in procinto di spostarsi al di qua della Manica. Vedremo cosa accadrà ma, sicuramente, il fatto che la finanza abbandoni il Regno Unito, come se prima e dopo l’Ue ci sia il buio, non è credibile. Come evidenziavamo poc’anzi, il Commonwealth e le ex colonie hanno avuto un grande ruolo nello sviluppo economico della Gran Bretagna, la cui economia ha invece conosciuto vari periodi di rallentamento sotto l’Unione Europea ed è rimasta forte anche grazie ad una moneta propria. La brexit non è un risultato in sé, come non lo sarebbe il crollo dell’Unione Europea. La brexit è un punto di partenza. Sta a loro e a noi, ora, fare le mosse giuste. Ed è fondamentale chi sarà al governo, ammesso che il verdetto popolare sarà rispettato, il che non è per nulla scontato. Oltre due milioni di persone hanno già sottoscritto una petizione per ritornare al voto, i liberali (!) hanno chiesto di ignorare l’esito del referendum, i giornali stanno creando il caso sul pentimento di molti che hanno votato “leave” e la propaganda è ancor più forte di prima. Ed è curioso, a posteriori, riguardare il volantino distribuito da alcuni sostenitori del “remain” con il grafico che dava le piccole imprese al 75% favorevoli alla brexit. In basso, la firma: Goldman Sachs aveva commissionato quel sondaggio. Sicuramente la finanza non era a favore del “leave”, ma questo non vuol dire che adesso se ne starà a guardare e si darà per sconfitta. Pensarlo vorrebbe dire leggere la realtà in maniera schematica e riduttiva. Le possibilità, d’altronde, ci sono eccome; la Gran Bretagna, con una percentuale del resto molto ridotta pari al 51,9%, non ha votato per l’isolamento, ha semplicemente scelto l’indipendenza politica. La libertà di decidere con chi fare affari, come tutti gli altri paesi al mondo che non fanno parte dell’Unione Europa, compresa la Svizzera, che pure sta nel cuore dell’Europa e non muore di fame. Senza contare il peso politico ed economico del Regno Unito. Ecco perché la brexit è solo un punto di partenza ed ecco perché, d’altra parte, era possibile schierarsi soltanto da una parte. La brexit ha fatto uno sgambetto alla finanza, ma non è finita. In prospettiva europea, le possibilità sono altrettanto notevoli, sia a livello politico che economico e tutto sta nel giocarsi bene le proprie carte. Altra osservazione in merito ai dati rilevati, dicevamo, è quella sulla cosiddetta “generazione Erasmus”: giornali e politici progressisti si sono accaniti in maniera inquietante contro “ignoranti” ed operai delle periferie, contro lo stesso concetto di democrazia, in un corto circuito che è uno degli aspetti più rilevanti del voto, censurando per prima cosa la scelta di indire un referendum e giungendo a conclusioni sulle quali ci sarebbe da aprire un capitolo a parte. Nessuno ha invece colto l’altra faccia della medaglia: il disinteresse di quella generazione, cresciuta senza identità e nella cultura “arcobaleno”. E’ anche questa una riflessione, laddove l’astensione è stata complessivamente abbastanza limitata (27,8%). Altra riflessione, è che il “leave” ha vinto contro ogni sondaggio, nonostante l’omicidio di Jo Cox, nonostante abbiano associato il brexit al disastro economico, governi e strutture sovranazionali abbiano minacciato letteralmente il popolo inglese, abbiano annunciato la fine di Londra, prospettato la deportazioni degli stranieri, una sanità allo sfascio, il pericolo per la sicurezza nazionale, il nostro Saviano – che oggi si dispera e maledice il popolo – aveva addirittura collegato i sostenitori della brexit a chi ricicla denaro sporco, aziende francesi avevano acquistato pagine di giornale per pregare gli inglesi di restare, le multinazionali avesse fatto campagna per restare, il banchiere Soros si era schierato, la Francia lasciava intuire ritorsioni sul fronte immigrati. Quello inglese è stato, se non altro, uno scatto d’orgoglio, ben riassunto dal discorso finale di Boris Johnson, leader conservatore, due volte sindaco di Londra e principale esponente del ‘partito’ del “leave”, che ha sottolineato: “loro dicono ‘non possiamo’, noi diciamo ‘noi possiamo’. Loro dicono ‘non abbiamo altra scelta che inchinarci a Bruxelles, noi diciamo ‘voi state incredibilmente sottostimando questo paese e ciò che può fare”. Per poi concludere così la sua esortazione: “Se votiamo “leave” e ci riprendiamo il controllo, giovedì sarà il giorno dell’indipendenza del nostro Paese”. Consapevole di questo orgoglio britannico, d’altronde, il posizionamento che da mesi perseguiva il premier Cameron era fondato su un solido sostegno al “remain”, certo, seguito però dalle trattative con l’Ue sul welfare ed altri punti che premevano al paese e che permettono di leggere sicuramente la sua strategia come un “abbiamo ottenuto ciò che volevamo, ora ci conviene restare”, piuttosto che col tono di sudditanza del genere “ce lo chiede l’Europa”, che invece riscuote tanto successo dalle nostre parti.

La mappa del voto
La mappa del voto

In tutto ciò, c’è il dato principale: il popolo inglese tiene alla propria indipendenza ed ha una identità, coscienza e forza propria, io direi una certa risolutezza, che è un po’ il loro tratto distintivo e ne fa dei “pragmatici autoritari” da secoli, nel bene e nel male. Il popolo inglese si percepisce ed è altro rispetto all’Europa. Nella sua identità la monarchia ha simbolicamente un ruolo importante, suscita un profondo rispetto e riscuote un forte consenso non solo popolare ma anche e soprattutto mediatico e basterebbe aver sfogliato i giornali in questi mesi, con le celebrazioni per il novantesimo compleanno della regina più longeva per rendersene conto. Il Regno Unito ha un carattere più vicino, per motivi storici ed economici, a quello degli Usa. E che sia Europa è soltanto una questione geografica. Del resto, ha mantenuto la propria moneta, il sovrano è a capo di una chiesa di Stato, nata da un contrasto con il Vaticano ai tempi di Enrico VIII a cui si deve appunto la nascita della Chiesa anglicana, conserva le proprie unità di misura, si guida al contrario e, soprattutto, qui nessuno si vergogna a sventolare la propria bandiera. Esibire la propria potenza militare non è ancora un peccato originale, basti pensare ad una delle piazze principali, Trafalgar Square, che celebra una vittoria e, con enorme colonna, l’ammiraglio Nelson. Il patriottismo, qui, non è ancora passato di moda. La cultura politica, del resto, ha una storia del tutto diversa da quella continentale. E, per dirla tutta, il Regno Unito è stata la prima tra le potenze europee ad avere un impero e l’ultima a rinunciarvi, dopo almeno quattro secoli, soltanto negli anni Novanta, con la restituzione di Hong Kong alla Cina. Un padrone brutale con le colonie africane ed asiatiche, che ha un grosso ruolo sulle attuali criticità dello scenario mediorientale (nascita di Israele inclusa), che ha dominato l’Australia, ha lottato per mantenere nel regno l’Irlanda col ferro e col fuoco, trattando i cattolici e gli irlandesi per secoli come cittadini di serie b. È stata “la più grande organizzazione criminale mai esistita nel traffico della droga” (Corrado Augias, “I segreti di Londra) allorché, a metà Ottocento, lasciava smerciare ai suoi “commercianti” l’oppio in Cina fino a scontrarsi ed umiliare militarmente il paese asiatico (con stragi di civili incluse) in nome degli interessi economici. Nei primi anni del Novecento ha fatto la guerra ai boeri per il dominio dei territori sudafricani e delle sue risorse diamantifere, inventando i campi di concentramento, rinchiudendovi metà di loro (22mila bambini, 4mila donne e 2mila uomini vi moriranno) e permettendo stupri di massa ai suoi soldati. Negli anni Ottanta ha “persino” rivendicato armi in pugno la sovranità sugli isolotti delle Falkland, sulle quali l’Argentina pretendeva la sovranità. Possiede ancora quattordici territori d’oltremare tra cui Gibilterra, contesa con la Spagna. E’, come accennavamo, attualmente guida dei paesi del Commonwealth, associazione di stati di natura peculiare che comprende praticamente tutte le ex colonie.

dcaf74e78a9043bc8729733cbef63c8aIl presidente degli Stati Uniti Obama ha rimbrottato gli inglesi favorevoli al “leave” con toni forti, certo, ma erano i toni che si usano con un concorrente che ti vuole fregare. Non quelli di chi parla ad un popolo sottomesso e, sicuramente, il responso ha dimostrato che almeno la metà del popolo inglese non è disposto a sottomettersi. Gli Stati Uniti, dopo tutto, sono anch’essi un ex colonia; la visita ai reali è stata cordiale, un dialogo tra pari grado. Soltanto la Francia di De Gaulle ha osato sfidare il predominio americano sul continente e, allo stesso tempo, l’idea di Europa attuale in cui gli organi sovranazionali e non le nazioni hanno il potere decisionale. Infatti, soltanto Francia e Regno Unito hanno diritto di veto all’interno del Consiglio di sicurezza dell’Onu. I trionfi militari contano. La potenza vuol dire ancora libertà. “Internazionale”, prima del referendum, faceva cenno, polemicamente, alla nostalgia imperiale degli inglesi. Non è un errore di lettura. Johnson, dicevamo, sottolineava il concetto di indipendenza; il 22 giugno il “Sun” in prima pagina titolava, a caratteri cubitali: “INDIPENDENCE DAY. BRITAIN’S RESURGENCE”. Certo, non avrebbe mai potuto farlo il moderato Times, che ogni giorno ospitava articoli contro “Boris”. Londra è per il “remain”. Londra, la City, la parte benestante del paese. E se l’incremento di 513mila abitanti dell’anno scorso era dovuto per due terzi all’immigrazione, solo a Londra questo incremento è stato di 135mila unità, nonostante i 77mila londinesi spostatisi altrove. Solo nell’ultimo anno, del resto, oltre 55mila italiani hanno fatto richiesta per ottenere il National Insurance Number, indispensabile per poter lavorare nel Regno Unito. La popolazione italiana stimata nella capitale cresce a ritmi vertiginosi sopra la quota dei 600mila. Non è l’emigrazione di un tempo, è un’emigrazione semplificata dai voli low cost. C’è il sogno, c’è la concretezza, la convenienza e, a volte, la superficialità. La brexit non farà male. Senz’altro non farà male a noi, a fermare questa emorragia. Perché la “generazione Erasmus” vola a Londra anche perché, crede, qui le identità si mescolano. Questo è il sogno di Londra. E c’è del vero e c’è del falso. Ci sono, di fatto, due realtà parallele, come quelle che hanno votato dimostrando le divisioni interne al paese. In realtà, Londra, quella vera, è una città dove le identità sono tante e forti più che altrove. Convivono, certo. Ma si mantengono tali. E forse c’è da riconoscere un merito nel saper far convivere le diverse identità senza i disastri, ad esempio, della Francia. Ma non è sempre così, basti pensare alla rivolta di Brixton ai tempi della Thatcher. Oppure ai foreign fighter che oggi partono in forza da Londra per la Siria; alle prigioni inglesi in mano agli estremisti islamici, ai quartieri divisi per etnia, agli italiani che stanno quasi solo con altri italiani e così via.

Londra e il Regno Unito sono spesso due mondi opposti. Un mondo rurale in opposizione ad una capitale mondiale. Questa è la definizione singolarmente usata più volte proprio da Johnson nel corso della campagna referendaria, a dimostrazione dei suoi progetti. Londra non è quel paese rurale che vedi già a pochi chilometri dalla capitale, quando basta un’ora per immergerti in una cittadina del Sussex, circondata dalla foresta, in cui attraversi strade completamente ricoperte dai rami e trovi la più lunga fila di case con struttura in legno del XIV secolo. Lì dove entri al pub ed il clima che trovi è decisamente più inglese di quello che trovi nella maggior parte dei pub della metropoli londinese. La provincia e la finanza erano un po’ opposti in questo referendum e i dati lo hanno confermato.

