Londra, presentato il Rapporto italiani all’estero 2015: la Chiesa ci vuole meticci

12368975_1704062549812830_4033878582374347866_nConoscere per agire”, questa – spiega il presidente Pietro Molle – la mission di Comites (Comitato degli Italiani all’Estero), che lo scorso 3 dicembre, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Londra nella centralissima Belgrave Square, ha esordito con “Italici nel mondo: il ruolo delle comunità italiane all’estero”, iniziativa all’interno della quale è stato presentato il “Rapporto Italiani all’Estero 2015” della Fondazione Migrantes ed il libro di Piero Bassetti, “Svegliamoci Italici”.

Numeri e statistiche, dunque, ma anche un’analisi attenta dei concetti di ‘italianità’ ed ‘italicità’ che, secondo l’autore del testo presentato – in passato primo presidente della Regione Lombardia – comprende “grandi sostanziali di italianità variabile”, per il quale vengono in rilievo non tanto fattori come la lingua, la continuità storica o altri elementi considerati singolarmente, né risultano utili cesure nette poiché il concetto intende rappresentare ed accogliere tutto ciò che contiene ‘tracce di italianità’ in misura anche minima. Un richiamo, dunque, che può essere di natura artistico, culinario, nostalgico o semplicemente un legame di sangue seppur quasi del tutto sopito e conservato in un cognome o una città d’origine. Il recupero per intero e senza ‘purismi’ di tutto quanto è afferente all’italianità, insomma, senza timore dei ‘meticciati’: è questo il punto di incontro tra Bassetti, già presidente delle Camere di Commercio nel Mondo, e i rappresentanti di Migrantes, Delfina Licata, curatrice del rapporto, e don Antonio Serra, coordinatore delle Missioni Cattoliche di lingua italiana in Gran Bretagna.

Prima di proporre”, ha spiegato Molle, “è necessario capire e far capire: ecco il senso dell’incontro di oggi, che è soltanto la premessa al nostro impegno futuro”.

L’emigrazione italiana nel mondo, quindi, e i 101.297 italiani (44.542 donne e 56.755 uomini) che da gennaio a dicembre 2014 hanno spostato all’estero la propria residenza, portando a ben 154.532 unità (+3,3%) le iscrizioni totali e portando il valore assoluto degli iscritti all’Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero), principale fonte statistica della ricerca, a 4.636.647.

Un dato, conferma il console generale d’Italia a Londra Massimiliano Mazzanti, anch’egli presente all’incontro, che “rappresenta soltanto la punta di un iceberg”. Secondo Mazzanti, infatti, solo una piccola parte degli italiani residenti fuori dai confini rispettando la regola dell’iscrizione entro i 90 giorni, la maggior parte, invece, ‘emergono’ anche dopo molti anni di permanenza e, se la presenza nel Regno Unito risulterebbe pari a 260mila iscritti circa, secondo il console la stima che è possibile azzardare supererebbe abbondantemente il mezzo milione di presenze, sfiorando addirittura le 800mila unità.

Una comunità che sta aumentando a vista d’occhio e che soprattutto nella capitale inglese dà evidente mostra di sé, dal momento che in ogni angolo di strada ed ogni attività commerciale è quasi sempre possibile incontrare un italiano a lavoro o a passeggio.

E trova conferma nei numeri anche la tradizionale emigrazione dal sud Italia, che in assoluto – Sicilia in testa – rappresenta oltre la metà degli italiani all’estero (51,4%), contro il 33,2% dei settentrionali ed il 15,4% che proviene invece dal centro Italia. Quanto alle destinazioni, Europa (53,9%) e America (40,3%) sono i continenti che ospitano il maggior numero di italiani. La Germania, con oltre 14mila trasferimenti, seguita dal Regno Unito (oltre 13mila), dalla Svizzera (11mila) e dalla Francia (9mila), sono state le mete privilegiate quest’anno.

Il nuovo identikit dell’emigrante medio è quella di un uomo, celibe, tra i 18 e i 34 anni, partito dal nord Italia (Milano e Lombardia principalmente), in continuità con il progressivo avvicinamento dei dati tra nord e sud negli ultimi anni. Quanto al genere, soltanto il Friuli registra un maggior numero di partenze femminili.

Considerando l’ultimo decennio, si è passati dai 3 milioni di iscritti all’Aire nel 2006 agli oltre 4 milioni e mezzo di iscritti nel 2015, con una crescita del 49,3%.

Il rapporto, che si serve anche dei dati relativi a laureati e dottori di ricerca, evidenzia la cosiddetta ‘fuga dei cervelli’, che è sicuramente una realtà ma non è, secondo Delfina Licata, quella più rappresentativa dell’emigrazione italiana, all’interno della quale altri sono i fattori distintivi ed alla quale si sta aggiungendo l’emigrazione di molti pensionati in cerca di un tenore di vita che nel nostro paese non sono in grado di avere.

Una Chiesa che cammina insieme con la comunità tutta, in linea con le direttive del Concilio Vaticano II”: questo secondo Perego il ruolo del Vaticano nel panorama appena descritto, con 366 Missioni Cattoliche di Lingua Italiana (MCI) all’estero, distribuite in 39 nazioni su tutti i continenti.

Il concetto di cittadinanza si perde nell’identità locale che risulta un legame molto più forte per gli italiani all’estero”, spiega Licata, introducendo il concetto di “approccio glocale” ripreso subito da Bassetti. “Ci si sente cittadini del mondo”, spiega l’autore di “Svegliamoci Italici”, un mondo che non è più quello degli Stati nazionali nato da Westfalia, ma quello in cui frontiere e confini tendono a svanire e prevalgono invece le relazioni di rete, come dimostrano le oltre 200 associazioni nel mondo che portano nel proprio nome l’identificazione ad una realtà locale”. Ecco perché, secondo Bassetti, è necessario “rispettare il valore del meticciato e dell’ibridazione, che non postula il tradimento della purezza d’origine”. Diversi gli argomenti a sostegno del ragionamento, non tutti rigorosamente in linea con la tesi iniziale. “Siamo meticci nell’ordinamento militare: non esiste più la sacralità dell’appartenenza nazionale”, dichiara evidenziando il ruolo oggettivamente sempre più ristretto degli Stati all’interno degli organismi e delle alleanze internazionali. “La Chiesa è avvantaggiata dalla mancata definizione territoriale della sua dottrina”, prosegue Bassetti che, in un esempio apparentemente di segno opposto, indica come paradigma anche la comunità ebraica, capace di perdurare nel tempo nonostante la diaspora mantenendo viva la propria identità. “No, dunque, alle vecchie risposte nazionaliste. Si al meticciato”, conclude lo scrittore, che non manca di tessere le lodi dell’impero inglese, capace di “tenere l’India con 100mila uomini, grazie all’infiltrazione delle élite”. Peccato che né un impero né la fortemente identitaria comunità ebraica siano un esempio troppo calzante di meticciato e della necessità di un mondo senza frontiere.

