Uk, bufera sui labour dopo la frase su Hitler: al via indagine interna

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I telegiornali inglesi in queste ore non parlano d’altro: il Partito Laburista in balìa dell’antisemitismo. Questa, infatti, è l’accusa corale mossa al leader Jeremy Corbyn da oppositori e membri del suo stesso partito dopo l’espulsione di Naz Shah e la sospensione dell’ex sindaco di Londra, Ken Livingstone. E così Corbyn, che pure ha negato la crisi, ieri ha annunciato l’avvio di una indagine interna: “Il Partito Laburista è un partito anti-razzista nella sua essenza ed ha una lunga e fiera storia di lotta contro il razzismo, incluso l’antisemitismo. Mi sono speso per tutta la vita contro il razzismo e la comunità ebraica è stata al centro delle politiche progressiste e del nostro partito per oltre un secolo”, ha dichiarato ai giornali dopo l’annuncio.

A portare avanti l’indagine, ha spiegato, sarà Shamu Chakrabarti, in passato a capo di “Liberty”, organizzazione a difesa dei diritti civili. Il suo compito, nei prossimi due mesi, sarà quello di confrontarsi con la comunità ebraica per poi formulare una proposta risolutiva. Accanto a lei, David Feldman, direttore di un istituto dedito allo studio dell’antisemitismo. Inoltre, una indagine a parte verrà condotta da Janet Royall sull’antisemitismo all’interno dell’Oxford University Labour club.

Dunque, che succede esattamente? L’estrema destra più razzista ha preso in ostaggio le menti dei laburisti? Adolf Hitler redivivo ha ripreso la sua propaganda partendo da Londra? Niente di tutto ciò, anche se di mezzo c’è come sempre lui, l’innominabile Fürer del Reich tedesco. A Ken Livingstone, infatti, è bastato farvi riferimento per essere sospeso nel giro di poche ore, con il candidato sindaco di Londra Sadiq Khan, mussulmano, in prima linea per farlo fuori. La campagna elettorale, si sa, non guarda in faccia nessuno.

«Ricordiamoci che Hitler, dopo aver vinto le elezioni nel 1932, pensava di spostare gli ebrei in Israele. Supportava il sionismo – questo prima di impazzire e finire per uccidere sei milioni di ebrei». Ecco le dichiarazioni incriminate di Livingstone, indubbiamente scomode visto l’accostamento tra sionismo e nazismo, ma non molto diverse da quelle rilasciate pochi giorni fa addirittura dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, come ha ricordato lo stesso esponente laburista. Ma la vicenda, come dicevamo, ha origine da un altro episodio: l’espulsione poche ore prima di Naz Shah. E’ in sua difesa che Livingstone aveva affermato: «Non sentito nessuno dire nulla di antisemita, ma c’è stata una campagna molto ben orchestrata dalla lobby israeliana tesa a diffamare chiunque critichi le politiche israeliane tacciandolo di antisemitismo».

L’espulsione della parlamentare Naz, in effetti, dava un po’ l’impressione di una campagna mirata, dal momento che al centro delle accuse contro di lei ci sono sue dichiarazioni risalenti addirittura al 2014, quando proponeva di spostare Israele negli Stati Uniti per risolvere la questione israelo-palestinese.

Livingstone ha quindi ribadito la sua preoccupazione in merito all’evidente e deliberata confusione tra antisemitismo e critiche ad Israele, difendendo il suo commento su Hitler definendolo «un fatto storico».

Ma la storia a volte ignora le regole del politicamente corretto e a volte osa perfino dimenticare chi ha vinto l’ultima guerra mondiale, per cui meglio lasciarla stare, sembra il messaggio sottinteso in tutta questa vicenda.

E così, dopo un confronto interno durato poche ore, i laburisti hanno stabilito che le parole di Livingstone non erano probabilmente antisemite, ma hanno comunque preferito optare per una sospensione che togliesse le castagne dal fuoco di un partito al centro di un dibattito ormai infiammato (chissà da chi?!).

Gli episodi appena raccontati, infatti, sono soltanto gli ultimi di una “lunga” serie, sui quali i giornali, puntualmente, hanno insistito alimentando la questione “antisemitismo” tra i labour.

Lo scorso febbraio, infatti, Alex Chalmers, responsabile del Labour club studentesco della Oxford University, si era dimesso dall’incarico accusando i membri dell’organizzazione di avere «qualche problema con gli ebrei», nonché simpatie per i gruppi terroristi come Hamas.

Il 15 marzo, invece, Vicki Kirby, già sospesa dal partito nel 2014 per i suoi post anti-ebraici, dopo esser stata candidata al parlamento, viene sospesa nuovamente, per gli stessi post incriminati, dopo aver nuovamente ottenuto un incarico all’interno del partito in merito alle politiche del lavoro.

Il giorno dopo, Jeremy Newmark, leader del Movimento Ebrei Labour, accusa Corbyn di essere impotente di fronte all’insorgere dell’antisemitismo nel suo partito. Meno di un mese dopo, il 10 aprile, Aysegul Gorbuz, consigliere e mussulmana, viene sospesa dopo alcuni tweet  pro-Hitler e contro Israele. Pochi giorni dopo, il 27 aprile, come abbiamo visto, tocca alla Shah e poi a Livingstone.

Karen Pollock, direttrice dell’Holocaust Educational Trust, è stata chiara: «l’abuso intenzionale della storia dell’Olocausto è antisemitismo – puro e semplice». Su certi dogmi non si discute: la storia, in certi casi, è storia sacra. Livingstone, che pure non ha mai negato lo sterminio, anzi ne ha ricordato anche le cifre ufficiali nel post in questione, di certe cose semplicemente non deve parlarne, le sue parole rischiano di sporcare il dogma del bene assoluto contro il male assoluto, che non regge se bene e male pensavano a trovare una soluzione di comune accordo.

A ribadirlo con parole più esplicite è il rabbino Danny Rich, responsabile di Liberal Judaism e membro del Partito Laburista: «Sostenere che Hitler era sionista è non solo una enorme alterazione storica, ma equipara direttamente nazismo e sionismo. Suggerisce che essi condividevano obiettivi e valori; è colpa per associazione. E’ difficile pensare ad un collegamento più offensivo». Sionisti in combutta col nemico giurato? Mai accaduto e, se è accaduto in nome della real politik, meglio non dirlo, nella storia sacra stonerebbe un tantino.

«Come posso pentirmi di aver detto la verità?», ha chiesto Livingstone ai giornalisti. Una frase che riassume perfettamente le strategie da psico-polizia orwelliana che la stampa utilizza in nome della nota lobby, censurando di fatto la libertà di pensiero e la storia, in nome della democrazia.