Persino il Corriere riconosceva: “I poveri vogliono il Leave”. Ben 140 miliardari e 400.000 milionari vivono a Londra, dove ha trionfato il “remain”. E’ stato anche uno scontro di classe. Anche qua, come qualcuno ha sottolineato in riferimento alle elezioni Usa, e volendo schematizzare un po’ la realtà, si trattava di uno scontro tra la working class di etnia bianca (o meglio, bianca inglese, come sottolineano i moduli in cui spessi ti trovi a dover selezionare una casella a scelta tra “Bianchi inglesi” e “Altri bianchi”) ed il disegno di una società liberista e, in prima fase, progressista, che attecchisce soprattutto tra chi grazie al liberismo si arricchisce e tra chi disconosce o non riconosce le identità o perché “altro” o perché assuefatto o perché ideologizzato. D’altronde, sono state esattamente alcune organizzazioni sostenitrici del Brexit ad opporre, in un manifesto di propaganda, una donna in abiti tradizionali asiatici ed un giovane “teppista” bianco in polo e bretelle e anfibi. Il target era chiaro ed era chiara anche l’associazione col fascismo e col nazismo dei sostenitori del Brexit. Fino all’assurda uccisione di Jo Cox, in merito alla quale ci si è compiaciuti nel sottolineare i “contatti” con organizzazioni di “estrema destra”. Le reazioni alla brexit erano prevedibili ed ora il pericolo è proprio un brexit che perde sostegno: il popolo, si sa, è volubile.

Boris_1_hw4c6b_0_en89zoMa, ora, proviamo a immaginare Londra sotto Roma, quell’impero rimpianto proprio da Boris Johnson nel suo libro di dieci anni fa. Gli imperi vengono fuori dalla volontà di potenza dei popoli. E quello inglese è venuto fuori molto dopo l’espressione romana. E allo stesso modo può terminare. Ciò non dipende tanto dagli inglesi ma da noi. Non c’è trionfo nell’Europa che implora Londra, ma un’Europa che, invece, può riportare più a sud l’asse principale sarebbe una buona occasione, non solo per noi ma anche per un’Europa meno “americana” che magari un giorno attragga anche Londra. Pensate per un attimo, ad esempio, anche all’ipotesi di una lingua parlata in tutto il mondo come lo spagnolo, che prende il posto dell’inglese all’interno dei confini dell’Ue. Pensate anche il cambio di prospettiva possibile nei rapporti internazionali, geopolitici, economici. Cose che chiaramente non avverranno perché l’Europa, non solo l’Italia quindi, è attualmente colonia dell’impero a stelle e strisce chiamato “Nato”. Ecco perché il Regno Unito in Europa avrebbe fatto più comodo agli americani: anziché un rivale con aspirazioni forti sullo scenario mondiale, avrebbe avuto un semplice protagonista di un’organizzazione regionale più facilmente controllabile e, al tempo stesso, un fedele alleato.

Dunque, il tifo per la brexit andava bene, ovviamente con razionalità e la consapevolezza delle sue molteplici funzioni e significati: strategicamente, in chiave anti-élite europee, per dare un colpo a questa idea di Europa che non va; in chiave di popolo ponendosi, nonostante il diffuso sentimento anti-inglese, in un’ottica non geopolitica, ma semplicemente dalla parte del popolo che sceglieva l’autodeterminazione, al di là delle strumentalizzazioni e degli eventuali utilizzi favorevoli ai potenti che potrà avvenire anche dopo questo risultato; in chiave “imperiale”, nel proposito – che in tutto ciò è l’unica prospettiva attiva rimanente – di spostare appunto verso il sud baricentro politico-culturale-economico e identitario dell’Europa. In questo modo, il tifo andava sempre e comunque a vantaggio di quella “working class” bianca tartassata da imposte, settarismi, immigrazione e da un sistema economico-politico avverso.

L’Europa delle identità era in quel “leave”, che pure è solo una promessa che temiamo di veder infranta. E, certo, anche l’identità inglese, che pur non ci appartiene, era in gioco. Ma, chi crede nelle identità, preferirà sempre una piccola casa in legno e mattoncini rossi ai grattacieli che trasformano Victoria Street e rendono artificiale e quasi surreale Canary Wharf; preferirà sempre un genuino hooligan inglese ad un impeccabile impiegato di JP Morgan. Ed è in Victoria Street e nei progetti di decine di grattacieli che dovranno nascere in città che si manifesta la battaglia eterna di Londra, quella tra lo spirito rurale e lo spirito cosmopolita, quella tra il popolo ed il capitale.

da21113778b1f2c80665294ab1cfa190Proprio in Victoria Street, nel bel mezzo di una lunga serie straordinariamente inquietante di vetri specchiati e grattacieli, sopravvive isolata una piccola struttura a due o tre piani che ospita un pub. Eppure, non lontano da lì, ritrovi la tipica architettura inglese: case basse, giardinetto, mattoncini rossi, qua e là un pub, tanto legno, tanto verde, un certo ordine, marciapiedi fruibili, una tessuto stradale quasi sempre lineare. E’ di quella Londra che ci si innamora. Di quei tetti bassi che donano ancora familiarità ad una città che pure ospita circa 12 milioni di persone. Di quel rosso che sa di campagna e camini. Di quei pub che sanno di taverne medievali e custodiscono letteralmente lo spirito inglese. Nella cultura della “public house”, d’altronde, c’è la working class che si incontra e si forma, molto spesso con un’impronta etnica precisa legata allo stile tipicamente inglese del pub (mentre gli immigrati extra-europei spesso e volentieri stazionano nei numerosissimi ristoranti e bar più o meno etnici della capitale), lì c’è l’informalità inglese riassunta in una lingua che tende a semplificare e che va dritta al punto e mescola le storie, le generazioni ed a volte anche le classi sociali. Perché il pub inglese ha poco a che fare con le popolari riproduzioni italiane: il pub inglese è prima di tutto una mentalità. E non è un caso se ultimamente a Londra è allarme per il numero dei pub che progressivamente chiudono i battenti. Il pub è socializzazione popolaresca e virile. Lì ci trovi il ragazzo, l’adulto e l’anziano a scambiarsi due chiacchiere davanti ad una birra, magari dopo il lavoro. Ci trovi il pensionato con i coetanei, i ragazzi che guardano le partite. Si consuma eventualmente il pasto senza troppi fronzoli, sul legno e senza un particolare servizio al cliente o armamentario di posate. Ma quello che non manca mai è la boccale pieno. Il pub precede Starbucks nel pensare la socializzazione. Da Starbucks viene spontanea la non-socializzazione virtuale. Al pub se sei solo dopo un po’ sei già in compagnia. Da Starbucks anche se non sei solo dopo un po’ sei già al pc o al cellulare. Starbucks è da impiegati, il pub è la working class. Al pub si mangia, si beve e si fa festa. È letteralmente il centro di aggregazione popolare inglese per eccellenza. E, forse, è anche quel mondo così autentico che ha votato per il “leave”.

Emmanuel Raffaele, 26 giu 2016

Boris Johnson, il leader della brexit che sogna l’impero romano. E lo racconta in un libro

Mayor of London Boris Johnson at a reception and dinner in New York hosted by the British Fashion Council to celebrate the creative talent shared between New York and Britain ahead of New York fashion week next week.

A pochi giorni dal referendum che il prossimo 23 giugno deciderà le sorti del Regno Unito e della sua permanenza all’interno dell’Unione Europea, si susseguono i sondaggi e, a dir la verità, le indicazioni che se ne possono trarre cambiano di settimana in settimana. Nel frattempo, tra i sostenitori del “leave” ora ‘pericolosamente’ in vantaggio, è emersa ormai a livello internazionale la figura dell’ex sindaco di Londra Boris Johnson, capofila tra i sostenitori della “brexit”, parafulmine di ogni accusa e nuovo incubo “populista” che in questa partita si sta giocando probabilmente il tutto per tutto. Classe 1964, personalità forte e capigliatura inconfondibilmente scomposta, poliglotta formatosi proprio nelle scuole europee, cittadino britannico ma anche statunitense per nascita, figlio di una famiglia benestante inglese con ramificazioni fra le più varie, già parlamentare e giornalista, in passato sostenitore di Barack Obama, esponente del Partito Conservatore in competizione principalmente con il premier e collega di partito David Cameron, Alexander Boris de Pfeffel Johnson è anche autore di un dettagliato saggio dal titolo altisonante: “The dream of Rome” (“Il sogno di Roma – La lezione dell’antichità per capire l’Europa di oggi” nell’edizione italiana pubblicata da Garzanti). Nel testo, uscito ormai un decennio fa con in copertina la folta e bionda chioma caratteristica del personaggio ed una riproduzione stilizzata del Colosseo, i fervori anti-europeisti sono ancora lontani, ma proprio la comparazione utilizzata come metodo ne fa una lettura tutto sommato critica seppur propositiva rispetto al futuro dell’Ue. Perciò, prima di urlare scandalizzati all’incoerenza, sarebbe bene leggere il testo, perché sono certamente nascoste tra quelle pagine le ragioni di un ripensamento. E sta sicuramente nell’ammirazione per Roma una delle motivazioni che ha peraltro spinto il due volte sindaco della capitale Johnson a reintrodurre nelle scuole pubbliche della ‘Greater London’ lo studio del latino, a suo dire (giustamente), utile a comprendere la struttura della lingua.

“Il sogno di Roma” è, “brexit” a parte, una lettura di sicuro interessante per capire Roma e coglierne l’impronta “sovranazionale” ma, quanto alla comparazione con l’Unione Europa che è il filo conduttore del libro, è chiaro che è indispensabile un altrettanto forte senso critico per filtrarne adeguatamente il messaggio. Fatto ciò, ciò che viene fuori è in gran parte condivisibile. “Non riusciremo mai a riproporre l’Impero Romano, con la sua grande e pacifica unità di razze e nazioni. Ma se la storia ci insegna qualcosa, è che siamo destinati a non smettere di provarci”. Nelle conclusioni di un’opera che si conclude esattamente con queste parole, ad esempio, Johnson si lancia addirittura nella proposta di ammettere la Turchia in Europa in continuità con Roma. Ma, nonostante questa uscita e le semplificazioni conclusive su ciò che va salvato e ciò che va respinto dell’impero, nel complesso ci troviamo di fronte ad un discorso che, considerato integralmente, è meno superficiale di quanto il sunto finale possa far pensare. Infatti, ciò che resta e costituisce il nocciolo del discorso di Johnson, è una lunga argomentazione sulle nazioni e sul concetto di identità, declinato nelle sue forme pratiche e concrete. Il discorso sull’unità e la ‘tolleranza’, detto per inciso, potrebbe suonare assurdo in ottica ‘nazionalista’, ma così non è in ottica imperiale. Ed è proprio un’ottica imperiale quella che Johnson vorrebbe per l’Europa. Una prospettiva in cui l’europeizzazione segua l’esempio della romanizzazione dei popoli condotta fruttuosamente dall’impero, in cui nonostante tutto risulta appunto essenziale la distanza tra “noi e loro”. E’ questo un concetto che ritorna spesso ed è proprio questa, a suo dire, una delle concause della decadenza e poi della fine di Roma: “L’impero iniziò a perdere quel vitale senso di ‘noi e loro’. Ad un certo punto, divenne difficile distinguere i barbari dai romani”. Ma, prima di passare a ciò che simbolicamente segnava questa identità e costituisce il punto centrale del discorso, è importante coglierne l’altrettanto importante aspetto ‘estetico’. Poiché la romanizzazione, ricorda Boris, partiva da un immaginario che imponeva una spontanea imitazione dello stile romano e, così, l’elevazione dei popoli fin negli aspetti più esteriori dell’esistenza, a cominciare dall’igiene – con l’uso diffuso dei bagni pubblici – fino alla partecipazione ai giochi, agli spettacoli teatrali, alle usanze alimentari e all’abbigliamento. Apparire ‘romano’ era vera e propria ‘moda’, il che chiarisce quanto il concetto di tolleranza sia da considerare all’interno di un contesto in cui l’autorità e la potenza militare dell’impero erano realtà indiscusse. Laddove si impone una forza centripeta, la tolleranza riporta al centro; laddove essa manca, la tolleranza è disgregazione in balìa delle forze centrifughe.