Londra, “riapre” ex Casa del Fascio, ieri inaugurazione a Charing Cross

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“Ambizione aggressiva” ed iniziative “strumentali”: questa secondo Alfio Bernabei, membro dell’Anpi ed organizzatore della mostra “Mussolini’s folly: farce and tragedy in Little Italy”, la valenza dell’acquisto, nel 1936, della Casa del Fascio di Londra niente meno che al numero 4 di Charing Cross Road, pieno centro della capitale inglese, a due passi da Trafalgar Square.

6Autore del documentario “Dangerous characters” per Channel 4 e del libro “Esuli ed emigrati italiani nel Regno Unito 1920-1940”, Bernabei inquadra così la decisione dell’allora ambasciatore italiano Dino Grandi di procedere, grazie alla raccolta fondi fatta dalla comunità italiana in Inghilterra, al trasferimento del Fascio di Londra (il “fascio primogenito all’estero”, nato nel 1921, un anno prima della Marcia su Roma), che era già stato ospitato in Great Russel Street e poi in Greek Street, negli oltre mille metri quadrati di Charing Cross, evento esaltato da L’Italia Nostra, “Organo ufficiale dei Fasci Italiani nelle Isole Britanniche” nel numero del 27 novembre 1936.

“Si trattava di iniziative necessarie ad annettere la comunità italiana”, commenta Bernabei, che però ammette: “gli italiani emigrati si sentivano ora più rispettati dagli inglesi” ed erano tutti intenti ad attuare gli indirizzi del regime fascista che li invitava a “non genuflettersi più, rappresentando il nuovo senso di dignità italiana, persino per chi era un semplice cameriere”.

Presente all’inaugurazione della mostra fotografica, che proseguirà fino al 15 dicembre, anche Giulia Romani, console presso il Consolato Generale d’Italia a Londra, e Simone Rossi, presidente della sezione londinese dell’ Anpi.

12Tesa a tramandare “la memoria” dei tragici eventi della seconda guerra mondiale nelle intenzioni degli organizzatori ed ospitata da quella che attualmente è una libreria strutturalmente ancora identica all’edificio dell’epoca, l’interessante esposizione racconta e nasconde però molto altro. E per capirlo è utile leggere alcuni passi di un emigrante italiano, Callisto Cavalli di Lugagnano Inferiore di Monchio, che nel suo libricino “Ricordi di un emigrante”, ripreso da Huges Colin nel suo “Lime, lemon & salsaparilla – The italian community in South Wales 1881-1945”, scrive: “Molti anni prima che io mi iscrivessi, il fascismo aveva preso piede a Londra e molti miei connazionali che ci risiedevano, tra cui la gente migliore della comunità, si erano iscritti al partito”. E ancora: “Prima del fascismo, tutti i governi italiani si erano curati ben poco – per non dire affatto – delle migliaia di persone emigrate: adesso le cose erano cambiate. Il governo fascista aiutò veramente i connazionali all’estero e per quanto fu possibile, ne favorì il benessere. Grazie al governo fascista, decine di scuole serali avevano aperto solo a Londra, per i figli degli emigrati che erano nati a Londra e che così potevano imparare la nostra lingua madre” (molte scuole vennero aperte in tutto il regno, compreso ad esempio il Galles, grazie al patrocinio del Consolato italiano di Cardiff). “Gli italiani di Londra”, conclude l’emigrante, “fascisti o non fascisti, non avevano mai mostrato tanto entusiasmo per la madrepatria come a quel tempo”.

3Riflessioni sulle quali è inevitabile soffermarsi, come sull’intero contesto in cui si verificarono gli eventi. Fa pensare, effettivamente, come, in seguito alle sanzioni della comunità internazionale contro l’Italia per l’attacco in Etiopia, anche gli italiani all’estero vollero contribuire fattivamente alla raccolta di beni a favore della madrepatria, come dimostra il numero de “L’Italia nostra” del 17 gennaio 1936: ben 18.480 sterline raccolte tra gli italiani di tutto il Regno Unito in oro e denaro contante.

Così come è necessario riflettere su quella frase, favorire il benessere degli italiani all’estero, che significò l’organizzazione da parte del governo fascista, non solo di corsi di lingua, ma anche di viaggi per gli italiani, di strutture sindacali ed assistenziali, di eventi sportivi, di iniziative culturali.
Numerose sedi con funzioni analoghe, infatti, aprirono in tutto il Regno Unito: a Cardiff, Bristol, Glasgow, Belfast, Greenhock, Edinburgo, Swansea, ecc. e tutte con le medesime finalità. Famoso è, il 5 giugno del 1939, il concerto del tenore di fama internazionale Beniamino Gigli presso la Casa del Fascio londinese, che si esibì davanti ad oltre 500 persone insieme a Maria Caniglia, in occasione della visita per la stagione d’opera al Covent Garden e l’incisione di un disco.

7Così come potrebbe colpire il fatto che a presiedere il fascio londinese vi sia stato anche Guglielmo Marconi, inventore del telegrafo, che in una famosa frase del resto dichiara: “Rivendico l’onore di essere stato in radiotelegrafia il primo fascista, il primo a riconoscere l’utilità di riunire in fascio i raggi elettrici, come Mussolini ha riconosciuto per primo in campo politico la necessità di riunire in fascio le energie sane del Paese per la maggiore grandezza d’Italia”.

Due ristoranti, una grande sala per gli eventi, la redazione del giornale “L’Italia nostra”, la sede dei “Giovani Italiani all’Estero” ed anche del Fascio Femminile di Londra (a dispetto di chi parla di esclusione delle donne dalla vita pubblica sotto il fascismo) erano stati adibiti in Charing Cross.

Un grande sforzo teso naturalmente anche a propagandare l’idea fascista in Gran Bretagna, il che attirò le attenzioni degli 007 inglesi senza evidentemente allarmare più di tanto, tenuto conto delle parole di apprezzamento per il regime persino da parte di Churchill che, prima del conflitto, in visita a Roma, affermò che, se fosse stato italiano, sarebbe stato certamente fascista.