Emmanuel Raffaele, 30 apr 2016

A Londra apre “Bunyadi”, dress code: via i vestiti, a cena nudi

Una Schermata-2012-07-04-a-19.16.40cena al ristorante completamenti nudi. Se proprio l’esperienza vi incuriosisce, non disperate perché, a breve, basterà una gita a Londra per soddisfare il vostro desiderio. Aprirà infatti a giugno, e soltanto per tre mesi, il “Bunyadi“, un ristorante, spiegano i promotori dell’iniziativa, «libero dalle costrizioni della vita moderna». Lo stile “nature”, infatti, non sarà l’unica caratteristica del locale, che mira a proporsi come esperienza totale: no all’utilizzo di prodotti chimici e coloranti, zero elettricità, niente telefoni cellulari e ingredienti rigorosamente naturali per la preparazione di pietanze cotte a legna, servite su stoviglie di argilla fatte a mano e consumate con posate commestibili. Sullo sfondo, un arredamento altrettanto minimal, con le canne di bamboo a separare i vari ambienti e due spazi principali: uno utilizzato da chi intende tenere addosso i propri abiti e l’altro da chi sceglierà di liberarsi anche di quelli nell’apposita changing room. A darne l’annuncio Seb Lyall, già ideatore dell’ABQ, cocktail bar londinese ispirato alla famosa serie “Breaking Bad”. Se la cosa fa per voi, dunque, fate in fretta a prenotare; la lista d’attesa si prospetta abbastanza lunga. Magari la location potrebbe tornarvi utile a rompere il ghiaccio al vostro prossimo primo appuntamento; quanto alle cene di lavoro, invece, forse meglio evitare. In ogni caso, non dimenticate: vietato scattare fotografie.

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Ebreo o mussulmano: chi sarà il prossimo sindaco di Londra?

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Sadiq Khan

Zac Goldsmith, 41 anni, ebreo, figlio di Sir James Goldsmith, appartenente ad una importante e ricchissima dinastia di banchieri di origine tedesca. Oppure Sadiq Khan, 45 anni, mussulmano, avvocato per i diritti umani, quinto di otto figli di un conducente di autobus pakistano immigrato con la moglie a Londra negli anni Sessanta. Il primo corre per i conservatori, il secondo per i laburisti e sarà con ogni probabilità uno tra loro due il prossimo sindaco di Londra.

In effetti, sembra che a ricalcare e forse accentuare gli stereotipi destra/sinistra ce l’abbiamo proprio messa tutta nella capitale britannica, che il prossimo 5 maggio, unica città del Regno Unito a scegliere tramite elezioni, si appresta ad eleggere il sindaco che succederà a Boris Johnson, conservatore nonché uno dei maggiori oppositori di David Cameron nella battaglia per l’uscita dall’Unione Europea.

Da una parte il mondo della finanza e la lobby ebraica (?), dall’altra uno che viene dal popolo, per di più figlio di immigrati, come se non bastasse islamico. Stereotipi che molto probabilmente non significano nulla per due politici esperti, già parlamentari, che stanno portando avanti entrambi una campagna come si conviene ad una città come Londra: lisciando il pelo a tutte le minoranze possibili e non solo.

Tanto che, scorrendo le visitatissime pagine Facebook dei candidati, che viaggiano entrambi poco al di sotto dei 90mila like, è tutto un moltiplicarsi di visite a sinagoghe, chiese cristiane, comunità sikh, tamil e chi più ne ha più ne metta, auguri per il nuovo anno bengalese, festività induiste d’improvviso balzate al centro delle loro preoccupazioni e così via. Un vero e proprio specchio del melting pot londinese e della tipica strategia elettorale democratica in salsa post-identitaria. Senza contare l’intervista doppia rilasciata al magazine modaiolo “Vogue”, nel corso della quale entrambi hanno promesso ovviamente grande impegno per lo sviluppo di un settore che contribuirebbe per 35 miliardi all’economia londinese, e la visita di poche ore fa da parte di Goldsmith ad un’associazione che cura cani e gatti randagi. Tutto e il contrario di tutto, insomma.

Zac Goldsmith
Zac Goldsmith

Anche se la sfida sembra aver una tendenza fin troppo etnica per un bianco, ricco, “conservatore” ebreo, che infatti è considerato sfavorito. Nel futuro prossimo di Londra, capitale della finanza per eccellenza, sembra infatti esserci un sindaco mussulmano, a conferma dello sposalizio felice tra la sinistra e le culture allogene, ma anche tra destra liberale e mondo della finanza. Alternative che lasciano poco spazio al tifo per l’uno o per l’altro schieramento.

Il tema del terrorismo, ovviamente, non poteva non essere al centro del dibattito. Reso ancora più attuale dagli attentati di Parigi, Bruxelles e comunque centrale in una città simbolo dell’Occidente, principale alleato europeo degli Stati Uniti, che ha già subito gravi attentati ed ha fornito parecchi foreign fighters alla causa jihadista. A rendere il dibattito ancora più vivace, però, ci si sono messi proprio i due candidati, con alle spalle questioni personali che hanno dato modo ad entrambi di rimpallarsi le accuse. Su Khan, ovviamente, pende la pregiudiziale religiosa, ma anche il suo ruolo di avvocato per i diritti umani, che lo ha portato a difendere o esporsi a favore di personaggi discussi, come Yusuf al-Qaradawi, accusato di volere lo sterminio degli ebrei e la condanna a morte per gli omosessuali, ma anche di aver preso parte a conferenze in compagnia di Yasser al-Siri, condannato per terrorismo, e Sajee Abu Ibrahim, membro di un altro gruppo terroristico. Anche Goldsmith, d’altronde, è finito sul banco degli imputati a causa della vicinanza ed il sostegno ricevuto dal suo ex cognato, Imran Khan, elemento di spicco del Movimento Pakistano per la Giustizia, in passato al centro delle polemiche per il sostegno alla causa dei Talebani. Imran Khan, infatti, in occasione della visita in ospedale di Malala Yousafzai, aveva affermato: “Il popolo dell’Afghanistan che lotta contro un’occupazione straniera, sta combattendo una guerra santa”. Miliardario anch’egli, sposato in passato con Jamina Goldsmith, ex capitano della nazionale di cricket e spesso al centro delle cronache mondane inglesi, è leader di un partito che, però, non ha mancato di portare avanti iniziative all’insegna del fondamentalismo religioso nelle scuole.

Imran Khan
Imran Khan

Singolare che proprio Goldsmith abbia dovuto a più riprese difendersi dalle accuse di islamofobia ed abbia puntato molto sul pericolo rispetto al terrorismo rappresentato dal suo avversario, il quale da parte sua giura che metterà la città “sul piede di guerra” contro ogni pericolo estremista.

Al di là degli stereotipi e dei colpi tipici di una campagna elettorale molto sentita, quindi, resta un dato di fatto: il fondamentalismo islamico è molto più forte e molto più radicato in Occidente di quanto dall’Italia si possa credere e, paradossalmente, come dimostra l’influenza saudita nella finanza britannica, ciò potrebbe non seguire linee di divisione troppo scontate.

Khan, del resto, ha tirato fuori al momento opportuno la storia del padre conducente e sta spingendo molto sull’immaginario dello straniero che arriva in Gran Bretagna e realizza i suoi sogni partendo dalla periferia sud di Londra. Ma si sta anche sforzando di non spaventare troppo i ricchi: “Mi piace il fatto che Londra sia la casa di 140 miliardari. Sono contento che ci siano 400.000 milionari”. Anche questa è diversità, anche questa è Londra, spiega, ricordando chi, invece, è costretto a fare due o tre lavori per sopravvivere. “Sarò il sindaco di tutti i londinesi”, promette.