13427920_1773284836223934_6162518016838642274_nRoma, insomma, nell’essenzialità del culto stesso della sua grandezza e della sua dimensione spirituale, ma anche nell’essere esempio pratico di civiltà per gli altri popoli. “I Romani non hanno semplicemente costruito città lungo l’impero. Hanno costruito centri per trasformare i barbari in romani”. “Quando i Romani sono giunti nel nord e nell’ovest dell’Europa”, ammette Johnson, “vi hanno trovato una società primitiva basata sull’agricoltura di sussistenza e sul saccheggio. Con l’introduzione delle città romanizzate, e del giorno dedicato al mercato, si arrivò al concetto di vendere il proprio surplus e trarne un profitto. I romani, in altre parole, produssero il primo esempio di Comunità Economica Europea. E’ stata un successo, ed è stata fatta con una regolamentazione di gran lunga più snella rispetto a quella odierna”. Anche in questo caso, è da evitare una lettura ideologica del passaggio in questione, laddove il termine ‘surplus’ rimanda semplicemente a quell’economia reale oggi sottomessa alla speculazione ed è tutt’altro che legittimo commercio. Ma è proprio una lettura critica che riesce a far emergere quanto di vero c’è nell’analisi, tenendosi lontani dalle forzature di un parallelo improprio e riproposto spesso tra il modello economico di Roma ed il capitalismo: “La pax romana”, prosegue, “garantì sicurezza, la prima essenziale condizione per il capitalismo e gli investimenti. Fornì anche un impianto legale, il diritto romano che è tra i più grandi lasciti di quel tempo”. Resta il fatto che, forzature concettuali a parte, ciò che viene descritto dimostra come Roma fu anche questo, fu anche faro di civiltà, visione del futuro, ‘modernizzazione’, efficienza organizzativa (se non vogliamo usare il compromettente termine di ‘progresso’, che pure non dovrebbe spaventare né essere confuso con il ‘progressismo’ che del primo è solo la caricatura); tutto ciò che l’Europa non riesce ad essere. Va da sé che la romanizzazione procedeva anche grazie ad una conquista delle élite che era prima di tutto conquista dei cuori e delle menti, dovuta ad una superiorità che l’euroscettico Boris non teme di dichiarare esplicitamente rispetto alle “tribù preesistenti di Francia, Germania, Spagna, portogallo, Belgio, Britannia, Olanda, Svizzera, Austria, Repubblica Ceca ed altri membri dell’attuale Ue”, divertendosi anche a sfidare il politicamente corretto: “immagino che alcuni accademici ti diranno che le loro culture erano nobili e di alto livello tanto quanto quella degli invasori; che le loro sculture increspate non erano inferiori alle statue romane”. In un’epoca in cui circa il 10% dei “francesi” ed appena il 6,5% degli “inglesi” viveva in “città, in realtà, Roma rappresenta la città per eccellenza. Pretendevano i tributi, ma concedevano una sorta di autogoverno, costruivano acquedotti, ponti, strade, terme, teatri, fontane, archi e fornivano una nuova concezione di “humanitas”: “benevolentia, goodwill; observantia, respect; mansuetudo, gentleness; facilitas, affability; severitas, austerity; dignitas, merit, reputation; gravitas, autority, weight”.

Boris_1_hw4c6b_0_en89zoMa il segreto di Roma, come anticipavamo, era secondo Johnson, non a torto, la capacità innata di congiungere all’aspetto materiale un piano simbolico che sprigionava potenza e autorità e, dunque, un’attrazione inevitabile, che si manifestava fin nella romanizzazione dei cognomi, così come oggi accade con gli inglesismi ed i numerosi aspetti dell’imperialismo americano. Roma era l’orgoglio ed il significato stesso di esserlo: “Fin dal principio, dunque, Roma non fu definita etnicamente; Roma non fu definita geograficamente; Roma fu un’idea”. Il suggerimento di Johnson è ormai chiaro: trovare un rimedio a questa carenza simbolica e quindi identitaria che era invece alla base di Roma è la chiave di volta per la rinascita dell’Europa. “Romanization happen by ritual and repetition”. Anche attraverso i giochi, crudeli è vero (200mila morti nel solo Colosseo nelle lotte tra gladiatori), ma – spiega Johnson – fondamentali in questo processo: “Era un mondo che credeva più di ogni altra cosa in vinti e vincitori, nella morte e nella gloria. Non ci poteva essere gloria senza il rischio della morte, e non ci potevano essere vincitori senza sconfitti”. E così anche il teatro, i riti e tutto ciò che l’impero proponeva quale paradigma di Roma in tutto il suo territorio educava ad essere romano senza nulla concedere alla retorica ed alla debolezza. Interessante, in proposito, come Johnson, di famiglia anglicana, faccia risalire alla cristianizzazione dell’impero un vero e proprio mutamento della prospettiva e quindi delle sue basi: “Fu l’inizio della fine di una trama magica creata da Augusto – la semi-religiosa identificazione tra il cittadino ed il potere centrale”. Con l’avvento del Cristianesimo, sostiene Johnson, che addirittura paragona i primi cristiani agli attuali estremisti islamici, calò sull’impero uno spirito censorio e moralista che portò alla cancellazione di ogni traccia di paganesimo: stop al culto dell’imperatore ed alla costruzione di terme, bagni pubblici e teatri, basta giochi olimpici. “Questi fanatici”, segnala, “spensero il fuoco eterno nel Tempio di Vesta”. Ecco che il discorso mostra qui l’assoluta centralità che per questo originale “euroscettico” inglese ha l’aspetto simbolico. “Improvvisamente c’era un nuovo modello di comportamento: quello ascetico” ed i ricchi smisero di donare per accrescere lo splendore delle città e iniziarono a spendersi per i poveri, cambiarono i “valori” di riferimento ed anche l’arte cambiava orientamento.

“Dove sono i rituali dell’Europa oggi?”, “Dove sono i simboli condivisi?”, si chiede giustamente Boris che, attraverso i suoi esempi, spinge ad una riflessione (che lui stesso accenna con riferimento al simbolo dell’aquila) anche rispetto all’americanizzazione/occidentalizzazione. Poiché, nonostante i contenuti di questo imperialismo culturale siano ben diversi, il tratto comune è, come sempre avviene, la presenza di una identità forte basata su una dimensione simbolica (“Anche su un mondo putrescente si può costruire una toccante e magnifica epopea. American Sniper è quell’epopea”). Ecco perché, sottolinea Johnson, il romano-scetticismo senza dubbio esisteva come oggi l’euroscetticismo (o l’antiamericanismo), ma nel momento in cui Roma dominava, le identità locali passavano di fatto in secondo piano, soggiogate mentalmente prima che militarmente da questa ‘volontà di potenza’.

È possibile, dopo Roma, che l’Europa ritrovi tutto ciò incarnando ancora il motto “plurimae gentes, unus populus”?

Ebbene, la risposta, dopo una trattazione ampia che ne costruisce la premessa, sembrerebbe incredibilmente vicina proprio al concetto che fu cardine del “Manifesto dell’Estremocentroalto” casapoundiano: “Etica. Epica. Estetica”. Se le categorie del politico si fondano per forza di cose sulla dimensione di ‘noi’ e ‘loro’; se l’autorità è anche potenza; se l’identità è un’idea-guida; allora la risposta ad un fallimento e la soluzione per un rinnovamento non può che essere un’epica di grandezza ed un’estetica caratterizzante che contengano in sé l’etica base di questa idea. Se le vittorie forgiano l’orgoglio nazionale, come rilevato nelle fasi iniziali del testo, sono dunque gli eroi condivisi e gli ideali eroici che mancano all’Europa per essere nazione. Ma se, come afferma Johnson, “l’Unione Europea è un prodotto della guerra fredda”, un prodotto americano specifica, è chiaro che occorre prima spostare il polo d’attrazione al di qua dell’oceano Atlantico. E dal momento che gli inglesi hanno avuto il loro impero, hanno la loro tradizione monarchica, la loro chiesa, un sentimento indipendentista radicato e una volontà di potenza che probabilmente sopravvive ancora, finché l’Europa ‘romana’ resterà dormiente, non si può pretendere che il polo d’attrazione torni nel cuore del continente. Ed è anche questa una chiave di lettura del voto del prossimo 23 giugno.

Emmanuel Raffaele, 14 giu 2016

“Doromizu”, il ‘noir’ di Vattani che, di riflesso, ci racconta il Giappone

Doromizu«Come si dice “umiliante” in giapponese?». Kuzujokuteki. Pare che si dica così. «Umilianti, che trasformano le cose belle in cose brutte. Che buttano giù lo spirito delle persone. Che sviliscono la bellezza». Se Mario Vattani – ex console italiano in Giappone, attualmente coordinatore dei rapporti con i paesi dell’Asia e del Pacifico, tempo fa finito sui giornali e sospeso per un suo concerto nel corso di una iniziativa di CasaPound – avesse voluto banalmente raccontare il “suo” Giappone, avrebbe semplicemente fatto un libro opposto a quello che, invece, è giunto già alla prima ristampa dopo pochi mesi nelle librerie. Perché in “Doromizu – Acqua Torbida”, romanzo edito da Mondadori, trecentosessantatre pagine che si leggono d’un fiato, la tradizione giapponese si vede solo di riflesso. Vattani, che pur lascia intuire di amarla, la sfiora, le passa accanto, ma non osa andare oltre, prenderla di petto, farsene interprete. E’ una scelta – supponiamo – non solo narrativa. Una forma di rispetto molto orientale, di poche parole.

Ad essere umiliate nel racconto di Vattani sono le donne dei violenti video per adulti girati dal protagonista Alex Merisi, italiano cresciuto nel Regno Unito, in Giappone forse per perdersi e probabilmente poi ritrovarsi. Una lettura politica sarebbe riduttiva e fuori luogo, ma quello che (tra le righe) viene fuori ricorda, se non altro, l’umiliazione del Giappone, dopo Hiroshima e Nagasaki, l’annientamento materiale e spirituale, la “colonizzazione americana”. «Intanto, come tanti morti viventi, al ritmo della musica che rimbomba dai locali, uomini e donne sfatti, sudati e scamiciati nonostante il freddo, iniziano ad avviarsi verso la stazione. Penso che l’inferno sia fatto così».

“Doromizu” è sicuramente altro, molto di più da un punto di vista metaforico e molto di meno da un punto di vista letterale. Legata, in copertina, una donna in abito tradizionale giapponese, richiamo alle pratiche descritte dalle scene dei film che Alex si trova a raccontare armato di telecamera. Legata sembra essere l’anima del Giappone. Che sopravvive come può in tutto ciò che non è modernità, perfino nell’oscurità della yazuka e nell’ambigua funzione dei tatuaggi tradizionali, ai confini di un mondo «dove non ci sono né colpa né perdono», nel quale, però, conta dare il meglio di sé, circondarsi di chi e di cosa ti permette di tirarlo fuori. Conta la consapevolezza di aver fatto ciò che dovevi. Ed in qualche modo l’errore è perdere l’equilibrio, cadere è soltanto una conseguenza. Mentre è saggezza rendersi conto del legame tra i due momenti.

Dal buio e dalla umiliazione, un Giappone che affronta l’Occidente vincitore a modo suo, un modo tragico, fatale, silenzioso. «Forse nella vita reale, come nella fotografia, quando la luce è troppo forte appiattisce le immagini, nel senso che le rende ancora più bidimensionali, toglie loro la profondità, il contrasto». Sarà per questo che Vattani, per raccontarci il Giappone, ha scelto il “noir”.

Papa Francesco e la lezione dimenticata di Roma, ma anche di Cristo

Pope Francis speaks to migrants, some wearing white caps, during his visit to the island of Lampedusa, southern Italy, Monday July 8, 2013. Pope Francis traveled Monday to the tiny Sicilian island of Lampedusa to pray for migrants lost at sea, going to the farthest reaches of Italy to throw a wreath of flowers into the sea and celebrate Mass as yet another boatload of Eritrean migrants came ashore. (AP Photo/Alessandra Tarantino, pool)

Forse non ci facciamo caso, ma quando pensiamo al passato, facciamo sempre riferimento mentale ad organizzazioni politiche in cui la frammistione tra politica e religione si suppone fosse forte. Dio era il dio del popolo, spiegava Nietzsche, perciò la dimensione politica e quella religiosa coincidevano. Nonostante questo, si trattava di ordinamenti probabilmente più “laici” nella sostanza di quello che si sta affermando nell’epoca post-liberale.

Impossibile? Lo spunto viene proprio dalle recenti parole del papa sull’amare il prossimo ed il suo riferimento diretto alle politiche italiane sull’accoglienza. Legge dello spirito sacrosanta quella dell’amore per il prossimo. Ma il capo della Chiesa cattolica, come già segnalato da più parti, compie un’operazione pericolosa, oltreché scorretta, allargando ad una dimensione politica il campo d’applicazione di una disposizione “spirituale” a carattere prettamente individuale.