11La sede, d’altronde, terminò la sua missione soltanto con la dichiarazione di guerra italiana, in seguito alla quale venne sequestrata e migliaia di civili italiani vennero internati senza alcuna colpa e deportati nelle ex colonie inglesi d’oltremare, nonostante molti avessero avuto addirittura figli o parenti nell’esercito inglese. Anche su Wikipedia è possibile “scoprire” che: “I paesi di entrambi gli schieramenti applicarono l’internamento di cittadini originari dei paesi nemici”. E così, anche nella democraticissima Inghilterra, i diritti civili e politici dei civili italiani vennero negati e le proprietà di molti vennero addirittura confiscate. Del resto, non si registra risarcimento alcuno per il sequestro della sede di cui sopra, acquistata con soldi italiani, né è mai ricomparsa la statua di Giulio Cesare presente al suo interno. L’Italia, in verità, attende anche scuse ufficiali in seguito al ben più triste evento dell’affondamento dell’ Arandora Star, nave salpata da Liverpool con a bordo oltre 1500 internati da deportare tra i 16 ed i 75 anni, tra cui appena 85 prigionieri di guerra e, dunque, quasi per intero, stracolma di civili di nazionalità nemiche che, per mancanza di spazio, 5dormivano sui pavimenti. Ed è anche a causa del sovraccarico ed un numero insufficiente di scialuppe, che in seguito al siluramento della nave da parte tedesca (che aveva scambiato la nave per un carico di armi), morirono oltre 800 persone tra cui ben 446 italiani.

Pezzi di una storia sicuramente da riscrivere, come dimostra puntualmente ogni involontario approfondimento dei tanti aspetti del secondo conflitto mondiale e delle sue cause.

Sovranita’, nemica secolare dei progressisti: ecco perche’ farne una parola d’ordine

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C’erano un volta gli stati nazionali. Ora non ci sono più. Se la politica fosse una fiaba progressista è indubbio che questo sarebbe il suo incipit.

“Se concepiamo la storia moderna non come vittoria dello stato assoluto, ma come vittoria del costituzionalismo, allora ci accorgeremo che l’elemento di continuità di questa lotta è proprio nel suo avversario, la sovranità” (N. Matteucci, “Sovranità”). E ancora: “se il binomio sovranità-Stato appartiene propriamente alla modernità, anzi se quel binomio è la modernità […], la sovranità e lo Stato sembrano destinati ad una pari obsolescenza nella dimensione del potere che risulta propria del post-moderno (D. Quaglioni, “La sovranità”). Ferrajoli addirittura definisce la sovranità un “relitto premoderno”. Secondo la scienza politica, in breve, la sovranità è un po’ il nemico principale della democrazia, sia quella diretta, che (soprattutto) quella rappresentativa fondata sulla separazione dei poteri. E ne è allo stesso l’incubo dal momento che, nel suo significato metastorico, che pure alcuni rifiutano, la sovranità in quanto tale, nata con gli stati nazionali ed il Trattato di Westfalia nel 1648, non è altro che il “supremo potere di comando (summa potestas) connesso all’esercizio delle funzioni fondamentali di ogni sistema politico” (P.P. Portinaro, “Sovranità” in “Enciclopedia del pensiero politico”). Dunque, un elemento ineliminabile, connaturato ad ogni comunità umana ed alla sua organizzazione politica. Ma c’è di più. Innanzitutto essa è per definizione assoluta. Non c’è quindi sovranità nello stato che riconosce poteri superiori ad esso fuori o dentro i confini nazionali. Inoltre, essendo per definizione indivisibile, la sovranità in quanto tale confligge con il concetto d’esordio, ad esempio, della costituzione italiana: la sovranità che appartiene al popolo, che infatti, evidenziandone l’artificio retorico, “la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione” (art. 1 Cost) in quella che lo stesso Portinaro rileva essere una trasfigurazione del concetto in “sovranità del diritto”. Ciò semplicemente perché, come evidenzia Carl Shmitt, “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”, chi detiene il “monopolio della decisione ultima”, mentre“tutte le tendenze del moderno sviluppo dello stato di diritto concorrono ad escludere un sovrano in questo senso”.

Il punto è questo: il nemico giurato delle teorie liberali, democratiche, socialiste e anarchiche è esattamente il concetto di sovranità e ciò che ci troviamo oggi a fronteggiare è in realtà una sconfitta già avvenuta e datata 1945 quando, la nascita dell’Onu e con essa della comunità internazionale quale oggi è intesa ed, in seguito (1948), la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sanciscono la fine della sovranità assoluta degli stati all’interno dei propri confini e fanno dei principi democratici parte dei diritti inalienabili dell’uomo, rivelando l’ideologizzazione propria all’organizzazione. Legittimo. Ovvio addirittura. Sta di fatto che dire oggi “Basta Europa” ha un senso soltanto se si comprende che la lotta contro la tecnocrazia europea non è quella decisiva e che la questione è duplice. Da una parte combattere chi mira a relegare al passato la sovranità nazionale e con essa gli stati nazionali, con il piano esplicito, ad esempio, di una parte dei federalisti europei del dopoguerra di giungere ad uno stato federale con graduali erosioni della sovranità per giungere ad una federazione di fatto senza troppi clamori ed opposizioni eccessive, dall’altra comprendere che la battaglia per la sovranità si conclude soltanto con una nuova forma di stato, non certo con il liberalismo o uno degli altri modelli che costituiscono soltanto il preludio della sconfitta. Il problema, dunque, è tanto esterno quanto interno, politico più che mai. Chi vuole la fine degli stati nazionali, non vuole spostare semplicemente la sovranità altrove ma, disperdendola in mille rivoli (è la rete, modello non piramidale ma orizzontale, segnalata con entusiasmo anche nelle recenti discipline che analizzano le politiche pubbliche quale modello democratico di partecipazione ai processi decisionali ), di fatto, distruggerla. Il che non vuol dire giungere sul serio all’utopistico autogoverno del popolo ma soltanto costruire un altro, enorme, artificio retorico, giuridico e politico, da sostituire all’affascinante ma vuoto concetto di sovranità del popolo, che condurrà, anzi, sta conducendo già soltanto ad un ulteriore allontanamento della decisione ultima dai cittadini. Se la nostra casta dove risiedeva il potere decisionale prima stava in parlamento o negli uffici ministeriali, oggi sta fuori dai nostri confini, tanto più che persino le istituzioni che dovrebbero salvarne l’apparenza sono con tutta evidenza carenti quanto a rappresentatività. In un “comune” manuale di “Diritto costituzionale comparato ed europeo”, il cui autore è l’ex preside della Facoltà di Scienze politiche di Cosenza, Silvio Gambino, con simpatie non certo di destra, scrive: “Non si può, infatti, fare a meno di rilevare che il sistema costituzionale europeo che si dipana dal XXI sec. sotto le insegne dell’effettività si definisce sempre più come un ‘costituzionalismo dei governanti’, ‘ottriato’, vale a dire un costituzionalismo dall’alto, molto diverso, quindi, da quel ‘costituzionalismo dei governati’ che è stato protagonista degli stati europeo nel primo e (soprattutto) nel secondo Novecento […] ben lungi dal rispondere ai canoni della democrazia rappresentativa. E ancora: “Le decisioni più importanti, infatti, tendono ad essere prevalente (se non esclusivo) appannaggio dei vertici degli esecutivi dei singoli stati o della tecnocrazia comunitaria”.