Nessuno, d’altronde, può pensare di vincere a Londra con una campagna “settaria”. E così, ecco la caccia al consenso delle minoranze, i colpi duri di Goldsmith per conquistare il voto asiatico prospettando posizioni avverse da parte dei laburisti, la sfida a chi costruisce più case popolari. Khan ne promette almeno 80mila, con un affitto di un terzo del reddito medio locale e facilitazioni per l’acquisto; più “prudente”, Goldsmith ne vorrebbe costruire 50mila. Khan, inoltre, vorrebbe portare a £10 il salario orario minimo nella costosissima città di Londra, piantare circa due milioni di alberi, estendere all’intera zona uno e due le restrizioni relative alle Ultra Low Emissions, pedonalizzando tra l’altro la famosa Oxford Street. Promette, inoltre, di non aumentare le tariffe per il trasporto pubblico fino al 2020, mentre – sostiene – con Goldsmith subiranno un incremento del 17%. Da parte sua, però, Goldsmith intende congelare la cosiddetta “council tax” ed evidenzia, invece, il parere contrario del suo rivale, facendo notare anche che le politiche sui trasporti di Khan provocherebbero un buco negli investimenti necessari al miglioramento del servizio.

Euroscettico di lungo corso, Goldsmith promette 500mila nuovi posti di lavoro, un forte incremento della presenza di agenti di polizia a sorvegliare la Tube (mentre Khan pensa a rendere più efficace e continua la videosorveglianza), mandando avanti il piano che la porterà a breve a funzionare per tutta la notte, investimenti in nuovi piccoli parchi cittadini, piste ciclabili ed una rivoluzione energetica, con l’incremento dell’utilizzo dell’energia solare e, almeno su questo, nessuno ne dubita dal momento che il suo fratello minore, Ben, ha investito molto in una compagnia del settore, la Engensa, tanto da far intervenire il fratello maggiore in parlamento contro i tagli ai finanziamenti, in un conflitto d’interessi denunciato da “The Guardian”.

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La polemica tra i due, invece, è stata diretta proprio sulla questione dell’emergenza abitativa, laddove Khan ha attaccato Goldsmith, colpevole secondo il candidato laburista di approvare un piano del governo secondo il quale 450mila sterline sarebbero un prezzo accessibile per l’acquisto di una casa. Deciso a limitare le costose tariffe per gas e luce nella capitale inglese, Khan ha anche avuto modo di garantire il suo impegno nel riequilibrare il gap di genere nelle retribuzioni, dichiarando: “sarò fieramente femminista”. A questo proposito, Sadiq Khan si è anche dichiarato contrario al velo integrale nel servizio pubblico, spendendosi in una riflessione significativa: “Quando ero più giovane non si vedevano donne con l’hijabs o il niqabs, neanche in Pakistan”. Una radicalizzazione, fa notare, sviluppatasi col tempo nell’ambiente islamico mentre, al tempo stesso, sono sparite le discriminazioni razziali da parte della società inglese: “Quando i miei genitori sono arrivati qui c’erano cartelli con su scritto ‘No neri, no irlandesi, no cani’. Con la generazione successiva, io ho sofferto abusi e ho lottato per questo e venivo insultato. Le mie figlie vivono a cinque minuti dalla zona in cui sono cresciuto e non hanno mai subito discriminazioni razziali. Questo è il progresso che è stato fatto in trent’anni. Questo è il bello di Londra”.

Da notare, per inciso: gli inglesi che esponevano cartelli contro neri, irlandesi e cani, sono gli stessi che hanno giudicato gli errori del regime fascista di qualche decennio prima con la consueta superiorità morale tipicamente liberale. Oggi è quella stessa società che giura e che forse ha davvero messo da parte il razzismo ad essere terreno fertile per la radicalizzazione islamica. Non sarà che, forse, qualcosa non va alla radice?

Emmanuel Raffaele, 20 apr 2016

Regno Unito, così le aziende aggirano l’aumento del salario minimo

140521-osborne_0Nei giorni scorsi se ne era già occupato “The Guardian”, ma la protesta sta progressivamente interessando la politica e molti hanno già iniziato ad attaccare il governo, che non avrebbe fatto abbastanza per garantire effettività all’incremento del salario minimo nazionale in vigore da questo mese. Il deputato laburista Joan Ryan, ad esempio, ha proposto al premier Cameron di multare le aziende che aggirano deliberatamente l’aumento della paga minima oraria voluta dal ministro delle finanze britanniche George Osborne. Ma misure simili sarebbero forse difficili da praticare.

La polemica, nello specifico, nasce dopo che molte grandi imprese hanno provveduto a disinnescare gli aumenti tagliando alcune voci di spesa relative ai propri lavoratori. Ad esempio, la catena di supermercati Waitrose, che pure ha smentito la relazione con il passaggio dai $ 6,70 ai £ 7,20 orari introdotti dalla nuova legge, ha smesso di pagare doppie le domeniche lavorative e ridotto le tariffe per gli straordinari. Iniziative più o meno simili sono state registrate presso i supermercati Tesco, Morrisons, ma anche presso i grandi marchi legati alla vendita di strumenti per il “fai da te”, oggetti per la casa, arredamento, come B&Q, Wilko e Dunelm.

Le “cleaner” inglesi che forniscono servizi a società come la Carillion, invece, si sono ritrovate con circa £ 40 in meno in busta paga a causa di improvvisi tagli orari.

Nel frattempo Caffè Nero, la catena di coffe shop britannica che si ispira allo stile italiano, ha optato per il taglio sui benefit, mettendo fine alla politica per cui ogni dipendente aveva diritto ad una consumazione gratis nel caso di turni superiori alle sei ore ed introducendo, al suo posto, uno sconto extra sui prodotti consumati.

Anche aziende di altri settori, comunque, stanno agendo variamente per affrontare l’incremento di spese, come John Lewis ed Asda, che hanno chiuso alcune mense aziendali.

Tutto ciò, nonostante Osborne abbia annunciato un taglio alla “corporation tax” che, dal 28% del 2010, dovrebbe arrivare al 17% nel 2020, con un risparmio di ben 15 miliardi per le aziende, le quali hanno evidentemente scelto, come al solito, di tenersi per sé l’intero gruzzolo.

Checco Zalone a Londra: “noi italiani campioni nel buttarci merda addosso”

CheccoA fine proiezione, effettivamente, restava poco da aggiungere. “Quo vado?”, l’ultimo film di Checco Zalone, visto da circa un quarto degli italiani e record storico di incassi, rischia facilmente di essere banalizzato da interpretazioni superficiali, pregiudizi negativi o da analisi che ne dimenticano l’aspetto fondamentale: si tratta di una commedia. Sarà stato questo, il clima piovoso di ieri o una sorta di timore reverenziale di fronte alla platea che ha assistito alla presentazione della pellicola a Londra, presso il cinema Genesis, grazie all’organizzazione di CinemaItaliaUk, ma ieri Luca Medici, più conosciuto come Checco Zalone, è stato decisamente di poche parole.