Il «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio», frase con la quale, di fatto, Gesù Cristo legittimò l’autorità del potere temporale romano, tenendo per sé “soltanto” la sovranità sulle anime, non è una semplice trovata per sfuggire ad una delle tante trappole dottrinarie vanamente tentate contro di lui dai farisei. Si tratta, infatti, di una tra le tante espressioni di una dottrina che la vita stessa di Cristo va a rappresentare. «Il mio regno non è di questo mondo» è quello che, del resto, ripete più volte nel corso della sua predicazione, sottolineando una caratteristica fondamentale del suo messaggio e della sua dottrina: la sua parola, infatti, non solo è rivolta esclusivamente all’azione individuale ma, soprattutto, si concentra non soltanto sull’azione in sé ma sul modo in cui si realizza l’azione. «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità», racconta Matteo, citando direttamente il Messia dei cristiani. Ed in queste parole sta il senso della sua predicazione: ripulire l’interiorità dell’uomo. Non contano molto per lui le buone azioni, quanto le buone azioni fatte col cuore puro, con sincerità. Non si pone il problema di una giustizia politica o sociale, ma di una giustizia individuale, interiore, spirituale. È chiaro e scontato che questo non implica un disinteresse per le buone o le cattive azioni della società nel suo complesso, ma è indubbio che Gesù Cristo non mette in discussione il piano politico, deludendo peraltro i suoi apostoli, che in alcune occasioni sembrano seguirlo solo per la convinzione che il loro “re” avrebbe guidato una rivolta di natura sociale contro i romani. Molto semplicemente, Cristo non pretende di essere un legislatore politico ma un legislatore dello spirito, mirando ad influire sui comportamenti tra gli uomini e non certo a fare della sua parola un programma politico. Se lo avesse voluto fare, lo avrebbe fatto o detto. Non lo ha fatto, né detto e questo dovrebbe far riflettere prima di tutto chi dovrebbe rappresentare in terra la sua parola. Ma, soprattutto, se lo avesse fatto o voluto fare, siamo proprio sicuri che il suo programma politico sarebbe stato affine a quello proposto da papa Francesco? Non osiamo rispondere, ma sottolineiamo l’interrogativo. Ed evidenziamo che peraltro, nel tempo, la Chiesa ha dato una risposta a tutto questo, compilando vari “catechismi” e dottrine in cui dell’immigrazione, come della giustizia sociale e penale, c’è una visione del tutto “razionale” e non certo banalmente e utopisticamente improntata all’evangelico “ama il prossimo tuo come te stesso”. Questa frase non è e non può essere un programma politico a meno di non opporsi alla politica stessa, nel senso di stato, organizzazione sociale e diritto. Ed in questo caso, a maggior ragione, lo uno stato se ne dovrebbe guardare.

The-Passion1Quella tracciata dal Cristo è, in ogni caso, senz’altro una frattura rispetto alla religiosità tradizionale, che ha dato vita alla difficile (e alterna dal punto di vista dell’approccio rispetto al messaggio originario) dialettica Stato-Chiesa e Impero-Chiesa, cambiando definitivamente il rapporto tra religione e Stato in Occidente. Appunto. Anche il contributo paolino, del resto, si inserisce su questa direttrice («ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite», Rm – 13, 1-7) senza contare il catechismo di san Tommaso d’Aquino, il quale ha ben chiara la priorità comunitaria nella decisione politica rispetto alla decisione individuale: «la cura del bene comune è affidata ai principi investiti della pubblica autorità», chiarisce nel corso di un discorso sulla pena di morte. Dopo l’avvento del Cristianesimo, quindi, la dimensione politica e quella spirituale si separano e, proprio in relazione a tutto questo, è opportuno che questa separazione venga rispettata, considerando la dimensione ormai “privata” del messaggio cristico.

La retorica dell’accoglienza, quindi, va combattuta anche in nome del “laicismo” e del “diritto” nel senso più alto del termine. La politica delle porte aperte rispetto all’immigrazione di massa è, sostanzialmente, una soluzione “religiosa” al problema, che pretende di rispondere ad un fenomeno che ha dimensione politica attraverso i doveri “spirituali” dell’accoglienza e della generosità. La risposta, invece, non può che essere politica ed indipendente da qualsiasi influenza “religiosa” (o ideologica, che fa lo stesso) nel momento decisionale.

E’ su queste stesse basi, del resto, che si tende, purtroppo, ad associare l’opposizione all’immigrazione di massa con un atteggiamento esistenzialmente e/o razzialmente ostile all’immigrato in quanto persona. Un’associazione mentale che, appunto, riflette quanto detto: il criterio con il quale, chi si oppone a questa visione sulla base dell’antirazzismo e dell’amore per il prossimo, crede si debba legiferare, muove da motivazioni meramente “reazionarie” rispetto appunto a quelle che combatte, il razzismo e l’odio. E’ un criterio, dunque, specchio di quello opposto, che pure non è giudicato politico, ma che è, come esso, legato ad antipatie e/o simpatie personali, emozioni, sentimenti e stati d’animo, in breve, a tutto ciò in base al quale, in nome dell’imparzialità, non si dovrebbe proprio pensare di legiferare: l’amore contro l’odio per il prossimo, l’antirazzismo contro il razzismo.

romolo-e-remoNel racconto tradizionale della fondazione di Roma il 21 aprile 753 a.c., Romolo uccide Remo, che pure è il fratello, non per odio o per rancore e, certo, non con piacere visto il legame; lo fa per dovere. Distinguendo perfettamente la dimensione politica da quella personale che spiritualmente lo legava al fratello. L’esempio di Roma, anche fosse soltanto mitologia – cosa che non è -, rifletterebbe una concezione del potere di natura religiosa ma laicissimo nella pratica. La religiosità del potere sta appunto nella sua origine, ma non è la dimensione spirituale personale che ispira il momento decisionale e la dimensione politica, poiché questa deve rimanere legata alla “legge”, al diritto, ad un’idea di giustizia che non è bontà individuale ma “bontà” in ottica comunitaria. Ed in ottica comunitaria, quindi, ciò che può essere bene per il singolo può essere male per la comunità e, perciò, il caso singolo deve essere trattato in base ad un criterio che dà la precedenza al bene comunitario: questa è politica, questo è diritto, perché questa è imparzialità. Questo è il vuoto “politico” volutamente lasciato da Cristo, al quale hanno cercato di rimediare i teologi, riuscendoci, come Tommaso d’Aquino, oppure giungendo a soluzioni troppo legate alla situazione contingente. Spiritualmente, affettivamente, se fosse stato “buono”, inteso nell’accezione moderna del tutto individualistica, Romolo non si sarebbe macchiato volentieri dell’omicidio del fratello, ne avrebbe fatto a meno, avrebbe chiuso un occhio, in fondo non aveva fatto male a nessuno. E’, però, il suo dovere politico di ordinatore che gli impone di non agire secondo una dimensione personale ma considerando, invece, soltanto se quell’atto avrebbe fatto il bene della comunità. E, avendo minato l’autorità, la legge e quindi il diritto, lo uccide. Non per odio, ma per dovere. L’opposizione all’immigrazione, in pari modo, non coinvolge affatto la dimensione personale, non è una questione di odio e, in ogni caso, se per alcuni lo è, non va valutata in base a questi fattori: semplicemente la risposta non deve avere a che fare con l’assecondare o l’opporsi a questi fattori. E questa stessa conclusione, di ritorno, fornisce anche un indirizzo spiritualmente interessante per quanti si oppongono al fenomeno migratorio, da cristiani oppure no: “combattere senza odiare”, parafrasando una vecchia ma sempre attuale canzone. Dunque, tenetevi lontani dal fare dell’immigrato come persona un nemico; dal motivare il vostro no all’immigrazione con l’odio, il rancore, la paura; tenetevi lontani, insomma, per quanto il rispetto di una persona lo possa meritare, dal confondere i due piani come a sua volta fa chi vi accusa, riducendovi, in fin dei conti, ad essere spiritualmente soltanto dei miseri razzisti piuttosto che dei patrioti sinceri. Questa è spiritualità romana.

La censura politicamente corretta ha stufato persino “El País”

01_ELPAIS_portada«La gente è terrorizzata dall’esser tacciata come sessista, maschilista, razzista, anti-animalista, imperialista, colonialista, eurocentrica (non so cosa ci si aspetti da un europeo: che adotti una prospettiva cinese, argentina o pakistana? Lo considero un po’ forzato, a dir la verità). Ed a poco a poco, questo timore porta all’autocensura e all’andare coi piedi di piombo, poiché queste colpe non vengono attribuite soltanto a chi le ha effettivamente commesse, ma a chiunque non si unisca, in ogni occasione, al coro di condanna». A parlare non è un cronista di un giornale della destra radicale italiana, ma Javier Marías, firma di prestigio del quotidiano spagnolo “El País”, il più diffuso nel paese iberico. Ripreso ieri nella rassegna dei migliori contributi della settimana, l’articolo è un vero e proprio manifesto del politicamente scorretto. E lo è in maniera inversa, inquadrando alla perfezione i meccanismi e, soprattutto le conseguenze del “politicamente corretto”: un pensiero unico, piatto, mai scortese, che vive di ipocrisia ed uccide la reale differenza di opinioni attraverso lo schema ben collaudato del montare lo scandalo ogni qual volta qualcuno è un po’ sopra le righe, del successivo linciaggio mediatico e della conseguente «autocensura» delle opinioni scomode per evitare la gogna. «Il peggio», spiega Marías, «è che la maggioranza dei “linciati” si lascia intimorire. C’è qualcosa di molto simile al terrore nell’essere additati dalla giuria di opinionisti, twittatori e oratori giustizieri che guardano con avidità alla comparsa di un nuovo imputato». Si è visto, del resto, in Gran Bretagna, con le elezioni alle porte e lo scandalo antisemitismo scoppiato sui labour per qualche frase dell’ex sindaco di Londra Ken Livingstone sui rapporti tra Hitler ed il sionismo: sospensione dal partito, denuncia di rito da parte di tutti i sacerdoti del pensiero consentito, campagna mediatica contro i laburisti, il leader Jeremy Corbyn sul banco d’accusa. Si è visto, d’altronde, troppe volte. Di continuo. In grande e in piccolo. E’ uno schema collaudato per davvero, utile a chi ha l’influenza necessaria a farli scoppiare quegli scandali, con la complicità diretta o indiretta dei giornalisti compiacenti.

«Ci troviamo in un’epoca pericolosa», evidenzia lo scrittore, «nella quale si riscontrano e nella quale viene dato spazio alle istanze più peregrine ed alla più arbitraria soggettività. “Se io mi sento offeso, è necessario punire il colpevole”, è il dogma universalmente accettato, senza che quasi nessuno si ponga la domanda sull’eccessiva diffidenza o sensibilità o intolleranza del presunto offeso. La prova è che molti di quelli che subiscono gli anatemi, si scusano con la seguente formula: “Se ho offeso qualcuno con le mie parole o il mio comportamento, chiedo scusa”. Ma ci sarà sempre “qualcuno” nel mondo al quale pesa la nostra stessa esistenza. E’ giunto il momento che qualcuno risponda di tanto in tanto: “Se ho offeso qualcuno, ho paura sia un problema suo e della sua pelle delicata. Sarebbe opportuno incontrare un dermatologo”». Se è permesso dire soltanto ciò che non dà fastidio proprio nessuno, se essere “divisivi” non va più di moda, difficilmente troveranno spazio opinioni realmente alternative ed ancora più difficilmente si potrà discutere della loro validità se, a prescindere, vengono “represse”. Parole da incorniciare che dimostrano un clima rinunciatario di perbenismo ormai molto comune ai paesi europei, laddove «tutto finisce in una tremenda ed abbondante dose di esagerazione. Fatti, dichiarazioni, battute, opinioni che pochi anni fa sarebbero passati inosservati, oggi sono un pretesto affinché i giornalisti, gli opinionisti, i twittatori e compagnia bella, si strappino i capelli e si straccino le vesti». Peccato che, aggiunge Marías, look ed acconciatura di questi cattivi maestri rimangano in realtà intatti, mentre «quelli rimasti laceri ed abbandonati sono gli oggetti della loro ira, e chiunque tra noi potrebbe esserlo». «Basterebbe (più o meno) soltanto», rilancia, «qualcuno che scombinasse le carte, che si mostrasse sfrontato rispetto ad un gruppo o ad individui “intrappolati” dal politicamente corretto attuale, qualcuno che dica di esser stanco chi gestisce il gioco e della ridicola adorazione che gli si riconosce». Ora pro nobis, dunque, perché il contributo di “El País” potrebbe essere riproposto integralmente nel nostro paese senza dover cambiare una virgola del suo ragionamento. Ci si indigna troppo, afferma il giornalista, con la conseguente impossibilità di riconoscere ormai ciò che è veramente scandaloso dalle montature mediatiche, costruite molto probabilmente proprio a questo scopo. «E’ intollerabile» diventa la divisa d’ordinanza di una cerchia ristretta che decide per tutti ciò che è legittimo pensare: «che tutti dicano pure che quello che vogliono, ma guai a dire che ciò che noi riteniamo sbagliato, perché in questo caso provvederemo al suo linciaggio virtuale, al suo licenziamento, alla sua espulsione ed eliminazione». Una dittatura della maggioranza per cui formalmente sei libero di dire tutto, ma se lo fai sei culturalmente, lavorativamente e/o politicamente escluso dalla società delle persone con una dignità da tutelare. E se esageri, smetti addirittura di essere considerato una persona, poiché il male stesso si incarna nell’accusato, nel partito o movimento, nel pensiero scorretto di turno. Una dinamica che dalle colonne de “Il Primato Nazionale” abbiamo denunciato più volte. «Trovo molto sia preoccupante», osserva Marias, «che la società somigli sempre più a quelle persone che si piazzano davanti alle porte dei tribunali per insultare e lanciare maledizioni al detenuto di turno, solitamente ammanettato e quindi almeno in quel momento indifeso, per grave che sia il delitto del quale lo si accusa». La barbarie e la viltà che spesso caratterizza le folle fatta sistema mediatico, riflesso – a pensarci bene – di un modello, quello democratico, che funziona esattamente così: tanti contro pochi, e la ragione sta sempre coi primi. Basterebbe soltanto il coraggio di buttare il tavolo per aria e smettere di accettare le regole del gioco. Ecco, questo è l’invito che viene dalla Spagna e che noi, ovviamente, raccogliamo e giriamo ai politici, ai giornalisti del nostro paese. Ma, soprattutto, ai ragazzi ingabbiati da un clima di grigiore che parte dalle scuole e dalle università e che difficilmente forma persone libere.