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Ma – e c’è una frase tra queste ultime che infatti non sarà sfuggita ai più attenti – se la fine dello stato nazionale venuto fuori da Westfalia è databile al secondo dopoguerra, anche qui la sovranità, irresistibile poiché ineliminabile come dicevamo, fa capolino e dà ragione a Shmitt, nel momento in cui spiega: “l’autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto”. Sono proprio le potenze vincitrici di un conflitto, il secondo conflitto mondiale, infatti, che proprio alla luce della loro posizione di superiorità de facto “inaugurano” questo nuovo ordinamento internazionale, che pur nella sua necessaria ricerca di una legittimazione che non sia puramente coercitiva ma ideologica, così come da definizione del concetto di sovranità, pure disvela la sua origine tutt’altro che rappresentativa esplicitamente nel potere di veto che questi paesi hanno deciso di mantenere. Anche in Italia, del resto, la repubblica che in tanti proclamano “antifascista” nasce dalla guerra civile e non è certo attraverso strumenti democratici che giunge nelle mani dei vincitori (in questo caso, per meriti altrui). Lo stesso democraticissimo Rousseau – ed ora arriviamo al punto -, nemico persino della democrazia rappresentativa in quanto anti-democratica (“La sovranità non può venir rappresentata, per la stessa ragione per cui non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale e la volontà non si rappresenta: o è essa stessa o è un’altra; una via di mezzo non esiste […]. Il popolo inglese si crede libero, ma è in grave errore; è libero solo durante l’elezione dei membri del parlamento, appena avvenuta l’elezione, è schiavo, è niente”), non solo non può far a meno di prevedere l’esistenza di un governo, preferibilmente – tra l’altro – di tipo non democratico, poiché esso necessiterebbe la mobilitazione costante del popolo; ma, addirittura, non può neanche lui fare a meno di ammettere che è necessaria una figura che detenga il potere nel caso si verifichi lo stato d’eccezione, esattamente come sostiene Shmitt: “L’ordine e la lentezza delle forme richiedono un lasso di tempo che a volte le circostanze rifiutano. Si possono determinare mille casi a cui il legislatore non ha provveduto […]. In questi rari casi e manifesti si provvede alla sicurezza pubblica con un atto speciale che ne affida l’incarico al più degno” (J.J. Rousseau, Contratto sociale). Tutto qua? No, non è tutto. “La grande anima del legislatore è il vero miracolo che deve far fede della sua missione”, sostiene infatti lo scrittore francese, fondando il suo stato di diritto su una figura semi-mitica che sta esattamente al di là del diritto. Riecco, definitivamente, Shmitt. E riecco, per tornare concreti ed “attuali”, la seconda guerra mondiale ed il nuovo ordinamento internazionale, che si fa sentire con le continue decisioni e/o limitazioni imposte dalle strutture sovranazionali (europee o mondiali) che decidono su questo o quel campo un tempo appannaggio esclusivo dello stato nazionale.

Insomma, se ci deve essere oggi una parola d’ordine, che valga contro l’Europa di banche e tecnocrati, ma anche contro i nemici interni, i nemici degli stati nazionali e di un modello politico in cui le decisioni non siano prese nell’oscurità dei passaggi burocratici, da assemblee non rappresentative e la responsabilità politica abbia ancora un senso e con esso anche il merito; se ci deve essere una parola che possa rappresentare l’opposizione all’arbitrio (la sovranità è altra cosa, poiché è all’origine del diritto) ma anche alla finzione democratica che nasconde interessi di natura economica, questa parola non può che essere una sola, inalienabile, imprescrittibile, indivisibile, assoluta ed esclusiva: SOVRANITA’.

Emmanuel Raffaele

Su Islam e Occidente, destra contro “destra”

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“Non sono adatto al mercato elettorale dove la pur formidabile Meloni è poi costretta ad argomentare da pezzente per salvaguardare il proprio orticello”. Così Pietrangelo Buttafuoco sulla proposta salviniana di candidarlo a governatore della Sicilia e la reazione del leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, contraria per il suo essere “islamico”.

La questione, in effetti, ha evidenziato una frattura da sempre presente all’interno dello scenario della cosiddetta destra, distinguendo una destra che si vuole conservatrice, occidentalista, con il pallino dell’ordine apparente di tipo borghese, ed una destra che non vorrebbe neanche poi tanto essere destra, ma si vuole avanguardia, rivoluzionaria, anti-borghese e più propriamente nazionalista, rifiutando sottomissioni culturali all’ideologia occidentalista di derivazione americana.

Una frattura – meta-politica, dal momento che poi le sfumature sono purtroppo le più varie – che intorno al tema dell’Islam si mostra con forza ed attualità.

Da una parte c’è la xenofobia di chi dal timore fa scaturire la propria identità soltanto per antitesi e si barrica così dietro la rigidità ideologica di chi è altrimenti privo di contenuti (si pensi alla destra in stile Oriana Fallaci o Giuliano Ferrara, atei a difesa di una presunta civiltà ebreo-cristiana). È la destra che ama il tintinnio delle manette, sta dalla parte della divisa e del più forte a prescindere, ha paura delle sirene di notte e brandisce croci aizzandole contro l’apertura di nuove moschee.

Dall’altra, c’è chi non teme le moschee o la diversità, non fa dell’immigrato il nemico ma, considerandolo una pedina (buono o cattivo ciò attiene alla sfera personale), si oppone piuttosto al fenomeno migratorio per motivi sociali e realmente identitari: è, innanzitutto, l’idea di Stato da difendere; poi lo Stato sociale messo a dura prova dall’immigrazione di massa, sia nella sua equità che nella sua tenuta; e, ancora, il concetto di cittadinanza, di popolo come “comunità” e non “società”; infine, l’idea stessa di diversità, che non è tale quando l’integrazione diviene omologazione della cultura al modello unico che, in nome di una sua presunta superiorità, proprio l’ideologia occidentalista porta avanti.