“Noi italiani siamo campioni nel buttarci merda addosso. Ma, in realtà, qualche pregio ce l’abbiamo”, ha però osservato, sottolineando l’errore nell’interpretare il film come una satira cattiva contro l’italianità che, se pur non viene assolta, viene però senz’altro valorizzata e ripulita dalla pellicola diretta da un Gennaro Nunziante ieri molto più loquace dell’attore pugliese. Visibilmente orgoglioso, annunciando il tour in circa ottanta paesi alle centinaia di italiani ed ai pochi inglesi presenti in sala, Nunziante ha evidenziato lo stupore dei produttori americani, interessatissimi al fenomeno Zalone. Ma, dopo aver anticipato l’intenzione di fare un nuovo film insieme, Checco ha avuto anche modo di raccontare la telefonata ricevuta dal premier Renzi, commentando poi cinico: “è un politico, bravo a salire sul carro del vincitore”. Genuinamente in imbarazzo per il suo inglese scolastico, Luca Medici ha aggiunto: “noi italiani abbiamo l’educazione”. Una parola semplice, ribadita spesso nel film, a cui Zalone sembra attribuire un senso particolare, importante: “per me è buon senso”, spiega. Educazione è la parola che sfida il nordico legalismo sfrenato in diverse scene del film, educazione è richiamo ad una società fatta ancora di persone e di relazioni di vicinato, richiamo ad un senso di comunità che si perde in quella triste forma di “senso civico” in cui ogni conoscenza immediata ed ovvia degenera in regolamentazione, poiché il prossimo è, ormai, pressoché un estraneo.

Checco Zalone fa anche satira. Ma non è satira anti-italiana. Prende in giro l’italiano medio quanto il radical chic; la presunta apertura mentale del nord Europa, con gli eccessi del multiculturalismo e dell’egualitarismo portato al paradosso, ma, al tempo stesso, non fa sconti alla mentalità bigotta, alla burocrazia conservatrice da Prima Repubblica, al parassitismo. L’Italia, sembra dire, non è la mentalità piccolo borghese, che ha paura di rischiare e di perdere i suoi miseri privilegi. L’Italia è quel senso di comunità, è, “dopo tanto buio nordico, la luce del Sud”, ma la sua rinascita passa per un ritrovato valore del rischio e del dono di sé. È per questo che la satira, in chiusura, abbandona il piano orizzontale e riparte dalla scena iniziale. “Ognuno ha un talento, tu cosa vuoi fare da grande?”, chiedeva il maestro in apertura al piccolo Checco. Lui, impregnato di cultura piccolo borghese, rispondeva: “Io voglio fare il posto fisso”. Ma, infine, “la storia della sua anima”, che il capo tribù africano gli chiedeva di raccontare, porta ad una conclusione che prevede un distacco dai due modelli messi a confronto e presi in giro per tutta la durata della pellicola, giungendo ad un cambiamento che è ‘verticale’. Checco ritrova la sua italianità ma non è più un piccolo borghese. Sceglie il rischio, il dono, come dicevamo; sceglie, insomma, di superare l’individualismo ed il materialismo. Ci sembra, ma potremmo sbagliarci, che in questo vada molto al di là del buonismo spiccio, così come nella satira va indubbiamente molto al di là del politicamente corretto, ragion per cui tale Davide Turrini su “Il Fatto Quotidiano” parlava a sproposito di “minoranze sputtanate”. Il che è un gran merito. Insieme al dato oggettivo che più di tutti permette di valutare una commedia: il film fa ridere. Fa ridere, a volte sorridere, e lo fa in maniera elegante. Senza forzature, battute trash, senza risultare volgare, banale o ripetitivo. Il personaggio è sempre lo stesso ma la struttura e la narrazione gli consentono di utilizzare schemi comici sempre diversi. Non è qualche buona trovata qua e là a far ridere in questo come negli altri suoi film, ma una struttura comica di per sé, un impianto narrativo decisamente azzeccato. E gli applausi di un pubblico sicuramente eterogeneo in quel di Londra molto probabilmente ne sono la conferma.

Emmanuel Raffaele, 17 apr 2016

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Inchiesta del Sunday Times: “un abisso tra noi e i mussulmani”. Oltre la metà vuole reato omosessualità

ST100416b-624x724Più della metà dei mussulmani inglesi, su una popolazione di circa 3 milioni, metterebbe fuori legge l’omosessualità. Il 39% pensa che la donna debba obbedire ai dettami del marito. Il 31% non disdegnerebbe la poligamia. Il 23% ammette che, dopo tutto, gli farebbe piacere fosse in vigore la sharia. Eppure, gli oltre mille intervistati face to face dal team di “The Sunday Times”, che ha pubblicato i risultati nell’ultima uscita con richiamo in prima pagina e l’analisi dell’esperto in materia Trevor Philips, ed a cui seguirà la divulgazione televisiva dell’inchiesta su Channel 4 mercoledì prossimo alle 22, dicono che stare nel Regno Unito non gli dispiace affatto (8 mussulmani su 10). Si sentono inglesi anche perché, spiegano, possono pregare, praticare liberamente il loro culto, andare in moschea, vestire da mussulmani godendo della massima libertà, spesso più che nei loro paesi di provenienza. Eppure appena il 30% di loro, 3 persone su 10, ha rapporti regolari con non-mussulmani suoi concittadini. Un altro 30% negli ultimi anni ha frequentato case non-mussulmane appena una volta l’anno. Uno su cinque non ci è mai entrato. Tra i mussulmani originari del Pakistan o del Bangladesh la percentuale di matrimonio misti è prossima allo zero. Circa la metà dei mussulmani, dopo tutto, è nata all’estero. Sono semplicemente una comunità diversa. E, infatti, “una significativa minoranza, preferirebbe vivere una vita distante dal resto di noi”, scrive Philips. Si tratta a tutti gli effetti, spiega, di “una nazione nella nazione, con la sua geografia, i suoi valori e il suo futuro del tutto separato dal nostro”: “un abisso aperto tra mussulmani e non mussulmani sulle questioni fondamentali, come il matrimonio, i rapporti fra uomini e donne, l’istruzione, la libertà d’espressione ed anche la legittimità della violenza in difesa della religione”. Un abisso che si allargherà, dal momento che a metà secolo, sottostimando le cifre, i mussulmani inglesi dovrebbero almeno raddoppia entro la metà del secolo. A Birmingham, la seconda città più popolosa della Gran Bretagna, con circa un milione di abitanti. Il 42% della popolazione non è di origine europea e i mussulmani sono ben 235mila. “Loro non vogliono adottare la gran parte del nostro stile di vita decadente”, scrive il Sunday Times concludendo: “l’integrazione dei mussulmani sarà probabilmente la più dura che abbiamo mai affrontato”. Bisogna agire. Eravamo convinti che facendoli entrare cambiassero, diventassero inglesi, e invece non è così automatico. Ammette il giornalista. C’è, evidentemente, qualcosa che va oltre il pezzo di carta. Qualcosa che non va in quella certificazione che ti chiama “inglese”, quando invece tu appartieni di fatto ad un’altra comunità. Una nazione nella nazione, appunto. Quando l’uomo e la sua burocrazia, le sue ideologie negano ciò che è naturale, non si creda che le carte possano sconfiggere l’essenziale territorialità e comunitarismo dell’uomo, che cerca qualcosa di più un legame “societario”, di una finta nazione senza identità. Non lo fanno neanche gli italiani. Nonostante il tempo, quasi sempre, rimangono italiani. Chi peggiore a causa del rancore verso la madrepatria, chi migliore. Il punto, infatti, non è, come superficialmente si potrebbe segnalare, la differenza di vedute su questioni pur fondamentali tra mussulmani e non mussulmani inglesi. E’ dal modernismo che si sentono distanti e questo, dopo tutto, non è un elemento correlabile unicamente all’identità religiosa mussulmana. Invece, valutazioni contenutistiche a parte, ciò che è rilevante è l’esistenza stessa di questo “abisso”. Qualunque sia la nostra identità, qualunque sia la loro, qualunque sia quella da ciascuno considerata più valida, le nostre identità rimangono e rimarranno, si sviluppano in maniera diversa perché fanno parte di contesti diversi. Questa è esattamente la dimostrazione che non esistono gli inglesi in generale come ci raccontano le carte, ma esistono gli inglesi bianchi, gli inglesi mussulmani e così via. E’ la dimostrazione di come il concetto di nazione, di cittadinanza, di comunità sia ormai falsato mentre rimane intatta la sostanza e fingiamo di non accorgercene a causa dell’ideologia ‘democratica’ che ne ignora le cause. D’altra parte, sottolinea il giornale inglese, oltre la metà dei bambini parte di minoranze etniche frequentano scuole dove i bianchi sono minoranza. In pratica le comunità originarie tendono a mantenersi come tali, per fattori non solo economici, dunque, ma ‘culturali’. Questo, molto più che il parere superficiale sulla legalità dell’omosessualità, dovrebbe preoccupare la Gran Bretagna e le altre nazioni europee.