Emmanuel Raffaele, 9 mag 2016

“The Walking Dead”: la sfida della comunità di destino al Nuovo Ordine Mondiale

1446462823_the-cast-and-crew-of-the-walking-dead-talk-morgan-wolves-and-bloodshed-in-season-6-w-353351La sesta e per il momento ultima stagione di “The Walking Dead” si è da poco conclusa e soltanto ad ottobre, con l’arrivo della settima stagione, i fan della serie basata sull’omonima opera a fumetti scritta da Robert Kirkman, scopriranno chi, nell’ultima scena del sedicesimo episodio, viene colpito a morte da Negan. Ma, al di là della suspense e delle diverse ipotesi possibili, l’ultima puntata ha certamente lasciato un senso di inquietudine stranamente nuovo per una serie che racconta un mondo ormai invaso dagli zombie. Non sarebbe, del resto, la prima volta che muore un personaggio importante, a cominciare da Shane Walsh, che nelle prime due stagioni ricopre praticamente il ruolo di co-protagonista, e da Lori, moglie del protagonista, Rick Grimes, nonché amante di Shane prima di scoprire che il marito è ancora vivo. No. Non è questo.

L’inquietudine che “regala” il finale della sesta stagione è diverso, scenico, creato ad arte, con il monologo probabilmente finora più lungo dell’intera serie (almeno dieci minuti), condotto peraltro da un personaggio che compare per la prima volta e, accompagnato da un fischiettio raccapricciante, fa strani riferimenti al “Nuovo Ordine Mondiale”. Negan cattura i personaggi principali della serie, proprio quando ormai avevano la certezza di essere liberi, fuori pericolo, padroni di loro stessi ma la dinamica cambia rispetto al solito copione dello scontro: “qualunque cosa tu faccia, non mi importa che cosa, non puoi sfidare il Nuovo Ordine Mondiale. Il Nuovo Ordine Mondiale e questo ed è davvero molto semplice. Anche se siete stupidi potete capire. Siete pronti? Ora velo spiego, state attenti: datemi quello che avete o vi ammazzo”.

Si tratta, dunque, di uno che, come tanti prima di lui, cercavano di sopraffare il prossimo, solo con molti più uomini? Non proprio. D’altronde, in un dialogo con Rick, Jesus, che li conduce nella sua Hilltop, già sottomessa al volere di Negan a cui la sua gente dedita al commercio paga il 50% di “tributi”, anticipava: “il tuo mondo sta per diventare molto più grande”. A conferma delle sue parole, Negan, rivolgendosi ad uno sconvolto Rick, afferma: “Bella merda, eh, il momento in cui realizzi che non sai un cazzo?”. Il suo potere è nascosto e non è solo militare: è organizzato, strutturato, gestisce le informazioni capillarmente e non uccide quando non serve. Il suo potere si fonda sullo sfruttamento, sull’estorsione. La minaccia di ritorsioni e la vastità del suo potere sembrano sufficienti a prevenire qualsiasi forma di ribellione, la pillola da ingoiare per sopravvivere più o meno felicemente è sottomettersi. Negan ha bisogno di gente da spremere, non da far fuori. Se non ti sottometti, molto semplicemente, ti prende tutto con la forza e magari qualcosa di più. La figura di Negan sembra richiamare metaforicamente molto da vicino le teorie “complottiste” sul Nuovo Ordine Mondiale basato sul potere economico, sovranazionale, nascosto e fondato sull’usura bancaria. “Oggi è il career day, spiega, “noi abbiamo investito molto perché voi capiate chi sono e cosa posso fare. Voi lavorate per me ora. Quello che avete lo date a me. Questo è il vostro lavoro. So che è una pillola grande e amara da ingoiare ma ingoiarla è senza dubbio quello che farete. Tu eri abituato a dettare legge, hai costruito qualcosa. Pensavate di essere al sicuro. Ma ormai lo sanno tutti che non lo siete affatto. Neanche lontanamente. A dirla tutta siete fottuti. Vi scaverete la fossa se non farete ciò che voglio e ciò che voglio è la metà di ciò che avete. E se vi sembra troppo, potete sempre produrre, trovare o rubare altra roba per compensare. This is your way of life now (E’ così che vivrete adesso). E più vi opporrete, peggio sarà. Quindi se qualcuno busserà alla vostra porta, voi lo farete entrare. Perché quella porta appartiene a noi e se cercherete di fermarci la butteremo giù“.

Costretto ad inginocchiarsi insieme ai suoi, prima di incontrarlo, Rick, è senza parole: per la prima volta ha visto in faccia il potere. E non ha una bella faccia.

12963684_1750389418513476_461358226312227130_nL’avventura di Rick e dei “camerati” incontrati sulla sua strada (“Daryl, tu sei mio fratello”) prosegue verso una sfida che non è più la sopravvivenza, ma vale la pena guardare indietro per capire quanto “The Walking Dead” sia molto di più di una serie fantascientifica. E, al di là della consapevolezza o meno di sceneggiatori ed autori nel nascondervi certi significati, da un punto di vista antropologico, resta un’interessante lettura del potere. Si, esatto. “The Walking Dead” ci parla di democrazia, autorità, sovranità, teoria e legittimazione dello Stato e della violenza.

La catastrofe non è il punto centrale della storia. Le istituzioni sono già crollate. Vige l’anarchia. E subito si scopre che non è quello stato primordiale di armonia tra gli esseri viventi ipotizzato dalle visioni buoniste di alcuni progressisti che vedono l’origine del male nella civilizzazione di tipo occidentale a dispetto di un idealistico stato di natura. Né trova corrispondenze ideologiche rispetto alle teorie marxiste sull’abbattimento dello stato per la realizzazione di una umanità finalmente libera, non oppressa e solidale. No, la verità è che l’anarchia è propedeutica alla sopraffazione, propedeutica al male. Ma ricostruire e non accontentarsi della sopravvivenza animalesca, invece, affiora come il vero e più autentico istinto della specie umana. Quella volontà di andare oltre, oltre la sopravvivenza, oltre le apparenze, oltre il mangiare ed i bisogni essenziali, che ci caratterizza e distingue come uomini. Ciò che meglio e di più grandioso riesce all’uomo, in effetti, accade quando è libero dalle necessità della sopravvivenza. Ed è per questa interiore consapevolezza che cerca l’ordine, l’organizzazione, la stabilità, la sicurezza.

Andrew Lincoln as Rick Grimes and Norman Reedus as Daryl Dixon - The Walking Dead _ Season 5, Gallery - Photo Credit: Frank Ockenfels 3/AMC
Fin dall’inizio, d’altronde, Rick e i suoi si trovano a riflettere sulla definizione di essere umano, quando è legittimo uccidere e chi, come prendere le decisioni.

Il primo passo è definire l’umanità. E gli zombie, uomini tornati in vita a causa di un virus e dediti alla caccia delle persone, non sono considerati uomini. Ma il parere, almeno all’inizio, non è unanime. Si muovono, hanno sembianze umane, c’è chi si rifiuta di ucciderli, chi prova senso di colpa. E proprio questa “morale” si rivela fonte di pericolo. Inutilmente perché, come si rivela chiaro poi a tutti, gli zombie sono privi di pensiero, di anima, corpi imprigionati in una vita che è solo meccanica, corpi da liberare dopo la dipartita di ciò che li rendeva uomini, esseri del tutto privi di coscienza di sé. E’ il regno degli inferi in senso metafisico che invade il mondo.

Molto più complesso si rivela decidere quando è legittimo uccidere esseri umani. Già verso la fine nella seconda serie si parla di pena di morte. Ed in maniera per nulla superficiale. Uccidere nella serie non viene mai dato per scontato. L’aspetto “morale” è sempre messo in evidenza. Il primo passaggio fondamentale nella conquista della leadership per Rick è, del resto, il dualismo con il rivale Shane. Meno approfondito nel fumetto, nella serie, invece, il personaggio acquista maggiore centralità e, a tratti, sembra essere l’alter-ego di Rick. Entrambi forti ed abili, entrambi capi. L’uno, Rick, fatica ancora ad adattarsi ad un mondo in cui le regole sono tutte da riscrivere e continua ad agire secondo un metodo diventato ormai anacronistico, ancorato ad una fiducia nel prossimo che il crollo delle istituzioni ha reso pericolosa. L’altro, invece, si è adeguato fino all’eccesso, e parzialmente in buona fede, al nuovo corso, decidendo di mettere al centro se stesso senza alcuno scrupolo morale. L’amicizia tra i due è autentica ed il personaggio di Shane è forse tra i più interessanti della serie proprio per questa inclinazione al male quasi involontaria, condotto ad esso dall’aspirazione di proteggere chi ama. Proprio l’uccisione di Shane per mano di Rick, dopo un piano ordito dall’amico per farlo fuori, segna un passaggio importante: Rick, che tende alla giustizia, è ora consapevole che la giustizia, in certe situazioni, non passa per la compassione. E che proteggere la propria comunità da chi ha sbagliato è, a volte, priorità assoluta. Carl, il figlio, uccide quello che per lui era un secondo padre, seppur in forma di zombie, prima di dover fare la stessa cosa con la madre. In passato aveva fallito e la sua esitazione aveva provocato indirettamente la morte del vecchio Dale. Non fallirà più. Intanto il gruppo, in preda al panico, sembra sul punto di dividersi ma è a questo punto che Rick chiarisce: “chi vuole andare vada, da solo non andrà lontano. Chi resta, però, sappia: questa non sarà più una democrazia”.

The-Walking-Dead-Serie-Tv-7Sempre attento al parere del prossimo, tradito dall’amico e dalla moglie, Rick capisce che il suo spendersi e le sue capacità gli danno il diritto ed il dovere di un potere di comando indiscusso ed, in seguito, si mostrerà sempre più risoluto ed in grado di vedere la realtà per quello che è, senza che questo lo conduca a rinunciare all’essere giusto. Smetterà di indossare la sua vecchia divisa da poliziotto, simbolo di un’autorità ormai inesistente, ma sarà sempre la giustizia la sua prima preoccupazione da capo. E comprenderà suo malgrado che l’utilizzo della violenza è connaturato all’esercizio del potere, essendo uno degli attributi essenziali della sovranità. Così, la sua autorità, che si avvale comunque del parere di chi combatte accanto a lui, si legittima e si fortifica all’interno del suo gruppo e rimane inalterata anche nello scontro con la città fondata dal cosiddetto “Governatore”. Rick diventa sempre di più un capo politico ed agisce di conseguenza. L’epilogo della vicenda è interessante per un episodio che ne è legato indirettamente: dopo una prima vittoria e l’apparente calma, Rick decide di prendersi una pausa, viene creato un Consiglio, una sorta di aristocrazia guerriera che prende le decisioni, mentre lui si dedica a costruire una “casa” migliore per tutti ed obbliga il figlio a rinunciare all’utilizzo delle armi, che crede lo abbiano reso troppo freddo. Quest’attimo di debolezza si rivelerà un’illusione ed a farglielo notare è Daryl: “c’è bisogno di aiuto e tu non puoi stare qui a fare il contadino”. Il suo essere capo è un dovere di servizio, non un privilegio. Rinunciarvi sarebbe come tirarsi indietro e rifiutare la realtà.