Inevitabilmente, chi non ama il liberalismo da cui scaturisce l’ideologia occidentalista e vorrebbe un fronte nazionale o europeo fondato su un modello economico-politico alternativo a quello fintamente democratico attuale, non ha certo interesse a paventare uno scontro di civiltà che oppone l’Islam ad uno schieramento per nulla affine, pur senza parteggiare per gli “invasori” o divenendo esterofili come è d’uso a sinistra.

Si sprecano, del resto, le fonti, che svelano la bugia occidentalista. Barbara De Poli, ad esempio, nel suo testo “I mussulmani nel terzo millennio”, ricorda: “Nel 1928, Hassan al-Bannà fondò al Cairo il movimento dei Fratelli Mussulmani, precursore delle diverse correnti radicali contemporanee. Secondo al-Bannà […] era necessario ripristinare la morale islamica e la legge religiosa, istituendo uno Stato islamico. La predicazione faceva leva sul sentimento religioso ma iscriveva l’Islam in una visione politica ideologizzata. Trovò ascolto soprattutto nei contesti sociali di nuova urbanizzazione.

La De Poli segnala due elementi importanti: fino alla prima metà del secolo scorso, i movimenti islamisti erano puntualmente schiacciati da quelli laici. Poi accade qualcosa: “Un fattore di islamizzazione si incardina nel conflitto bipolare: non va sottovalutato che il sostegno attivo ai movimenti islamisti fu una delle strategie promosse dagli Stati Uniti per sottrarre consensi al socialismo e indebolire le sinistre nei paesi arabi. Un contributo significativo a questo disegno venne dall’Arabia Saudita, altrettanto ostile al socialismo. Il controllo di luoghi del pellegrinaggio e, soprattutto, la scoperta del petrolio diedero alla casa saudita gli strumenti per divulgare la dottrina rigorista di Ubn Abd al-Wahhab, affine al salafismo radicale, su scala planetaria”.

Stato-islamico

Tutto ciò che, in breve, è ancora oggi sotto i nostri occhi, con l’appoggio ai ribelli in Siria contro Assad finché la nascita dello Stato islamico non costringe gli Usa a fare marcia indietro (almeno pubblicamente).

“È patente”, segnala infatti il testo, “l’ambiguità delle potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, che proclamano la guerra contro il terrorismo islamista, ma per strategia politica considerano alleati moderati paesi come l’Arabia Saudita o il Pakistan e annoverano come ostili i regimi più laici del Vicino Oriente, quali l’Iraq di Saddam Hussayn (la cui rimozione ha fatto esplodere e radicalizzare i conflitti religiosi nel paese) o la Siria ba’thista”.

“I nuovi intellettuali dell’Islam”, in effetti, “hanno spesso una formazione di tipo moderno e una debole conoscenza teologica […]. Moderna è la formulazione di una teoria sistematizzata dello Stato islamico; moderni sono anche i modelli organizzativi rigidamente strutturati e gli strumenti della propaganda”.

L’Islam, insomma, si trasforma in ideologia ed in maniera speculare si comporta anche la civiltà cristiana, che nel frattempo perde adepti e la pratica del culto, ma diviene bandiera da sventolare contro la serpe custodita finora in seno da chi ora la dichiara male assoluto.

“Pur avendo dichiarato l’Islam fonte di diritto all’articolo 3 della Costituzione”, osserva la De Poli sulla Siria, “non ne cita mai l’autorità nella sezione dedicata al potere legislativo, attribuito all’Assemblea Popolare, che deve essere costituita almeno per metà da operai e contadini, ma che non pare necessiti della presenza di ulema. All’articolo 134 precisa inoltre che i giudizi in tribunale vanno resi in nome del ‘popolo arabo di Siria’, non in nome di Dio o dell’Islam. Anche per quanto riguarda i principi educativi, la Costituzione afferma che la scuola deve creare ‘una generazione araba socialista’ e non ‘mussulmana’ ”.

La ferma opposizione al fondamentalismo, dunque, non deve condurre ad un rifiuto dell’Islam.

Peraltro, l’Islam conosce una varietà di applicazioni della sharia fino al caso estremo della Tunisia, esempio di laicismo dal punto di vista legislativo. Esistono e sono esistiti più Islam, anche perché non esiste un clero ed una “chiesa” al suo interno. Sotto l’impero ottomano, ad esempio, attraverso le millet, era consentita la libertà religiosa ai cristiani ed alle altre comunità e persino la rappresentanza politica. Libertà religiosa che viene messa in dubbio soltanto dai fondamentalisti.

La percentuale minima di disposizioni giuridiche rintracciabili nel Corano – il 3/7% -, quasi tutte sul diritto di famiglia, consentono alle diverse scuole di pensiero le interpretazioni più varie ed esistono nell’Islam persino istituti “moderni”, come il divorzio. C’è anche – come nell’ebraismo – il ripudio, è vero, ma non è consigliato dal Profeta. Stessa cosa vale per la poligamia, vietata del resto in molti stati, usanza beduina ereditata a malincuore dall’Islam e giustificata da un solo versetto che ne limita l’applicazione ad alcuni casi e corredata da un forte monito sull’impossibile equità con cui trattare le mogli, che per molti è un invito a non praticarla.

Esiste un femminismo islamico, sviluppatosi al suo interno soltanto in modo minoritario nella forma anti-religiosa che ha caratterizzato quello occidentale, ma cresciuto, invece, in un quadro di rispetto e re-interpretazione dell’Islam. La profonda “mutevolezza” dell’Islam fattuale, a fronte di una sua immobilità dal punto di vista formale, è dunque fondamentale per approcciarlo. Lo stesso divieto di prestito ad interesse (ribà), ancora formalmente vietato e rispettatissimo è poi, però, aggirato con diversi mezzi. Quanto alle mutilazioni genitali femminili, sconosciute all’80% della comunità mussulmana, nessuna menzione ne fa il Corano, mentre sono citate senza essere consigliate soltanto in una hadit.

E ancora troviamo spunti di buon senso in quello che è il mahr, il donativo nuziale che, se pur da molti è interpretato come costo della sposa, per secoli ha rappresentato una essenziale tutela della donna, titolare di un suo patrimonio (vige solo la separazione dei beni) e garantita da questa “dote” che veniva data per metà in caso di ripudio, costituendo di fatto una sorta di mantenimento e garanzia contro l’arbitrio dell’uomo. L’Islam ha persino conosciuto i matrimoni a termine o temporanei, utili a permettere rapporti sessuali extraconiugali in una formale liceità.