Emmanuel Raffaele, 12 apr 2016

Estremisti islamici negli atenei inglesi, allarme in un report

maxresdefaultEstremisti islamici nelle università inglesi, lo “Student Rights” lancia l’allarme e segnala ben trenta eventi a rischio in pochi mesi. “Troppe sono le istituzioni che ancora permettono eventi a cui partecipano oratori estremisti o intolleranti senza alcun contraddittorio”, spiegano infatti nel presentare il report sulle attività ritenute ‘critiche’ svolte nelle università britanniche dal settembre 2015 al gennaio del 2016. Certo, la fonte non è delle più “affidabili” da un punto di vista ideologico ma i dati oggettivi ricavabili sono interessanti. Per cui facciamo ordine, prima di approfondire il rapporto. Innanzitutto, lo Student Rights è un progetto interno alla Henry Jackson Society, think thank conservatore britannico ispirato alla figura del senatore democratico fortemente anticomunista e che porta avanti l’idea di esportare la democrazia in tutto il mondo. In un articolo pubblicato di recente addirittura accusano Saddam Hussein, notoriamente capo di un Iraq laico come la Siria di Assad, di aver in qualche modo contribuito alla creazione dell’Isis. “Le moderne democrazie liberali”, spiegano, “rappresentano un esempio a cui il resto del mondo dovrebbe aspirare”. In altri passaggi propagandano il supporto ad ogni attività che favorisca la caduta di regimi non ancora liberal-democratici. Gente, insomma, che volentieri  ti organizzerebbe una “primavera araba”, per poi lasciarti col cerino in mano di un territorio che esplode nei conflitti. Forte sostegno alle spese militari, securitari, filo-statunitensi, progettano non a caso una modernizzazione ed integrazione della macchina militare europea, sotto il controllo inglese e nel quadro della Nato. Spiegano che “solo gli stati democratici liberali sono veramente legittimati”, ma anche che “l’alleanza con regimi repressivi, temporaneamente, è ammissibile”. In pratica, i falchi dell’occidentalismo, travestiti da agnellini dei diritti umani, la legge sacra con il quale il sistema difende il suo diritto di esistere.

Quanto al report che hanno redatto, invece, si tratta di una raccolta di informazioni in merito ai contenuti ed alla storia ‘politica’ degli oratori di alcuni incontri promossi all’interno degli atenei del Regno Unito, che spaziano dai fervori antigay agli slogan anti-bianchi come “Uccidi il boero!”,  fino a chi parla di “agenda razzista e suprematista bianca”, passando ovviamente per la causa islamica. L’allarme lanciato dal report, del resto, si riscontra facilmente nelle cronache inglesi. Oltre ai numerosissimi arresti legati al terrorismo e all’estremismo islamico, i foreign fighters partiti dal suolo britannico, si potrà anche ricordare l’evento da noi già segnalato all’interno del King’s College svoltosi con la separazione di uomini e donne. Oppure l’arresto di un ex presidente della Islamic Society (stessa organizzatrice dell’evento peraltro) in seguito ad alcune indagini che avevano evidenziato la preparazione di alcuni attacchi. Ecco, quindi, alcuni degli eventi in questione. Il 16 ottobre dello scorso anno, presso la Queen Mary University, si tiene un convegno dal titolo “L’Islam è la causa o la soluzione all’estremismo?”, organizzato dalla Islamic Education and Research Academy, organizzazione già interdetta dallo University College of London nel 2013 dopo aver ospitato un evento su Islam e ateismo in cui la platea era suddivisa per genere sessuale, costringendo dunque le donne a sedere separatamente rispetto agli uomini e viceversa. Hamza Tzortzis, uno dei relatori, aveva in passato affermato che gli apostati dovrebbero essere uccisi, oltre a dichiararsi contro “l’idea di libertà”.

Il 29 settembre, invece, presso l’Institute of Education a parlare è Moazzan Begg, già detenuto a Guantanamo per tre anni, il quale ricopre ruoli di responsabilità all’interno del gruppo Cage, che si oppone alla “guerra al terrore”, spesso a difesa di molti sospetti terroristi. Begg, a Guantanamo, avrebbe ammesso di aver visitato campi di addestramento al confine tra Afghanistan e Pakistan, noti per aver ospitato militanti di Al Qaeda. Da avvocato ha difeso la causa di molti sospettati. Durante l’incontro, a cui partecipava un’associazione che riunisce gli studenti di colore, alcuni hanno accusato il programma inglese per la lotta al terrorismo di esser parte di una strategia razzista per la supremazia bianca. Il 2 novembre, presso la Scuola di Studi Orientali e Africani, ancora Begg è protagonista di un incontro sul tema “Fratelli dietro le sbarre”, accanto a Harris Farooqi, il cui padre era stato condannato nel 2011 per aver preparato atti di terrorismo ed aver incitato a fare altrettanto in alcune pubblicazioni. All’incontro avrebbe partecipato attivamente anche Nicki Jameson, del “Fight Racism Fight Imperialism”, pubblicazione del Gruppo Comunista Rivoluzionario (RCG). Durante l’incontro sarebbe stato distribuito materiale in sostegno di Adel Abdel Bary, condannato nel 2014 per il coinvolgimento nell’attentato ad un’ambasciata statunitense in Africa nel 1998. All’interno dello stesso istituto, tre giorni dopo, un seminario sull’islamofobia, ha visto uno degli oratori, Sufyan Ismail, lamentarsi della criminalizzazione dei cosiddetti foreign fighters che vanno a combattere in Siria.