Ecco, a questo proposito, l’importanza simbolica dell’incontro con la con la comunità di Alexandria. Rick, più degli altri, non si fida più di nessuno. Ma all’interno della piccola comunità, finora estranea agli sconvolgimenti, regna invece ancora una fiducia irreale. Si vive ancora come prima della catastrofe. Il pericolo è dietro l’angolo. Rick e i suoi subito avvertono il disagio di una comunità che vive una realtà artificiale. In qualche modo, sembra osservino il mondo prima della catastrofe rendendosi conto di quanto fosse finto. Le preoccupazioni per una torta venuta male, la debolezza di chi rinuncia a difendersi semplicemente guardando da un’altra parte, per non vedere che fuori il mondo muore. E loro, una umanità integrale che sa sopravvivere ma anche darsi un ordine, si sentono ormai fuori posto rispetto a chi vive nella rimozione della natura primordiale dell’uomo, fino ad affievolirne le capacità, spuntarne gli artigli. Loro, reduci di una lunga battaglia, temono che le comodità li indeboliscano rispetto alle leggi anche brutali del mondo e della natura. La sfida di Rick contro il burocraticismo di Alexandria si rivelerà più insidiosa di quella con la morte. La comunità rischierà di sfaldarsi ma non sarà la forza lo strumento per vincere questa volta. Golpe et lione, Rick sa che questo è il momento di ricostruire, che l’albero è ancora giovane e può essere raddrizzato. Sarà la sua comunità, forgiata dalla lotta, in cui nessuno resta indietro e per il quale è essenziale il culto dei caduti (a confermalo è Glen nella sesta stagione), a dare nuova linfa ad una “civiltà” decadente.

the-walking-dead-season-6-b-key-art-michonne-gurira-rick-lincoln-alt-800x600La comunità rinvigorita rinasce nel momento stesso in cui l’autorità di Rick viene definitivamente riconosciuta quando, in prima linea contro gli zombie che hanno ormai invaso la sicura Alexandria, si getta da solo nella mischia e con il suo esempio trascina tutto il popolo alla lotta. L’esempio, più che le parole con il quale non è mai stato troppo bravo, è la sua arma migliore. Rick che, per la prima volta dalla catastrofe, sente di nuovo di avere una patria, una casa, da difendere, decide che stavolta non c’è altra strategia: si combatte a costo di morire. “Furor arma ministrat” (Eneide). Il furore procura le armi. E di furor, questa sorta di invasamento divino comune ai poeti ed ai guerrieri, sembra impregnata l’intera scena che è forse la più bella e simbolica dell’intera serie. Sotto una pioggia battente, quando tutto sembra perduto, Rick rimette al centro il coraggio, che prende il sopravvento ed ora può sfidare l’impossibile. Va oltre l’umano, oltre la ragione e la stessa forza.

Significativa, peraltro, la vicenda di padre Gabriel, sacerdote incontrato nella quinta stagione, da sempre ambiguo e che, dopo aver voltato le spalle e lasciato morire i suoi fedeli per viltà, accusa Rick e i suoi, i quali lo avevano salvato nonostante tutto: Satana molto spesso si traveste da angelo della luce, riferisce a Deanna, ex deputata del Congresso che ha dato vita alla comunità di Alexandria. Una falsa autorità spirituale ed un’autorità politica ormai debole e priva di reale sovranità, rischiano di infiacchire il gruppo e la comunità intera. Ma nella battaglia finale di Alexandria contro gli zombie, anche padre Gabriel e Deanna scenderanno in campo riconoscendo in Rick il capo e la giustizia. E, ritrovata la propria identità di uomini integrali, tutti combattono al suo fianco per la vittoria.

Emmanuel Raffaele, 17 apr 2016

In edicola “Il Dubbio”, nuovo giornale di Sansonetti. Ma i suoi ex lo accusano

05/12/2010 Roma. Rai, trasmissione televisiva Porta a Porta, nella foto il giornalista Piero Sansonetti

Piero Sansonetti non trova pace. E stavolta a farsi un giornale tutto suo ci prova con l’aiuto degli avvocati. È, infatti, il Consiglio Nazionale Forense, organo di rappresentanza istituzionale dell’avvocatura italiana, a lanciarsi in veste di editore nella nuova avventura editoriale dell’ex vicedirettore de L’Unità, causando già diverse polemiche all’interno della categoria fin dall’annuncio nei mesi scorsi. Del resto, “Il Dubbio”, questo il nome del nuovo giornale, nasce dalle ceneri de “Il Garantista”, quotidiano fondato dal giornalista romano soltanto nel 2014 e già accantonato non senza strascichi legali.

Infatti, presentato a suo tempo in grande stile a Roma e nato grazie all’acquisto della testata “Cronache di Liberal” dall’ex comunista e poi forzista Ferdinando Adornato, “Il Garantista” ben presto aveva conosciuto scioperi e proteste a causa del mancato pagamento degli stipendi, con arretrati che hanno infine superato le dodici mensilità e i fondi pubblici (630mila euro) andati per la maggior parte al solito De Rose (507mila euro), già stampatore e creditore di “Calabria Ora”. Ecco perché, pochi giorni fa, sull’account Facebook ufficiale del Garantista, compariva un post dai toni durissimi, non firmato, a nome degli ex “soldati di Calabria Ora”: “sul barcone assolato – che fu location scelta per la presentazione del Garantista – non siamo stati invitati, sulla scialuppa non c’è posto per tutti. La nave affonda, il capitano Piero si salva e la terza classe affonda”. “Per noi”, prosegue rabbioso il post, “la fanteria calabrese di un’avventura contrattualmente da sogno, i colleghi ‘romani’ erano quelli che immaginavamo accomodati nella loro redazione che affacciava su piazza di Spagna, a consumare l’aperitivo delle otto a San Lorenzo, (perché loro chiudevano le saracinesche ore e ore prima e ce ne accorgevamo quando la loro prima pagina veniva postata con entusiasmo su Fb intorno alle otto e un quarto di sera mentre in Calabria si era ancora nel pieno del delirio) quando noi, affogati di caldo e ansia da Reggio a Cosenza, consumavamo mezzanotti e briciole di ferie, spegnendo aspettative sul futuro man mano che i conti correnti arrossivano”. “Lavoravamo quasi il doppio”, si legge in conclusione, “per mantenere le copie e i nostri possibili stipendi. «Salvare gli arretrati» era il mantra”. Ma evidentemente, sottolineano i protagonisti dell’esperienza conclusasi in un ennesimo fallimento, c’è ci è stato più furbo. Ed è con queste cattive premesse e coi soldi degli avvocati, dunque, che si apre “Il Dubbio”: dalla “terza classe” abbandonata al mondo delle professioni un tempo definite borghesi.

Nel primo numero della nuova testata, in edicola da due giorni, un breve articolo lamenta la “furia mediatica” di chi ritiene ingiusta la semilibertà concessa dopo appena nove anni alla rumena Doina Matei, che aveva ucciso per futili motivi a Roma Vanessa Russo. In prima pagina, invece, un vecchio editoriale dello scomparso Umberto Eco, uscito su L’Unità nel marzo 2001 e, accanto, quelli di Sansonetti che spiega: “Questo nuovo giornale che nasce oggi – Il Dubbio – ha una aspirazione: quella di fare ciò che Umberto Eco chiedeva inutilmente 15 anni fa”. Un giornale che ponga “i diritti al di sopra di tutto” e, al tempo stesso, un giornale che “proverà ad essere oggettivo. A non schierarsi con un partito o con l’altro. A non fare il tifo”. Quanto alla natura istituzionale dell’editore, Sansonetti risponde così: “oggi, in Italia, gli editori non sono mai “produttori” di idee ma di merce. Non ci sono editori puri: ci sono costruttori di case, di macchine, di scarpe, finanzieri, commercianti, petrolieri. Sono loro i padroni dei giornali. Ognuno entra in editoria per difendere i propri interessi. Editori puri, zero. Gli avvocati non hanno interessi economici da difendere. Sono l’editore più puro che esista nel panorama nazionale”. Un giornale che non si fondi sui rapporti tra giornalismo e potere politico, che non basi la sua cronaca sulle chiacchiere del loro teatrino, questo chiedeva Eco, questo promette di dare Sansonetti. Tutto molto bello se non fosse per un punto che ritorna costantemente: la profonda distanza che continua a persistere nell’intellighenzia di sinistra tra il predicare bene ed il razzolare male come abbiamo visto con la precedente esperienza de “Il Garantista”.

Piero Citrigno

Anche la direzione di “Calabria Ora”, del resto, non si era conclusa in maniera troppo felice e forse le premesse, anche in questo caso, non erano delle migliori. Collaboratore e caporedattore del quotidiano del Partito Comunista fin dal 1975, poi direttore di Liberazione, giornale di Rifondazione Comunista, grazie al duo Vendola-Bertinotti, fino al 2009, quando viene rimosso in seguito ad un deficit di oltre tre milioni di euro, Sansonetti viene infatti chiamato nel 2010 dall’editore calabrese Pietro Citrigno, imprenditore nel settore delle cliniche private con alle spalle una condanna per usura, a dirigere il quotidiano “Calabria Ora”. Ma il giornale ad un certo punto fallisce e cambia nome, diventando “L’Ora della Calabria”, sotto la guida del figlio Alfredo e nei fatti la stessa squadra e lo stesso prodotto.

Ospite spesso dei salotti televisivi, gradito al centrodestra per il suo garantismo che brandiva coerentemente anche a favore dell’odiato Berlusconi e, in una occasione, persino del Blocco Studentesco di CasaPound, Sansonetti avrebbe in seguito lasciato “Calabria Ora” a causa di un piano di licenziamenti che si era rifiutato di assecondare e spiegando, soprattutto, di “avere accettato troppi compromessi” durante la sua direzione. Del resto, non erano mancati altri lati oscuri nel passaggio da “Calabria Ora” a “L’Ora della Calabria”, che aveva visto persino il suicidio del giornalista Alessandro Bozzo, costretto dall’editore, secondo l’accusa della magistratura, a risolvere il contratto di lavoro in corso a tempo indeterminato rinunciando a qualsiasi vertenza o pretesa, in un processo in cui l’allora direttore compariva come testimone della difesa.

L’idea di Citrigno era quella di un giornale di centrosinistra; la società editrice, del resto, nasceva dall’acquisto delle quote di Paese Sera Editoriale, titolare della storica testata romana Paese Sera. Ma la superiorità morale della sinistra, anche in questo caso, si era rivelata ben presto per ciò che è (una bugia) e nel 2014, dopo meno di un decennio, il giornale chiudeva in seguito alle conseguenze di uno scandalo che aveva portato alle dimissioni dell’appena nominato sottosegretario alle Infrastrutture del governo Renzi, Pino Gentile, big del nuovo centrodestra. Lo “squalo” della politica calabrese, infatti, non aveva gradito le indiscrezioni sulle indagini a carico del figlio e, magicamente, lo stampatore Umberto De Rose, presidente anche dell’ente regionale in house Fincalabra, dopo una telefonata con l’editore, comunicava la rottura delle rotative. Il giornale quel giorno non uscì. Il successore di Sansonetti, Luciano Regolo, diffondeva così l’audio di una telefonata tra l’editore e lo stampatore, in cui si evidenziavano le pressioni di Gentile per mezzo proprio di De Rose, ma anche un rapporto non troppo chiaro tra editore, stampatore e politica, a conferma che qualcosa non quadrava nell’ambiente. In seguito allo scandalo, De Rose si decise a far valere i suoi crediti e, sommerso dai debiti, il giornale chiuse. Sansonetti poté quindi richiamare alcuni dei suoi ex collaboratori e, insieme al team romano guidato da Davide Varì, dar vita a “Il Garantista”, con diffusione nazionale ed tre edizioni regionali calabresi. Ora parte “Il Dubbio” e, visti i precedenti, mai nome fu più adatto ad un giornale.

Emmanuel Raffaele, 14 apr 2016

Se questo è giornalismo: il disastro online di “Libero” (e non solo)

liberoSe state leggendo, ci siete cascati. Siete dei perfetti lettori, incolpevoli per carità, della versione online di “Libero”, quotidiano fondato nel 2000 da Vittorio Feltri e ora diretto da Maurizio Belpietro. Infatti, se il titolo del presente articolo lo avessero scelto gli stessi che gestiscono la piattaforma social del giornale di centrodestra, verosimilmente sarebbe stato questo, ovvero, un pessimo esempio di informazione, che noi ci vergogniamo persino ad imitare scherzosamente ed in maniera funzionale. Che i loro titoli sulla versione cartacea non siano esattamente un esempio di equilibrio, è cosa nota. A volte centrano il colpo, a volte esagerano, ma non perdono del tutto la dignità giornalistica. Nella versione online e, soprattutto, nella gestione del profilo Facebook che permette alle notizie pubblicate di circolare più facilmente, siamo invece ad un livello di bassezza professionale insuperabile.