Anche la zakat, il tributo solidale prescritto da Mohammed, non viene raccolto rigidamente, così come molti non effettuano la preghiera cinque volte al giorno o non effettuano il pellegrinaggio, mentre è molto rispettato il ramadan. Il laicismo, insomma, è prassi quotidiana, seppur senza ostentazioni.

Da un punto di vista politico, inoltre, conviene evidenziare la chiave anti-liberista che in molti intravedono nella zakat e nel divieto di prestito ad interesse il che, associato al forte senso della comunità, ha dato spesso vita al sogno di una terza via alternativa tra i due blocchi ideologici, in maniera non dissimile a certi ambienti nazionalisti europei. Si pensi ai partiti Ba’th.

Non è un caso se la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo voluta dall’ideologia occidentalista, non solo per tutelare diritti e libertà, ma anche per fare della democrazia e dei principi liberali e liberisti i fondamenti di un nuovo ordinamento mondiale di fatto in auge con l’Onu, ha conosciuto forti opposizioni da parte islamica, si pensi alle dichiarazioni parallele del Cairo nel 1990 o a quella del 1981 a Parigi.

Se è vero che l’Islam – come l’antica Roma – non distingue tra autorità spirituale e potere temporale (il Profeta era, d’altronde, capo politico, guerriero e capo spirituale), è anche vero che ciò non porta obbligatoriamente al modello della teocrazia, laddove il modello più vicino è forse proprio di tipo imperiale, senza contare che l’Islam, tenendo separati atti vietati ed atti obbligatori da atti sconsigliati ma comunque legittimi, contiene già al suo interno un potenziale “laico”.

In conclusione, non si può parlare di un solo Islam e non ci si può opporre dunque ad un immaginario Islam compatto e fondamentalista. Si può, invece, laddove possibile e mantenendo la propria identità, tentare un dialogo fruttuoso con chi, almeno potenzialmente, ha una visione economico-politica anti-capitalista e identitaria che ci avvicina molto più all’Islam che a certi elementi della destra occidentalista della porta accanto.

 

Emmanuel Raffaele

L’International New York Times dimentica l’egemonia americana e accusa l’Iran

iran-150304090504.jpg“L’Iran nella storia: tendenza all’egemonia”. Titolava così venerdì scorso, in prima pagina, l’International New York Times un approfondimento sul paese che rappresenta un po’ l’incubo per eccellenza della diplomazia israeliana, il quale continuamente preme sull’alleato d’oltreoceano per intervenire militarmente contro di esso mettendolo in guardia rispetto agli accordi in merito allo sviluppo a fini civili dell’energia nucleare. La diplomazia, con i nemici, è una logica superflua: una linea che da sempre appartiene ad Israele e spesso imposta agli Usa, capillarmente controllati nella loro politica estera dalle lobby pro-Israele che influenzano il Congresso.

Ed il pezzo raffinato scritto a sei mani da SonerCagaptay, James F. Jeffrey e MehdiKhalaji è una risultante esplicita di queste logiche di pressione esercitate spesso a mezzo stampa.

«L’Iran non rinuncerà alla sua rivoluzione», questo il messaggio delle tre firme illustri: né più né meno che le parole della “diplomazia” israeliana.

Esperto di nazionalismo turco e relazioni tra Usa e Turchia, Cagaptayè uno studioso americano di origini turche la cui opinione in materia è molto influente a Washington, dove dirige un centro studi. Jeffrey, invece, è un diplomatico, esperto di politiche energetiche e sicurezza nel Medioriente, già ambasciatore americano in Iraq e Turchia ed ufficiale dell’esercito, ben visto dalle amministrazioni repubblicane. Khalaji, infine, è uno scrittore americano di origini iraniane.

L’essenza della loro posizione è riassunta in queste frasi sparse nel corso della dissertazione: «non è la religione ma l’ambizione imperiale che guida la politica estera iraniana», perciò «non aspettatevi che l’Iran comprometta i suoi principi», dal momento che«il governo attuale dell’Iran ancora porta l’impronta di una lunga storia imperiale e di lontane ambizioni regionali della Persia»,«cerca di far valere il suo predominio nella regione e non giocherà secondo le regole».

All’interno del pezzo troviamo un excursus storico che parte dalle ambizioni di influenza regionale dell’ex Persia dal XVI al XVIII secolo, il ruolo guida del paese all’interno della comunità sciita ma anche le alleanze con non realtà sunnite o addirittura non islamiche (come i cristiani armeni in Azerbaijan) per arrivare alla rivoluzione islamica del ’79: tutto per smania di potere, secondo i tre.

«Il mondo», spiegano ad un certo punto, «ha convissuto con diversi poteri di natura egemonicain passato. Russia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Giappone hanno avuto aspirazioni simili prima del primo conflitto mondiale. Fu proprio questo fattore a spingere il mondo alla guerra nel 1914 e ancora nel 1939. La Germania nazista cercò di dominare l’Europa dall’oceano Atlantico al fiume Volga, riducendo gli altri paesi a stati vassalli e stabilendo un controllo totale a livello militare, economico e diplomatico. Sulla scia di questa rovina e caos, l’ordinamento voluto nel secondo dopo guerra dagli Stati Uniti stabilì regole per la comunità internazionale pertentare di mantenere il potere sotto controllo».

Dall’elenco di paesi con aspirazioni egemoniche nella storia, ovviamente, mancano gli Usa, il che è francamente il lato dell’articolo più esilarante nella sua “genuina” funzione propagandistica. Gli Usa pacificatori e tutori della democrazia mondiale, salvatori dell’ordine internazionale ed, a quanto pare, della sovranità dei singoli paesi dal pericolo rappresentato da quei paesi che tentano di imporre la propria influenza sugli altri.

Quanto queste considerazioni siano in contraddizione e quanto siano paradossali tenendo contro della storia e dell’imperialismo americano non è neanche necessario dimostrarlo, dal momento che l’influenza americana sull’Occidente, sull’Europa, sul Giappone e la sua volontà di estendere questa egemonia all’est Europa da che l’Urss non esiste più è un fatto che soltanto occhi accecati dall’ideologia possono non vedere.

L’Iran forse ha aspirazioni egemoniche. Le avrebbe legittimamente. Sicuramente più di quanto possano pretendere di averle Israele o gli Usa all’interno di un’area che è portatrice di una cultura del tutto diversa da quella occidentale. Non sarebbe e non è nulla di innaturale o di immorale. Che tutto questo venga utilizzato per screditare la credibilità dell’Iran è quindi del tutto assurdo. Prova soltanto di un egemonia contestata soltanto per far posto ad un’egemonia estranea quale quella occidentale.

