Trump vicino all’accordo: armi per 100 miliardi all’Arabia Saudita

Sarà Riyad, la capitale dell’Arabia Saudita, la prima tappa del primo viaggio diplomatico del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, prima di approdare in Israele, a Gerusalemme, e poi anche in Italia, a Taormina, per il G7. Il prossimo 21 maggio, infatti, l’esponente repubblicano parteciperà ad un vertice nel quale saranno presenti, oltre ai rappresentanti del governo saudita, anche quelli di diversi paesi arabo-islamici: i presidenti di Tunisia, Yemen e Sudan (quest’ultimo ricercato per Crimini di guerra dalla Corte penale internazionale), i re di Marocco e Giordania, il primo ministro iracheno ed altri esponenti di primo piano di Algeria, Niger, Turchia, Pakistan. “Crediamo che rafforzerà la cooperazione tra Stati Uniti e Paesi arabi e islamici nella lotta al terrorismo e all’estremismo”, ha dichiarato il Ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir. Ma, più che di cooperazione, con ogni probabilità Usa ed Arabia Saudita parleranno di affari, nello specifico di armi, tante armi che potrebbero giungere nel golfo persico grazie al neoeletto Trump.

Continua a leggere

Milano, quel fiume di denaro che ingrossa il business dell’immigrazione

Il Comune di Milano cerca un collaboratore esterno per curare il sito “milano.italianostranieri.org“. La figura, per la quale sono aperte le selezioni dallo scorso 5 maggio e si concluderanno già il 15 del mese in corso, dovrà occuparsi di gestire la piattaforma online nata su iniziativa dell’amministrazione milanese grazie ai fondi della Direzione generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, nel contesto del progetto pilota – disegnato quindi su misura per Milano – dal nome “Il portale dell’integrazione e sua gestione sperimentale a livello locale“. Il progetto, spiega infatti la responsabile del progetto Franca Locati, potrebbe essere esportato in altre realtà, una su tutte Roma. Continua a leggere

Regno Unito, disfatta dei laburisti alle amministrative. Corbyn sotto accusa per il suo estremismo

A un mese dalla data in cui si terranno le elezioni politiche nel Regno Unito, i conservatori allargano la forbice del proprio vantaggio sui laburisti ed il leader Jeremy Corbyn è ormai sotto il fuoco incrociato di nemici sia interni che esterni al partito. Accusato di essere troppo estremista, nei giorni scorsi Corbyn, alla guida del partito da settembre 2015, ha portato il Labour ad una storica sconfitta nelle elezioni amministrative dello scorso 4 maggio, in occasione delle quali è andato perduto anche il fortino di Glasgow, laburista da settant’anni. Nonostante questo, ha fatto sapere che, qualunque sia il risultato delle elezioni del prossimo 8 giugno in cui sarà proprio lui a sfidare l’attuale primo ministro per ottenere la guida del governo, non lascerà il suo posto e rimarrà comunque alla guida del partito. Sarebbe la prima volta, da trent’anni a questa parte, che il capo dell’opposizione non lascia il suo posto dopo esser stato sconfitto alle elezioni generali. Un atto a dir poco inusuale e che in tanti potrebbero non condividere tra i simpatizzanti del partito, considerano soprattutto che gli ultimi sondaggi danno i conservatori addirittura al 48% dei consensi ed i laburisti appena al 24%, tre punti percentuali in meno di quelli ottenuti in questa già disastrosa tornata amministrativa, che ha rivelato peraltro la sostanziale scomparsa dell’Ukip.

Continua a leggere

Area di libero scambio e cooperazione, ecco cosa chiede il Regno Unito dopo la “brexit”

Abbiamo già messo in guardia dalla convenienza economica e dall’opportunità politica di una eventuale chiusura da parte dei paesi dell’Ue nei confronti del Regno Unito. Ma, all’indomani dell’incontro tra i leader europei per ufficializzare la linea negoziale, resta soprattutto una riflessione da fare: le più svariate conseguenze disastrose prospettate in caso di uscita dall’Europa ed usate alla vigilia del referendum come spauracchio per indurre il popolo britannico a scegliere l’UE, si sono rivelate essere, semmai, a tutti gli effetti conseguenze dovute non tanto alla Brexit in sé, quanto – se questa venisse portata avanti fino in fondo – alla volontà punitiva della leadership europea. Lo abbiamo sostenuto nel nostro precedente articolo ed è ora il caso di concretizzare il concetto guardando all’indirizzo politico della premier Theresa May sull’argomento.

Continua a leggere

Brexit, Merkel fa la voce grossa ma il Regno Unito ha un’arma da 70 miliardi di euro

Domani a Bruxelles i capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Unione Europea dovranno ufficializzare le linee guida per le trattative con – o, per meglio dire, contro – la Gran Bretagna per negoziare la Brexit.