Il caso recente più noto è relativo alla candidata a sindaco di Roma del Movimento 5 Stelle, Virginia Raggi, trattata come uno showgirl qualunque, con titoli inquietanti o semplicemente ridicoli in merito alla sua sensualità in studio da Bruno Vespa. “Sopra così, sotto da urlo. Tacchi, collant, delirio in studio: la candidata M5S Virginia Raggi da Vespa ci va così”, sparano in modo eclatante. E, nonostante le foto a smentirli, parlano addirittura di una eventualmente irrilevante “generosa scollatura” per raccontare di un vestito che, se non copre anche il collo, poco ci manca. Quanto al sotto da urlo, trattasi di una normalissima gonna, che evidentemente nel maniaco autore del trafiletto provoca però grandi sconvolgimenti.

Ma non c’è da farne “un caso”. Il caso, infatti, è un modo di fare giornalismo online che sta sporcando ulteriormente la dignità di fare questo mestiere. E, in questo caso, la dignità di una testata che non sarebbe neanche da buttare.

Bruno Vespa demolisce la sexygrillina Raggi. Il dettaglio imbarazzante su Virginia: ‘Lei dal vivo…’. Uno apre, legge e scopre che di tanto imbarazzante e distruttivo c’è un commento del giornalista televisivo che spiega: “vista dal vivo è minuta, e non fa quella impressione. La sexy candidata? Beh, direi proprio di non esagerare”. In pratica, peraltro, sputtana proprio i loro titoli, ma che importa. Facciamone un altro, tanto non sono i contenuti che contano.

Un giro sul profilo Facebook di Libero e scopriamo uno degli ultimi titoli: “FOTO – La furbata della Javorcekova: vedete questa foto? Ce n’è una tutta nuda, censura fregata”. Acquolina in bocca già dalla foto censurata. Click scontato. La logica dei social funziona così. Ed anziché innalzare il livello, alcuni grandi giornali cavalcano l’onda. Conta fare click, intascare finanziamenti pubblici, appoggiare questo o quello. Con buona pace dell’etica professionale. Il caso di Libero nella sua versione online è un’esagerazione, una strategia precisa che non può definirsi neanche giornalistica. Il problema è più grave, invece, quando è più sottile, quando il titolo farlocco si nasconde tra le colonne ricche di titoli più “affidabili”, quando una non-notizia diventa discussione politica o sociale, quando una notizia, benché inutile, viene ripresa poi da tutti gli altri quotidiani online perché fa letture, quando il titolo non è un titolo, quando il titolo è deviante e la notizia, magari, ben più seria. Capita anche questo e bisogna farci molta più attenzione.

Il vip la impalma, la madre s’infuria. Chi si prende la velina Ludovica (ha 22 anni più di lei)”. Ovviamente, non può mancare il suggerimento: “FOTO”. La gente vuole vedere, vuole il pettegolezzo e Libero come altri ne approfitta per ulteriori click. Da notare la furbata accennata poco fa: il titolo non riassume più la notizia. Si limita ad adescarti. Siete curiosi? E’ Luca Bizzarri, ma per favore non aprite quel link. Perché purtroppo tutto questo non succede soltanto con la cronaca rosa. Scorriamo ancora un po’ Libero ed ecco: “Spifferata dal Colle. La furia di Mattarella: attenzione, Bruno Vespa…”. La notizia che segue effettivamente sconcerta. Per vacuità. Mattarella, forse, si è incazzato con Bruno Vespa per l’intervista al figlio di Riina. Forse. Si dice. Perché nel comunicato laconico ha fatto sapere di non volersi occupare di palinsesti televisivi. “Bin Laden, in una lettera la profezia: ‘Cosa devi comprare per far soldi’ ”. Chiaramente il virgolettato è fittizio, artificioso. Serve a non dare la notizia suscitando però interesse. Un trucco. Bin Laden suggeriva ai suoi di comprare oro. In pochi avrebbero aperto una finestra per leggere una notizia che non promette niente di ulteriormente interessante. Altra notiziona poco più giù: “Ricordate questa Laura Ravetto? Dimenticatela: la svolta radicale in tv. Irriconoscibile”. Cosa sarà mai successo? Si sarà fatta tatuare in faccia il simbolo di Forza Italia, ricostruire il naso per assomigliare a un gatto, rasata i capelli a forma di svastica? No. E’ semplicemente andata dal parrucchiere: “Al tradizionale caschetto biondo e al trucco deciso, la Ravetto ha ormai scelto un look meno aggressivo”. Non sanno cosa inventarsi per fare click. Anzi, lo sanno benissimo: cazzate. “In Transatlantico c’è Enrico Mentana. Occhio, un politico gli fa questa cosetta qui”. Altro titolo stupidamente allusorio, altra notizia non detta, altra notizia inesistente presto svelata all’interno dello scarno articolo: “qualcuno gli avrebbe addirittura fatto il baciamano”. Non è uno scherzo o un’esagerazione. La notizia è davvero tutta qui. In ulteriore “forse”, peraltro anonimo.

Alle elezioni per il comune di Milano qualche sondaggio parla di avvicinamento e possibile pareggio. Secondo Libero si tratta di “un sondaggio che cambia la storia”. Ma il sesso fa visualizzazioni ed è quindi il tema ricorrente: “Herzigova cornuta? Con quale super-vip hanno pizzato il marito: intreccio sconvolgente”. Potremmo parlare della tematica, del titolo ancora una volta col trucco o della notizia come sempre inesistente. Oppure potremmo stendere un velo pietoso e, stando a quanto ci mostra l’analisi di appena tre ore di post di Libero, passare ad altro. Non per fare una rassegna dei principali quotidiani italiani, che si rivelano comunque molto più seri nell’approccio alla rete. Ma giusto per far notare che l’identico insopportabile metodo è utilizzato esattamente da TzeTze, il più utilizzato dai grillini, insopportabile fin nel maiuscolo dei titoli. “E’ TERRIBILE: NOTIZIA APPENA CONFERMATA”, annuncia la pagina Fb. E, sotto un’immagine di papa Benedetto XVI affranto, il titolo, se così possiamo chiamarlo, che ripete: “E’ TERRIBILE, NOTIZIA APPENA CONFERMATA, TUTTO VERO! ECCO COSA…”. La notizia, riportata in una dimensione normale, di per sé, potrebbe anche essere interessante: “Samir Khalil Samir, islamologo e consigliere di Benedetto XVI per i rapporti con l’islam, analizza il ricatto islamista contro l’Europa cristiana, scrive Giuseppe De Lorenzo su Il Giornale”. Ma l’allusione alla tragedia, alla lettura imperdibile fa sicuramente più click. “+++ULTIM’ORA – VLADIMIR PUTIN: CLAMOROSO POCO FA! LA NOTIZIA APPENA ARRIVATA!”. La notizia sono le non-dichiarazioni di Putin sulle cosiddette Panama Papers, nelle quali il nome del presidente russo, tra l’altro, non compare. Più giù, stesso schema, con la foto del calciatore ed il titolo: “+++ULTIM’ORA – IBRAHIMOVIC, NOTIZIA SHOCK POCO FA: IL DOPING, INCREDIBILE!”. La notizia, ripresa da tutti i giornali, è che Uff Karlsson, ex ct della nazionale svedese di atletica leggera, ritiene che l’attaccante, quando era nella Juventus, assumesse sostanze dopanti. Ora, lasciamo stare che si tratta di una opinione e non di una notizia: ma è questo un modo serio di fare i titoli? Prendere in giro i lettori con lanci tipo “MIGRANTI, ALLARME POCO FA: L’ITALIA, CRESCE LA PAURA” per raccontare che l’Austria avverte l’Italia sul probabile raddoppio del numero dei migranti il prossimo anno, francamente, non sembra lo sia.

Sulla bacheca de “Il Giornale” campeggia una foto di Corona con non si sa quale fanciulla: “Ritorno di fiamma per la coppia?”. E sticazzi no? Ma ok, è cronaca rosa magari. Molto più grave invece questo: “I Beckham nel tritacarne mediatico. Incredibile quello che fanno fare alla figlia”. Con tanto di commento: “GUARDA la foto che sta indignando il mondo”. Uno apre e la notizia è una bambina che sbuffa durante la manicure. E’ uno scherzo? Altro che CasaPound come reclamano i paladini della democrazia, chiudiamo un po’ di giornali, verrebbe da dire.

Del resto, è esattamente di virus democratico che si tratta. Adeguarsi al basso, anziché portare in alto i lettori. Dare al pubblico quello che vuole e non quello che serve. E, per forza di cose, servirsi poi di questo meccanismo. Lo specchio della democrazia.

St Peter Church: a Londra l’Italia passa soprattutto da qui

43727Ci si può perdere nelle speculazioni sull’integrazione, assicurare a se stessi ed agli altri di sentirsi cittadini del mondo, sminuire il valore dei confini considerandole barriere arbitrariamente tracciate dall’uomo. Ma, nel mondo reale, così come nella testa e nel cuore e nello spirito degli uomini, la lingua, le tradizioni comuni – anche negli aspetti più folkloristici e popolari -, le esperienze condivise di un popolo, che si manifestano appunto nelle tradizioni e ne rappresentano la storia, lasciano tracce difficili da cancellare. E sopravvivono anche all’oblio forzato della memoria. “Naturam expellas furca, tamen usque recurret”, recita un antico adagio popolare: si può scacciare la natura anche col forcone, tanto tornerà ad affermarsi. L’identità, quella famiglia allargata chiamata Patria, quel Suolo che è Madre, quello Stato che è Padre, quella comunanza che è, dunque, anche di sangue e suolo, non ci allontana poi tanto dalla naturalissima immagine di un albero, con le radici ben piantate nella terra e le braccia rivolte al cielo. Siamo letteralmente parte della terra che ci ha dato la vita.

Anticipiamo una possibile obiezione: no, il fatto che le migrazioni siano sempre esistite non toglie davvero nulla al nostro punto di partenza, anzi, da sempre l’uomo ha difeso il suolo natio, si è curato della propria comunità ed ha cercato di farla prosperare.

Ma questa è soltanto una premessa. La notizia è un’altra. Ed è, in realtà, un po’ datata: 16 aprile 1863, per essere precisi. D’altra parte, è vero, oggi le stime sugli italiani a Londra, contano ormai circa mezzo milione di persone e, passeggiando per le strade della capitale britannica, nei negozi, nei ristoranti e nelle grandi catene, incontrare un italiano è così scontato che una chiesa tutta italiana a Londra forse non fa più notizia. Ma è un fatto che, dal 1863, per molti italiani, quella chiesa continua a rappresentare un’identità, forse riflessa o forse anche intrecciata con quella italiana, che proprio in quegli anni, del resto, si concretizzava finalmente nell’unità d’Italia (di cui oggi, 17 marzo, ricorre l’anniversario), in un’opposizione che già preannunciava un dualismo storico-politico, che però, da un punto di vista spirituale, al di là dell’aspetto ideologico, si ricomponeva in unità interiore nella maggior parte degli italiani.

E’ questa, infatti, la data in cui la St Peter Church, prima chiesa cattolica in Gran Bretagna, viene inaugurata, nascosta tra i vicoli di quella che, nel 1878, sarebbe diventata l’ampia Clerkenwell Road. Quello che segue, dunque, più che notizia di un fatto, è l’annuncio di una testimonianza, ma più che un omaggio è un racconto e più che storia di un edificio è una riflessione sulle radici, sull’identità e lo sradicamento, sulle migrazioni dei popoli, sul senso di comunità. Perché una domenica alla St Peter Church è come un salto nel passato e, al tempo stesso, un incontro settimanale con la propria terra.

Non molto distante da Covent Garden ed Oxford Circus, a pochi passi dal British Museum ed a tutti gli effetti, insomma, nel pieno centro di Londra, entrare in una chiesa e ritrovare la stessa architettura, l’identica struttura basilicale delle nostre chiese, ascoltare una messa celebrata in lingua italiana, in una chiesa a dir poco gremita a tutte le ore dell’appuntamento domenicale, come ormai non avviene neanche nei paesini dell’entroterra italiano, è un salto nostalgico nella penisola, un momento in cui smetti di sentirti ospite per ridivenire parte di una comunità, semplicemente attraverso la presenza. E stupisce e, ad un tempo, incuriosisce scoprire come la storia “nascosta” di questa cattedrale si riveli poi tutt’altro che noiosa lettera morta da museo, ma sia avvicini, invece, di più ai toni di un’autentica epopea, portata avanti da una fede che era a quel tempo esso stesso identità, collante e, soprattutto, ancora vitale.