Quanto al tentativo di identificare l’Iran come il faro del terrorismo islamico internazionale e della jihad, sottolineando i suoi legami con Hamas, dopo che gli Usa hanno armato tutti i terroristi che si sono finora susseguiti nell’area è soltanto l’ennesimo segnale della volontà di nascondere la verità.

Paura, sottomissione e oscurantismo: ecco l’inganno sull’eredità spirituale di Cristo

mattia-preti-2Secoli di storia della Chiesa e, soprattutto, delle società cristiane hanno restituito del Cristianesimo l’immagine di una religione della paura, della rinuncia, della debolezza. A volte, quanto meno, dell’oscurantismo. Tutta impostata, insomma, sulla negazione, anziché sull’affermazione. E ciò in senso, appunto, ambivalente.

Ma è veramente questa l’eredità spirituale di Gesù Cristo?

Paura, dicevamo. Paura in riferimento all’oscurantismo medievale o medievaleggiante di una religione in cui il timor di Dio, inteso in senso letterale, ha una parte essenziale in relazione alla minaccia ossessiva e costante della sanzione divina del peccato (in primis di quello legato alla corporeità), ma anche, in senso forse opposto, una paura come status esistenziale proprio del cristiano, raffigurato come tipicamente sottomesso e mai ribelle, debole o comunque non affascinato dal concetto di forza che quasi assimila alla superbia.

È la “morale degli schiavi” di cui parla Nietzsche nel suo “Anticristo”, che in un aforisma, infatti, osserva: «Buddha dice: “Non adulare il tuo benefattore”. Pronunciate queste parole in una chiesa cristiana e l’aria sara’ purificata da tutto cio’ che è cristiano».

E che, in maniera ancor più diretta, spiega: «La divinità della decadence, mutilata nelle sue virtù e nei suoi istinti più virili, diventa a quel punto, per forza di cose, Dio dei regrediti fisiologici, dei deboli. Costoro non chiamano se stessi i deboli, si definiscono i “buoni”…ora si comprende senza che ci sia più bisogno di farvi cenno, in quali momenti della storia la finzione dualistica di un Dio buono e di uno cattivo diventi possibile».

E’ la polemica rispetto alla figura del «buon Dio» che smette di incarnare la forza di un popolo e le sue qualità virili per trasformarsi nel culto della tranquillità “piccolo borghese”, capovolgendo l’etica e l’approccio tradizionale alla divinità ma, forse, anche distanziandosi rispetto alla paura cui accennavamo inizialmente in quanto timore di un Dio vendicativo in stile veterotestamentario.

D’altra parte, se pure è indispensabile osservare preventivamente come entrambe le prospettive risultino oggi anacronistiche, ciò non deve ingannare sulla veridicità di un background culturale che, senz’altro, non è un’invenzione del filosofo tedesco.

Semplicemente, infatti, si tratta di un anacronismo che è l’effetto di una estrema laicizzazione (meglio, materializzazione) della società e l’allontanamento da un cristianesimo che, anzi, dimostra esattamente, nel processo di rimozione che progressivamente subisce, sia la scomparsa della percezione del pericolo della “dannazione” e quindi del sentimento religioso del timor di Dio, sia la distanza attuale rispetto ad un buonismo inadeguato per un mondo sempre più incattivito, individualista, fondato sulla competitività carrierista, sulla forza e sul predominio economico, sull’immagine e sulla “rinuncia alla rinuncia”.

Conseguenze del “vietato vietare” di sapor sessantottino, ancor prima del razionalismo d’eredità liberal/illuminista e, d’altra parte, del darwinismo sociale d’estrazione capitalista e del materialismo di cui è appunto intriso.

E’, in poche parole, che oggi vige un ateismo di fatto per cui rari sono gli individui che si “sottomettono” ad una disciplina religiosa in maniera ferrea e, se vogliamo, anche “folkloristica” come un tempo (non troppo lontano, se pensiamo a certe realtà del sud Italia); è, infine, che essere “buoni”, “pii” e “casti” non è certamente cool. E non ci riguarda, in questa sede, se questi siano fattori positivi o negativi, ma soltanto il dato di fatto: l’anacronismo degli stereotipi esposti, che legano il cristiano alla paura nei due sensi rapidamente individuati, non nega assolutamente il loro fondamento, ma ne attesta semplicemente il loro superamento che è, però, insieme anche un superamento della centralità del cristianesimo a cui essi rimangono fortemente legati, rappresentandone anzi l’identità ultima e, probabilmente, anche il motivo di questa rottura.

Ciò che ci interessa è, appurata l’esistenza di una stratificazione culturale così riassumibile e d’altronde frutto di innumerevoli attacchi al cristianesimo nel corso della sua storia, rilevare l’incoerenza di questa eredità morale rispetto alla figura del Cristo. Senza pretendere di dimostrare nulla o di tenere lezioni teologiche, ma limitandosi soltanto a riflettere e a far riflettere.

adjustE’ per caso ossessionato dal peccato il Cristo che sfida la legge e comanda solo l’amore? E’ ossessionato dal peccato colui che afferma: «chi è senza peccato scagli per primo la prima pietra contro di lei», impedendo la lapidazione di una adultera, non in nome del buonismo ma in nome di un distacco rispetto al falso moralismo farisaico? Lo è quando infrange il “sabato”? Cristo non è un oscurantista, non è un fanatico: predica la giusta via ma senza intolleranza, per affermazioni anziché per negazioni. Tanto che nella Lettera ai Romani, Paolo scrive: «Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni. Uno crede di poter mangiare di tutto, l’altro invece, che è debole, mangia solo legumi. Colui che mangia non disprezzi chi non mangia; chi non mangia, non giudichi male chi mangia, perché Dio lo ha accolto. Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone». Esempi come cento altro di una predicazione fondata sull’invito ad astenersi da giudizi morali, che appartengono soltanto a Dio (il padrone della metafora paolina), e di conseguenza su una certa laicità del suo messaggio, che non mira a fondare uno stato teocratico in cui chi ogni peccato è legge, ma lascia spazio alla coscienza nelle questioni etiche.

Quanto alla paura. Era per caso timoroso il Cristo che sfidava impavido i Giudei e le loro leggi? Era per caso timoroso il Cristo che scacciava in malo modo i mercanti dal tempio? Era per caso timoroso, debole o esitante il Cristo che affrontava inumane torture senza cedere nel corpo e nello spirito? Dimostrava di aver paura il Cristo che davanti a Pilato non pensava minimamente ad evitare il peggio? Lo era il Cristo che sfidava costantemente un’autorità che considerava indegna? Oppure lo era quello che moriva in croce per le sue “idee” (come diremmo se si trattasse di personaggio storico e di un’idea “qualunque”)?