Presso la London South Bank University, invece, il 13 novembre, Abu Bakr Islam ha partecipato ad un incontro in compagnia dell’ex rapper Muslim Belal, noto attore e sceneggiatore inglese convertitosi all’Islam nel 2002. Nel 2011, Islam sul suo sito aveva incitato a giustiziare i non-musulmani che non pregano e vogliono sposare una donna musulmana. Il 23 novembre, presso la University of East London, l’onnipresente Begg partecipava insieme a Weyman Bennett di “Stand up to racism” ad un incontro che incitava: “Non permettiamo ai razzisti di dividerci. No all’islamofobia”. Il 28 novembre, ancora presso la Scuola di Studi Orientali ed Africani, all’interno di una iniziativa dei “Black Students” della National Union of Students, era presente Julius Malema, figura politica di rilievo del Sud Africa, fondatore del partito Economic Freedom Fighter dopo l’espulsione dall’African National Congress, il partito di Mandela e dell’attuale presidente Zuma, ininterrottamente al potere dal ’94. Malema è considerato un populista che spinge per il conflitto razziale. In occasione delle accuse di stupro rivolte da una donna al presidente Zuma, Malema aveva ironizzato dicendo che la donna doveva aver trascorso bei momenti. Nel 2011 è stato condannato per aver cantato la canzone simbolo della rivolta anti-bianca nel paese: “Spara al boero”. Sogna un Sud Africa senza più bianchi, slogan lanciato in una manifestazione dell’agosto 2011 che ha portato insieme ad altri episodi alla sua espulsione dal partito.

Economic Freedom Fighters (EFF) leader Julius Malema is seen at the protest movement's launch on Thursday, 11 July 2013. The EFF was different to other African National Congress breakaway parties, the expelled ANC Youth League president said at Constitution Hill, Johannesburg."We are not like Agang [SA] and all of them... We have a completely different plan." This plan included the non-negotiable principles of land expropriation and nationalisation of mines, both without compensation. The EFF sought to move away from a discourse of reconciliation to one of justice, Malema said. The EFF would hold a conference in Soweto on July 26 and 27 to work out its policies and manifesto. Picture: Werner Beukes/SAPA

Dunque, al netto dei discorsi ritenuti sospetti dalla Henry Jackson Society per l’anti-femminismo, l’anti-democraticismo, l’anti-liberalismo, la giustificazione degli atti di terrorismo contro le truppe statunitensi ed inglesi, l’antisemitismo, tematiche spesso al centro della propaganda occidentalista, rimane comunque tanta roba. E, soprattutto, alcune conclusioni: ciò che ancora in Italia non avviene con troppa frequenza a causa della minor presenza islamica, sta rivelando nel Regno Unito le modalità di uno sviluppo futuro che da noi si presenta ancora agli esordi, con gli immigrati utilizzati come scudo alle manifestazioni della sinistra. Uno dei dati politicamente rilevanti, infatti, è proprio la vicinanza degli ambienti dell’estremismo islamico con quelli della sinistra. Ciò che avevamo messo in evidenza anche in occasione della manifestazione “Refugee Welcome Here” svoltasi a Londra poche settimane fa. E, non ultimo, il carattere razziale anti-bianco di questo movimentismo che simpatizza con l’estremismo islamico, con tutto il contorno delle associazioni di studenti neri, le stesse che poi fanno campagna per la rimozione dei simboli del colonialismo dai luoghi pubblici, dalla Gran Bretagna al Sud Africa, il cui leader estremista, non a caso, appare tra gli oratori di uno di questi eventi. Insomma, con il massimo garantismo possibile quanto agli arresti e pur al di là dei collegamenti col terrorismo, ciò che troviamo è tutto un mondo variamente ostile all’Europa ed ai suoi popoli che si riunisce per distruggerne i simboli, mentre i benpensanti di casa nostra suggeriscono ciecamente l’integrazione. Non ci illudiamo che, rispetto a tutto questo, l’Italia sarà immune ancora per molto tempo. Il tempo di agire è adesso.

Emmanuel Raffaele, 7 apr 2016

Nel Regno Unito chiudono le acciaierie Tata, dumping cinese sotto accusa

122971-mdPort Talbot, il principale impianto di produzione dell’acciaio nel Regno Unito è ad un passo dalla chiusura, mettendo a rischio circa 4mila posti di lavoro, 9mila considerato anche l’indotto. L’annuncio del gruppo indiano Tata Steel di voler abbandonare ogni investimento in Gran Bretagna rivela una posto in gioco purtroppo molto più alta, che coinvolgerebbe addirittura 40mila operai del settore e potrebbe mettere in ginocchio un’intera regione, il Galles, fulcro della produzione dell’acciaio nel regno di Elisabetta II. Colosso che ha ultimamente mostrato interesse per il gruppo tedesco Thyssen, dal 2007 Tata Steel, dopo aver acquistato la Corus, possiede infatti i più grandi impianti del paese ma, ormai da tempo, la crisi era alle porte: la società cercava compratori da oltre un anno e, appena tre mesi fa, annunciava licenziamenti e chiusure. Soltanto l’impianto in questione, che ha richiesto al gruppo investimenti per circa un miliardo di sterline, ad oggi, è in perdita di 300 milioni di sterline l’anno. E così la decisione finale: se non si trova un compratore, si chiude.

Nel mirino due fattori, spesso concomitanti: il dumping cinese e gli altissimi costi dell’energia. Sul secondo fattore, in particolare, insisteva Matt Ridley ieri sul “Times”, ricordando la chiusura nel 2012 degli impianti di produzione dell’alluminio (settore ora dominato ancora una volta dalla Cina) di Lynemouth soprattutto a causa di costi energetici doppi rispetto alla media europea e non solo. “E’ vero che, nell’immediato, la crisi gallese è causata più dal dumping cinese dell’acciaio a basso costo sul mercato mondiale piuttosto che dal costo dell’energia in sé. Ma la questione è connessa comunque alle politiche climatiche. “La Cina – incalza – ha aumentato massicciamente le sue emissioni negli ultimi anni per far crescere la sua industria pesante”. Secondo Ridley, che d’altra parte riprende le accuse della compagnia stessa che nei mesi scorsi aveva segnalato con forza la questione, le acciaierie subiscono meno l’influenza dei costi dell’energia rispetto alle industrie dell’alluminio ma, anche in questo caso, la presenza di un competitor che non rispetta le regole senza che nessuno faccia nulla per proteggersi rappresenta comunque un fattore di squilibrio se non altro concomitante. E le politiche di riduzione delle emissioni, fin troppo rispettate dal Regno Unito secondo il giornalista, penalizzerebbero ancor di più il paese rispetto ad una Cina che, invece, non sta ai patti.