A primo impatto, certo, suona persino eccessivamente “paesana”, vista oggi, la newsletter con l’annuncio dettagliato di battesimi, anniversari, matrimoni, qualche funerale, oltre a tutti gli appuntamenti ed i servizi della parrocchia. Per non dire dell’atmosfera dell’adiacente circolo, con tanto di enorme tricolore dipinto sull’angolo dell’edificio che lo ospita e gli anziani ai tavolini a giocare a carte la domenica mattina, uno spettacolo imperdibile, che diventa suggestivo in terra d’Inghilterra. Perché, infine, anche e soprattutto questo sa di casa e, snobismi a parte, di contatto umano. Non per rivangare gli stereotipi sulla freddezza degli inglesi, che poi per gli italiani del sud potrebbe anche essere la freddezza dei milanesi. No, gli stereotipi molto spesso raccontano la superficie. Ma in una città che conta oltre otto milioni di abitanti, stracolma di gente proveniente da ogni parte del mondo, è più che normale essere un numero. Qui il cerchio si restringe. Innanzitutto, sei italiano.

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L’impressione è quella di essere parte di una comunità “solidale”. Questioni religiose a parte, il senso di comunità, in effetti, è proprio questo. Con i suoi risvolti, positivi e negativi, la comunità in sociologia va a definire quella forma di “organizzazione” sociale quasi spontanea per cui ogni persona è connessa con le altre attraverso la condivisione di valori, pratiche sociali e religiose, abitudini e, soprattutto, attraverso la lingua. Quando diciamo che solo in percentuale minima l’aspetto verbale è essenziale nella comunicazione ci sembra quasi di dire una banalità, poiché, con tutta evidenza, ciò che attribuisce significato alle parole è, quasi sempre, il tono, l’espressione, il ritmo e tanti altri fattori posti al di là della semplice codificazione razionale di un termine. Ma per essere parte di una comunità bisogna essere parte di un mondo che va molto al di là persino di questo: riferimenti culturali, modi di essere, convenzioni sociali, convinzioni; tutto ciò è implicito in una lingua, nella comunicazione. La lingua, insomma, è la manifestazione di una identità, non un semplice codice. Ed è singolare come la storia di questa chiesa ne sia una dimostrazione pratica.

A differenza della “comunità”, invece, la “società” non è centrata sull’idea di identità, sulla condivisione. La società è la creazione moderna per cui un “vertice-burocrate” organizza un insieme di individui che rappresentano unicamente se stessi. Al massimo, nella società moderna, sono rappresentati dai partiti, strumenti comunque divisivi rispetto all’idea di comunità (come, del resto, suggerisce l’etimologia).

E l’integrazione non è altro che un’idea moderna (Nietzsche direbbe: “vale a dire un’idea sbagliata”), propria di popoli che hanno perso la dimensione comunitaria e sono stati costretti a standardizzarsi, ad essere tutti uguali. Nell’uguaglianza che svuota le particolarità, ciascuno diventa nessuno. I legami solidali si sciolgono, i vicini di casa diventando soltanto quelli che senti ogni tanto litigare o fare rumori, che perlopiù ti infastidiscono, i problemi con loro li risolvi con una raccomandata dal tuo avvocato, anziché in piazza passeggi al centro commerciale e non vai più al negozietto sotto casa ma al supermercato, mentre gli “amici” te li trovi su Tinder. Tutta una serie di cambiamenti che, nel bene e nel male, hanno mutato la natura dei rapporti sociali, indirizzate da precise scelte politiche ed economiche che non analizzeremo certo in questa sede.

Eravamo alla St Peter Church. Torniamo, stavolta per rimanerci, da quei ragazzi che si ritrovano per fare volontariato, da quei sacerdoti che assistono gli italiani in difficoltà con la legge, ritroviamo quella newsletter, la via crucis, la gente di ogni età, tra chi vive qui da anni e chi è appena arrivato, come i tanti giovani che giungono ormai in un flusso costante, agevolati nel loro proposito dall’enorme abbassamento dei costi dei trasporti transnazionali.

Per una storia che, come anticipavamo, inizia più di due secoli fa. Quando gli italiani a Londra erano più o meno due migliaia. Quando in Gran Bretagna, considerata oggi culla della democrazia, o perlomeno dipinta come tale, praticare il cattolicesimo era vietato per legge ed una chiesa cattolica non era una cosa tanto scontata come può sembrare oggi che, anche tra i grattacieli di Victoria Street, c’è l’enorme cattedrale di Westminster, la più grande chiesa cattolica in Gran Bretagna. C’è stato infatti un tempo in cui tutto ciò era impensabile ed i cattolici rivivevano un po’ l’esperienza dei primi cristiani, costretti a nascondersi per sfuggire alle persecuzioni. Anche la fede era identità. Non poteva essere diversamente. Come per gli irlandesi, anche loro a combattere la repressione inglese, a lottare per un’indipendenza in cui l’appartenenza nazionale e quella religiosa si fondevano in una cosa sola. Se oggi esiste la St Peter Church è perché, quando la libertà religiosa non era cosa ovvia, gli italiani hanno dovuto conquistarsela. Anche a costo di affrontare la dura legge inglese ed un ambiente a dir poco ostile.

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“La chiesa italiana di San Pietro a Londra”, testo molto dettagliato e firmato da Luca Matteo Stanca, pubblicato per la prima volta nel 2001, si apre non a caso con una che conferma molte delle nostre riflessioni: “Si avverte infatti una devozione antica e radicata, con uno ‘stile’ che rimanda alle domeniche dei nostri paesi di qualche decennio fa, quasi che quegli uomini e quelle donne, sradicati dalla loro terra, vogliano gelosamente custodirne i suoni, i riti, gli odori […], e trasmetterli in consegna ai figli e ai nipoti che spesso li accompagnano […]. È vero, si avverte anche un velo di nostalgia, ed allo stesso tempo l’orgoglio della propria identità, nelle facce da italiani di coloro che animano la liturgia e le tante attività in cui si articola la vita di una comunità come questa, vivace e solidale”.

Leggere integralmente questa interessante opera di ricostruzione storica è senz’altro consigliato. Qui, però, è nostro interesse unicamente render l’idea del contesto storico e, quindi, del significato di questa basilica come affermazione di identità. Fino all’approvazione del Catholic Relief Act nel 1778, infatti, la Gran Bretagna, non soltanto vietava ai cattolici la pratica del proprio culto, ma anche, ad esempio, l’insegnamento, pena il carcere a vita, e ne limitava fortemente perfino il diritto di proprietà attraverso il divieto di acquistare o ereditare terre. I cattolici erano veri e proprio cittadini di serie b, per cui a Londra, approfittando dell’extraterritorialità diplomatica, esercitavano la propria fede presso la Cappella Sarda, “il più antico luogo di culto cattolico post-Riforma a Londra”, all’interno appunto dell’ambasciata del Regno di Sardegna, nell’attuale Sardinia Street. Solo con la legge del 1778, infatti, vennero escluse per i cattolici di Inghilterra e Galles queste misure più estreme nel caso avessero prestato giuramento alla corona britannica, anche se il tentativo di estendere l’atto in Scozia provocò, invece, rivolte ed il saccheggio di case, attività commerciali e luoghi di culto dei cattolici. Anche a Londra, del resto, nel 1780, vennero raccolte 44mila firme contro la legge e i dimostranti assediarono le cappelle cattoliche, tra cui la Cappella Sarda. A Covent Garden una stazione di polizia venne incendiata, dal momento che, nel frattempo, la rivolta, da anti-cattolica ed anti-irlandese, si era trasformata in una rivolta “anti-sistema”, con l’assalto alle prigioni ed alla Banca d’Inghilterra. Le celebrazioni cattoliche proseguono nella semi-clandestinità, per un periodo addirittura in un “pub” di Whetston Park: “un robusto irlandese alla porta chiede la parola d’ordine agli avventori, ed il vescovo stesso celebra in abiti civili, tenendo davanti a sé uno schiumante boccale di porter, onde poter dissimulare nel caso la riunione sia scoperta”. Ma nel 1790 ai cattolici vennero fatte ulteriori concessioni: rimanevano proibiti gli ordini monastici, indossare pubblicamente l’abito talare, i campanili, le celebrazioni pubbliche e l’educazione cattolica ai figli dei protestanti, ma è permessa quanto meno la pratica “privata” a porte chiuse del culto e dell’insegnamento.

La comunità cattolica, ovviamente, non era composta solo da italiani. E, nel 1824, con l’aumento di numero dei nostri connazionali, arriva don Angelo Maria Baldacconi, che subito esprime la difficoltà di occuparsi contemporaneamente sia degli italiani che degli altri fedeli. Nel 1829, intanto, ai cattolici viene permesso di sedere in Parlamento. E vent’anni dopo l’arrivo di padre Baldacconi, giunge a Londra il suo successore, don Raffaele Melia, membro della Società dell’Apostolato Cattolico fondato da san Vincenzo Pallotti e protagonista diretto della nascita della St Peter Church, che otterrà il compito di occuparsi specificamente degli italiani. Melia continua infatti a celebrare nella Cappella Reale Sarda davanti a due comunità diverse, e questa mescolanza crea forti difficoltà […]. Molti giorni che sono festivi per gli italiani non lo sono per gli inglesi, e molte devozioni care agli uni sono ignote agli altri […]. La necessità di una chiesa italiana, per gli italiani, si rende sempre più evidente”, spiega Stanca. Il concetto di identità e di comunità inizialmente espresso, anche in questo caso, è spiegato in maniera lampante dalla pratica, poiché collante di una comunità sono anche le pratiche condivise, le esperienze comuni, mentre la mescolanza impone livellamento e appiattimento delle differenze fra le comunità, coese all’interno sulla base di valori evidentemente comuni. Nel 1845, così, viene concepita l’idea di una chiesa italiana a Londra, che quasi subito si andrà delineando con il progetto di acquistare un terreno per la costruzione di una chiesa ex novo e, già nel ’47, viene individuata nella zona di Clerkenweel Road un terreno potenzialmente adatto ed inizia così, autorizzata da Roma, la raccolta dei fondi in tutta Italia per la sua futura edificazione, il cui acquisto dovrà esser effettuato dalla Società dell’Apostolato Cattolico. Ed è nell’anno successivo che Melia riferisce la volontà di Pio IX, ultimo sovrano dello Stato Pontificio nonché papa più longevo dopo san Pietro, di dedicare proprio a San Pietro la futura cattedrale, che torna però ad essere definita come “Chiesa di tutte le Nazioni”, forse proprio per le tensioni risorgimentali in corso. Don Vincenzo Pallotti, invece, raccomanda soltanto che niente possa “essere oggetto di scandalo” poiché “nella casa dei sacerdoti bisogna mantenere semplicità e povertà”. “La ricerca del sito”, racconta ancora Stanca, “da parte di Melia e Faò di Bruno si concentra su Clerknwell poiché è in questa zona, ed in particolare nei vicoli sovraffollati e malsani dell’area di Saffron Hill, che si è venuta concentrando la comunità degli italiani”. Immigrati poco qualificati, pressoché tutti ambulanti: arrotini, venditori di gelato, suonatori di organetto, che precedettero di poco il forte afflusso di cattolici irlandesi. Nel 1850, l’accusa al papa di aver ricostituito la gerarchia ecclesiastica in Inghilterra diede vita a nuovi episodi di violenza e manifestazioni anti-cattoliche. Padre Melia, l’anno successivo, pubblica sul giornale cattolico londinese “Tablet” un articolo in cui spiega: “Questa chiesa sarà sempre governata da una congregazione di sacerdoti secolari italiani fondata a Roma, così che lo spirito romano la influenzerà sempre”. Un articolo che provoca aspre reazioni all’interno della Camera dei Lord, sul “Times” ma anche negli ambienti della chiesa anglicana, che vedono nella scelta di edificare una cattedrale e dedicarla a San Pietro una sfida alla vicina cattedrale metropolitana di San Paolo. Nonostante tutto, nel dicembre del 1852, l’acquisto del terreno è finalmente concluso. Passeranno circa undici anni prima che il progetto tanto atteso possa vedere la luce, quasi in contemporanea con la neonata Italia, che senza dubbio contribuì a rafforzare il sentimento identitario. Come Roma, anche la St Peter Church non è stata costruita in un giorno.

13001181_1751122628440155_7571536844759652121_nEd ancora oggi, ogni prima domenica di novembre, all’interno cimitero di Brookwood, nella sezione militare italiana, ci si ritrova per commemorare i nostri connazionali caduti, in gran parte prigionieri di guerra, in collaborazione con ambasciata, consolato e associazioni italiane. Mentre la domenica successiva si celebra una messa in suffragio degli internati italiani che morirono nel 1940 sulla nave Arandora Star, ricordati da una targa proprio all’ingresso della chiesa. Una targa posta esattamente sopra la stele dedicata ai caduti della prima guerra mondiale, con due fasci littori sorprendentemente intatti ed una frase di Gabriele D’Annunzio: “Non invano moriste, o dolci figli, latin sangue gentile”. L’Italia che non dimentica se stessa, da queste parti, passa anche per la St Peter Church.

Emmanuel Raffaele