“Siamo uniti, abbiamo una linea chiara e siamo pronti”, ha dichiarato Michel Barnier, che sarà il capo negoziatore dell’Ue in una trattativa che vede incredibilmente tutti d’accordo sulla necessità di punire il Regno Unito. Come ha sottolineato ieri la premier inglese Theresay May, infatti, i leader dell’Europa Unita si preparano “ad opporsi a noi” e raggiungere un accordo non sarà cosa rapida. Di mezzo, infatti, c’è innanzitutto una questione: i soldi che il Regno Unito dovrebbe ancora all’Europa. Secondo la scaletta dettata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, non c’è possibilità di procedere nelle trattative senza prima aver chiarito i termini preliminari della separazione: Londra dovrà versare nelle casse dell’Europa tutto quanto si è impegnata a versare con il bilancio pluriennale che scade nel 2020. “Le pendenze di bilancio a carico di Londra in vista del recesso”, spiega il Sole 24 Ore, “oscillano fra i 20 e i 70 miliardi di euro, con la forbice 50-60 miliardi considerata, da Bruxelles, più realistica”. Pagare moneta, vedere cammello: questo, in pratica, il monito di Angela Merkel, che ha più volte ribadito la necessità di procedere necessariamente “in quest’ordine, non al contrario”.

Continua a leggere

Regno Unito, deputate contro Theresa May: “Niente elezioni durante il Ramadan”

Ha indetto le elezioni politiche per il prossimo 8 giugno, nel bel mezzo del mese di Ramadan per i musulmani, che quest’anno cadrà tra il 26 maggio ed il 24 giugno. E’ per questo che il primo ministro conservatore del Regno Unito, Theresa May, è finito sotto accusa per aver ignorato le esigenze dei musulmani. “Il fatto che le elezioni generali si tengano a metà del Ramadan non è l’ideale”, ha dichiarato Rushanara Ali, deputata di fede islamica e laburista. “Si potrebbe verificare una sproporzione nella presenza degli elettori in quei collegi con una popolazione musulmana considerevole. Se qualcuno pensa che la sua capacità di andare a votare ne sarà influenzata, lo invito a registrarsi per il voto postale”, ha aggiunto Ali, 42 anni, in parlamento dal 2010, nel Regno Unito da quando aveva sette anni dopo essere aver lasciato il Bangladesh insieme alla sua famiglia.

Continua a leggere

Ancora un giudice (nominato da Obama) contro Trump: sospesi i tagli alle “sanctuary cities”

Insieme allo stop agli ingressi dai paesi a rischio terrorismo islamico ed al muro al confine da far pagare al Messico, il taglio dei finanziamenti alle cosiddette “sanctuary cities” era uno dei punti principali nell’agenda del neoeletto presidente Trump in materia di immigrazione. Ma, dopo l’alt imposto dai giudici all’ordine esecutivo che prevedeva il divieto temporaneo di entrare negli Usa ai cittadini di sette paesi mediorientali, il mancato accordo sui finanziamenti per la prosecuzione del muro (e, tra l’altro, il veto del Congresso sul decreto per smantellare l’odiatissimo Obamacare, onnipresente in campagna elettorale), ecco che un altro giudice sbarra la strada all’incauto Trump. William Orrick, giudice federale nominato da Obama, ha infatti bloccato l’ordine esecutivo che l’amministrazione degli Stati Uniti aveva indirizzato ad oltre quattrocento diverse giurisdizioni tra città e contee, accusate di avere legislazioni e prassi poco collaborative nei confronti delle autorità federali dell’immigrazione.

Continua a leggere

Netanyahu non riceve ministro degli Esteri tedesco: “Incontra gente che criminalizza i nostri soldati”

Se sei un diplomatico o un esponente del governo e ti trovi in visita in Israele, ti conviene evitare di programmare incontri con organizzazioni sgradite al governo. Siamo nell’unica democrazia del Medioriente, certo, ma ai suoi democratici governanti non piace troppo avere l’opposizione tra i piedi. E’ questo il motivo per cui il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, ha annullato all’ultimo minuto l’incontro previsto con il ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel. Quest’ultimo, infatti, nel corso della sua missione diplomatica nel Paese iniziata lunedì e volta a promuovere la soluzione dei due stati nell’ambito del conflitto israelo-palestinese, aveva in agenda, tra le altre cose, anche una riunione con gli ex militari di “Breaking the Silence”. Ma la reazione non si è fatta attendere. Continua a leggere

Zara ritira gonna dalla nuova collezione, sotto accusa le rane “razziste”

No, non è l’ennesimo scherzo della rete. La catena di negozi che fa riferimento al marchio “Zara”, lo scorso 19 aprile, ha deciso di ritirare dalla propria collezione primavera-estate 2017, e quindi dai migliaia di punti vendita del brand spagnolo sparsi ormai in tutti il mondo, una minigonna di jeans sulla quale erano cucite alcune toppe di troppo. A seguito di una polemica innescata dalla fashion blogger americana Meagan Fredette, infatti, in rete si è diffusa l’idea che le tre rane riprodotte appunto sulla gonna fossero troppo simili a “Pepe the frog”: la meme divenuta suo malgrado protagonista della campagna presidenziale americana sarebbe ormai un simbolo intollerabile di razzismo.

Continua a leggere