Motivazioni a parte, come accennato, sul tavolo c’è soprattutto una “vecchia” questione: prezzi troppo bassi che invadono e conquistano i mercati e, sul fronte opposto, un’Europa inerme, che in nome del liberismo si rifiuta di reagire, bocciando a priori ogni tentativo protezionistico. Così come, peraltro, sta facendo esplicitamente anche il governo inglese, nonostante la Cina abbia addirittura incluso proprio l’acciaio prodotto in Galles in una lista di prodotti importabili soltanto pagando un dazio fissato ora addirittura al 46%, mentre l’Europa permette l’importazione di prodotti dalle acciaierie cinesi con un’imposta di appena il 9% sul prodotto. A denunciarlo è sempre il Times che, due giorni fa, in prima pagina, accusava la Cina di aver alzato il prezzo dell’acciaio britannico. Lo stesso premier David Cameron, in effetti, nonostante abbia nel recente passato accolto la Cina nel paese a braccia aperte, è stato praticamente costretto ad esprimere ‘preoccupazione’ al leader cinese Xi Jinping, in occasione del vertice sulla sicurezza nucleare di Washington. “Un’umiliazione per il governo”, commentava Michael Savage a proposito della faccenda. Secondo Stephen Kinnock, deputato laburista, il dumping cinese “ha paralizzato l’industria dell’acciaio inglese negli ultimi cinque anni”. Cameron, da parte sua, si è difeso criticando le soluzioni semplicistiche e puntando il dito contro l’eccesso di offerta del settore, ma non ha comunque spiegato come è possibile che, a fronte di una sovrapproduzione, si aprano i mercati a concorrenti spietati e senza regole come le industrie cinesi. D’altra parte, il governo ha anche escluso l’eventualità di nazionalizzare le acciaierie per evitarne la chiusura ed ha messo in allerta coloro che hanno richiesto aiuti di stato, spiegando che l’Europa, certamente, boccerebbe l’iniziativa in nome della libera concorrenza. Risposta quanto meno tragicomica a fronte di una concorrenza già falsata dalla Cina che, ai bassi costi di vendita, aggiunge anche le alte tasse sulle importazioni. Per non parlare del tabù nazionalizzazioni. Ennesimo esempio di come l’Europa, in economia come nella politica estera, nella sicurezza e nella cultura, per mano di pochi burocrati, si stia di fatto suicidando, subendo senza reagire ogni tipo di attacco esterno.

Emmanuel Raffaele, 5 apr 2016

Regno Unito, sempre più italiani diventano sudditi di Sua Maestà

10-luoghi-da-cui-vedere-londra-dall-alto-09Aumentano del 22% gli italiani che vogliono diventare cittadini britannici. Ma il dato non è isolato. Il numero di richieste dei cittadini europei per avere la cittadinanza inglese – per la quale sono sufficienti appena sei anni di residenza permanente, un test e ben mille sterline – ha infatti subito un insolito balzo in avanti negli ultimi sei mesi dello scorso anno, facendo registrare un +25% in seguito ai timori connessi all’eventualità Brexit. La maggior parte delle richieste, in realtà, arrivano dai cittadini bulgari (+70%), seguiti da ungheresi (+39%), polacchi (+38%), tedeschi (+23%). Ultimi vengono italiani e francesi (+17%).

Complessivamente, negli ultimi tre mesi dell’anno, le richieste sono state infatti ben 5245, mentre nel trimestre precedente si erano fermate a 4179. In particolare, come accennato, le richieste da cittadini dell’est Europa sono passate da 1810 a 2433, numeri certamente inferiori rispetto all’incremento della percentuale italiana e che mostrano una differenza sensibile nell’approccio all’eventualità Brexit e, probabilmente, anche un tipo differente di immigrazione. D’altra parte, soltanto a Londra gli italiani potrebbero superare il mezzo milione, facendo della capitale britannica la città “italiana” più grande al di fuori del nostro paese, superando addirittura Buenos Aires. Stando infatti ai dati non ufficiali (e probabilmente anche abbastanza prudenti) gli italiani ufficialmente residenti a Londra sarebbero 250mila e per ognuno ce ne sarebbe almeno un altro non ancora residente ma qui per lavoro in maniera relativamente stabile. Un tipo di immigrazione che ha registrato un exploit negli ultimi anni e che, probabilmente, è ancora meno “radicata” rispetto agli arrivi da paesi in cui il reddito medio era molto più basso di quello inglese ben prima che in Italia la crisi economica giungesse ai livelli attuali. Resta interessante, in ogni caso, registrare il dato, certi che, a “bocce ferme”, il numero degli italiani in questa speciale e non felicissima classifica non smetterà di aumentare. Altrettanto interessante notare l’impatto della discussione sulla Brexit, soprattutto sui quasi tre milioni di cittadini europei residenti nel Regno Unito, nonostante le autorità inglesi tendano a rassicurare coloro che già lavorano in Gran Bretagna e nonostante l’ipotesi Brexit non sia poi così realistica.

Marco Travaglio, fenomenologia del Grande Inquisitore

17/05/2016 Roma, Rai, trasmissione televisiva Ballaro', nella foto Marco Travaglio

Parte come non avremmo mai voluto partisse lo spettacolo teatrale di Marco Travaglio al Leicester Square Theatre di Londra: un minuto di silenzio per gli attentati avvenuti poche ore prima a Bruxelles. Dopo di che “Slurp!”, recital che prende spunto dall’omonimo libro del direttore de “Il Fatto Quotidiano”, pubblicato da Chiarelettere nel 2015, prende il via e va in scena Mussolini. Proprio lui, il Duce, che evidentemente non passa mai di moda. D’altronde, al momento di accedere in sala, controllo del biglietto e poi ti ritrovi in mano l’invito a trascorrere il 71° anniversario della “liberazione” al “Marx Memorial Library” insieme ai partigiani dell’Anpi, onnipresenti anche a Londra, per la proiezione – in occasione degli ottant’anni della guerra civile spagnola – del documentario di Daniel Burkholz, “No Pasaran”. Per Travaglio, sedicente anticomunista, nessun problema. Presenza istituzionale annunciata, non nuova alle iniziative antifasciste, Giulia Romani, console presso il Consolato Generale d’Italia a Londra.

Partigiani a parte, Travaglio parte con Mussolini ma prende di mira Renzi e, insieme all’attrice Giorgia Salari, fondamentale nel dare consistenza scenica allo show, danno lettura delle cronache giornalistiche in maniera alternata sul Duce e poi su Renzi, sottolineando le forzature da parte dei giornalisti di ieri e di oggi nel descrivere le doti insuperabili dei potenti. Con la differenza, aggiunge Travaglio, che Benito Mussolini, quanto meno, non mancò di segnalare personalmente alcuni eccessi ai diretti interessati. “Il giornalista italiano”, racconta il cronista piemontese dal palco, “non cambia idea, cambia direttamente padrone” e la funzione dei giornali in Italia è pressoché una sola: “coprire le menzogne dei potenti”. “Dopo il crollo della Dc”, prosegue, “ci fu una vera e propria transumanza, tutti diventarono comunisti, poi passarono con Craxi, poi coi magistrati di Tangentopoli”, e così via con Berlusconi, Prodi, Letta e, infine, Renzi. “Il giornalista italiano”, osserva, “è un sottoprodotto dell’intellettuale nato a corte”. Cita Sofri, Capanna, Scalfari insospettato sostenitore di Craxi, Vespa e Feltri al tempo de “L’Indipendente”, entrambi infatuati di Di Pietro e della magistratura. E cita, soprattutto, Giuliano Ferrara, il bersaglio preferito che, con i suoi ripetuti cambi di casacca, dalla sinistra extraparlamentare al tintinnio delle manette di “Mani Pulite”, dal berlusconismo estremo agli elogi per tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni, finisce per rappresentare un po’ l’intera categoria di quelli che definisce “scudi umani a mezzo stampa, il cui segreto è non avere una reputazione”.

Giornalisti di regime, pronti sempre a saltare sul carro del vincitore, con una “prosa zuccherosa” che non lesina odi a chi detiene il potere in cambio delle briciole e che, per farlo, non si limitano a distorcere la verità, ma all’occorrenza la inventano. Quanto all’informazione ed alla sua collusione col potere, è indubbio che Travaglio centri il bersaglio, basti pensare all’intoccabilità dell’ex presidente della Repubblica Napolitano, autore di un vero e proprio “golpe bianco” secondo il giornalista divenuto noto ai più in seguito al cosiddetto ‘editto bulgaro’ lanciato da Berlusconi per allontanare dalla televisione pubblica i suoi ‘avversari’. Anche su Berlusconi e gli interessi personali che ne hanno segnato la linea politica, coperta da un finto idealismo pronto a mutare in base ai sondaggi ed a strategie da piazzista della politica, del resto, ci aveva visto bene. Senza timore di apparire complottista accenna all’esistenza di “poteri che governano occultamente l’Italia”. Ma, proprio il piedistallo su cui continua a porsi, è divenuto col tempo il peggior nemico di se stesso. Dal momento che anche lui che fa continuamente la morale a tutti, dal punto di vista della coerenza politico-giornalistica, di certo un santo non è.

Passi il metodo, spesso più vicino alla satira che al giornalismo e che mal compensa il cattivo gusto del servilismo con la pessima abitudine degli insulti personali molto poco professionali. Non è, infatti, soltanto una questione di stile. Col pallino delle intercettazioni da sempre, nel ’97, per il settimanale di destra “Il Borghese” curò la pubblicazione delle intercettazioni tra i militanti di Lotta Continua, organizzazione extraparlamentare di estrema sinistra coinvolta nella morte del commissario Calabresi. Intercettazioni che coinvolgevano, tra l’altro, personaggi come Gad Lerner e Giuliano Ferrara, in seguito all’arresto di Sofri. Ebbene, tra i firmatari dell’appello che fornì i fondamenti ‘ideologici’ del suo omicidio, a causa delle presunte responsabilità sulla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, c’era anche la scomparsa Franca Rame, in prima linea insieme al marito Dario Fo nel “soccorso rosso” a difesa dei terroristi di sinistra. Nonostante questo, il giornalista sprizza stima per lei da tutti i pori, vantandosi in diverse occasioni della sua amicizia e dedicandogli un ‘coccodrillo’ che è un’ode a lei, “la più bella”, “Francuccia”. La definisce “maestosa, smagliante e fiera” e ricorda, peraltro, come considerasse cosa propria il giornale da lui diretto. Nel caso di Franca Rame, evidentemente, il rispetto per le istituzioni è passato in secondo piano rispetto all’antiberlusconismo.

Del resto, anche il giornale del quale è tra i fondatori, per il quale la Costituzione è una sorta di mantra intoccabile manco fosse legge divina, proteso ad un giustizialismo ‘manettaro’ estremamente integralista, è dalla parte delle istituzioni soltanto quando gli conviene. Lo scorso febbraio, ad esempio, nel dare la notizia di un’informativa del Viminale ad uso giudiziario sul conto di CasaPound, improvvisamente l’evidenza dei fatti accertata dai pubblici uffici, ovvero l’uso sistematico della violenza da parte degli antifascisti ed il coinvolgimento dunque forzato del movimento negli scontri, a tutela della propria libertà, suscitava non poca ironia da parte del suo collaboratore. In casi simili gli organi inquirenti non vanno più bene. Se la polizia dichiara che CasaPound si muove “nel rispetto della normativa vigente e senza dar luogo a illegalità e turbative dell’ordine pubblico”, il giornale di Travaglio ha un impulso irrefrenabile e irrazionale a schierarsi dall’altra parte. “Vengono del tutto rimossi”, si legge sul quotidiano diretto dal giornalista piemontese, “i loro tratti violenti, xenofobi e caparbiamente nostalgici. Il termine ‘fascismo’, per dire, non viene mai in quelle seimila battute. E per non dire ’dittatura’, nell’informativa si ricorre all’eufemistico e neutro ‘Ventennio’, di cui si dà acriticamente atto della possibilità di rivalutarne ‘gli aspetti innovativi di promozione sociale’. Alcuni passaggi sono illuminanti e danno l’impressione di una esplicita approvazione”. Scandalo, insomma, come se la verità, pur senza nessuna argomentazione contraria, debba per forza stare dall’altra parte. Le accuse arbitrarie di violenza e xenofobia, evidentemente, non danno troppo fastidio al buon Travaglio, per il quale, d’altronde, non è mai stata indispensabile una condanna o un giudizio definitivo per accusare qualcuno. Un’intercettazione qua, una ‘soffiata’ di là, un’imboccata dalla questura o dall’amico magistrato sono molto spesso più che sufficienti. Una strategia del fango che, anche con il movimento dei ‘Fascisti del Terzo Millennio’ appena citato, il suo giornale ha puntualmente usato, sparando senza problemi persino titoli come questo: “Napoli, 10 arresti tra estremisti di destra. Volevano violentare una ragazza ebrea”. Peccato che questa accusa, come altre riprese dai giornali quasi fossero verità accertate, si sia poi rivelata farlocca. Ma quando si tratta di restituire il favore, il clamore stranamente scema.

“È un Grande Inquisitore, da far impallidire Vyšinskij, il bieco strumento delle purghe di Stalin”, diceva di lui Indro Montanelli, considerato una sorta di maestro da Marco Travaglio, “non uccide nessuno. Col coltello. Usa un’arma molto più raffinata e non perseguibile penalmente: l’archivio”. Quando, però, sono i giornalisti berlusconiani ad usare lo stesso strumento, allora la tattica si trasforma subito in “dossieraggio”, “killeraggio” e così via. In merito ai recenti attentati, ha scritto: “Se fossero esseri raziocinanti e non macellai fanatici, verrebbe il sospetto che questi terroristi in franchising sotto la sigla Isis facciano le stragi apposta per far uscire il peggio della nostra cosiddetta civiltà superiore. Tipo Salvini o Gasparri”. Senza difendere Salvini (e tanto meno Gasparri), ma unirsi al coro dello sciacallaggio e poi non dire una parola e considerare normale chi pretende di rispondere al terrorismo con le frontiere aperte non appare così imparziale come lui ama mostrarsi.

Anticomunista cattolico, come lui stesso si è definito in diverse occasioni, si definisce un liberale alla Einaudi o De Gasperi, salvo poi dichiarare il voto per partiti come L’Italia dei Valori, l’esperimento politico fallito di Ingroia, Rivoluzione Civile, o per il Movimento 5 Stelle, che certo col pensiero liberale ha poco a che fare e che hanno certamente poco a che fare anche con le posizioni politiche di figure passate alla storia come Reagan negli Stati Uniti o la Thatcher in Gran Bretagna, per le quali l’acerrimo nemico di Berlusconi ha comunque espresso la sua fascinazione politica. Oggi sparla della Lega e dei suoi elettori, ma ha ammesso di aver votato anche loro alle elezioni politiche del 1996, in chiave antiberlusconiana. Ha il vezzo non troppo ostentato (visto che il suo pubblico è praticamente di sinistra) di definirsi di destra, ma dal liberalismo al giustizialismo manettaro appiattito sulle posizioni di magistrati e giudici di strada ne corre ed è difficile trovare un filo logico. La sua destra, ammette, semplicemente “non esiste. È immaginaria”. E di questo, in effetti, non ne dubitiamo.

Emmanuel Raffaele, 26 marzo 2016

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