Si sentirebbe all’altezza ciascuno di voi di affrontare le medesime durissime prove dimostrando altrettanta forza d’animo, altrettanto coraggio, altrettanta forza e determinazione?

Non è forse l’intera vita di Cristo paradigma di un coraggio che non si limita a non temere la morte ma, anzi, tende a cercarla e superarla ponendo in qualcosa di più alto l’essenziale?

Tutto ciò è innegabile, come è innegabile il coraggio dei martiri cristiani che affrontarono indicibili torture per la loro fede, ma dimostrarono anche il loro coraggio intellettuale andando in giro a raccontare qualcosa che doveva certamente generare come minimo incredulità e magari sdegno e scherno. Mostra forse debolezza san Sebastiano, corpo da combattente, infilzato da mille frecce per la propria fede? Esempi che giungono fino al secolo scorso, fino al sacrificio, per dirne uno, dei Cristeros messicani, alcuni dei quali giovanissimi, disposti a morire dopo impressionanti torture e mutilazioni per non voler rinunciare a gridare “Viva Cristo Re”.

Un’esclamazione che simbolicamente e plasticamente restituisce un’idea sovrana e aristocratica del Cristo. Non sottomesso: mai dalle sue parole traspare sottomissione ed, anzi, semmai imperio, comando; le sue frasi sono insegnamenti oppure ordini, senza smancerie. Non debole, ma vincente. Non schiavo, ma re, per stirpe e, soprattutto, temperamento, carisma, coraggio. Re perché, vincendo la morte, è stato senz’altro sovrano della vita e ciò non soltanto in un senso simbolico religioso a cui ovviamente possono credere solo i cristiani, ma in senso oggettivo: «chi impara a morire disimpara a servire» è un vecchio adagio classico. Perché, in breve, se nella resurrezione risiede il senso spirituale della sua vittoria sulla morte, è già nella sua umanità che il Cristo vince la morte, smettendo di temerla, affrontandola a testa alta, sfidando sofferenze che poteva evitare.

san_sebastiano_anonimo_1600Cosa che invece non fa e che insegna a non fare: «Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà». E ancora: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Lui, che insegna a non rinnegare amici, idee, fede, a qualunque costo e che certo non era un reazionario timoroso di denunciare l’ingiustizia, sintetizza nella sua vita la negazione della paura. Lui che non ha fatto altro che criticare apertamente e pubblicamente il moralismo e l’ipocrisia dei «Giudei» e dell’ebraismo del suo tempo, ha opposto una sovrana libertà (e non l’anarchia) alla sottomissione, all’apparenza delle forme la sostanza dell’atto nella sua purezza, all’intellettualismo erudito e sofista il valore del ragionamento e della logica, al burocratismo delle regole una spiritualità che va al sodo ed un’etica fondata sul significato del gesto.

Eppure, non tanto la malafede, quanto la debolezza d’animo degli uomini, ha condotto nel tempo a travisare la sua rivoluzionaria ed anticonformista vicinanza al popolo e la sua non belligeranza, abbassandole al livello di un mistico pacifismo unito all’esaltazione aprioristica di tutti gli “anti-valori”. Un paravento per i timorosi bisognosi di dare alle proprie paure una giustificazione religiosa.

E’ sufficiente la sua non belligeranza per considerarlo un semplice pacifista? Era un buono o un giusto, dal momento che sapeva all’occorrenza usare toni duri?

D’altra parte, quale battaglia avrebbe mai dovuto combattere?

Appare evidente, oltre al coraggio, che il suo non è il pacifismo di chi teme la guerra, ma la serenità spirituale di chi potrebbe vincere o perdere qualsiasi guerra mantenendosi equanime.

E tutto ciò non attiene al suo essere Messia dei cristiani, parte della Trinità o figura religiosa, ma al suo essere stato uomo. Seguirne l’esempio autentico dovrebbe certo essere l’aspirazione dei cristiani. Comprenderne la natura, anche da una prospettiva laica, può avere un senso anche per chi non crede o possiede una fede diversa.

Ma, più di tutto, affinché questa parentesi riflessiva abbia anche un senso pratico, è consigliabile valutare l’influenza negativa che la paura ha su ogni aspetto della nostra vita e, quindi, l’importanza della lotta contro di essa. Che riassume in sé la lotta contro le ansie, le insicurezze, le esitazioni, le gelosie, le invidie e tutto ciò che, come un tappo, blocca lo spontaneo sgorgare delle nostre energie positive, limitandoci, inchiodandoci alla terra, all’individualismo, alla mediocrità, all’impossibilità di essere ciò che siamo, ciò che vorremmo essere.

Emmanuel Raffaele

“L’ultimo lupo”, dopo sette anni di attesa ecco la pellicola (in parte deludente) di Annaud

ultimolupo3Prima di tutto andate a vederlo. Non è una pellicola che lascia senza fiato e non è tutto quello che vi potreste aspettare ma ne vale la pena.

“L’ultimo lupo” di Jean Jacques Annaud, già regista de “Il nome della rosa” e di “Sette anni in Tibet”, costato ben sette anni di lavorazione e circa 38 milioni di dollari, seguito da 480 tecnici, addestratori e partecipato da circa 200 cavalli, mille pecore e una ventina di lupi, ha l’ambizione di un film epico ma non ne possiede l’impronta, mantiene alta l’attenzione ma lascia la sensazione che manchi qualcosa, alterna dialoghi intensi a passaggi in cui la sceneggiatura è deludente.

«Con la morte del saggio Bilig scompariva la steppa che avevo conosciuto», chiosa il protagonista, riecheggiando fin troppo una scena analoga de “L’ultimo samurai” sulla fine del Giappone tradizionale e, soprattutto, scoprendo le carte sugli obiettivi narrativi del film.

Ma “Wolf Totem” (questo il titolo originale) è, in realtà, un’opera che arriva fino in fondo senza intoppi e però senza neanche vera suspense, senza troppi drammi, senza grandi effetti scenici ed armato soltanto di tanto realismo descrittivo e qualche punta di misticismo.

In parte un merito, se non fosse per le aspettative create da una presentazione che lascia immaginare qualcosa di più di un semi-documentario ecologista sul delicato equilibrio della steppa mongola.

«Hai catturato un Dio e ne hai fatto il tuo schiavo», rimprovera eloquente il vecchio Bilig al giovane Chen Zen, studente di Pechino ai tempi della “Grande rivoluzione culturale” maoista (siamo nel 1967), inviato tra le tribù della Mongolia per insegnare loro a leggere e scrivere, che però si innamora dei lupi e decide di contravvenire alle legge che ne impone l’uccisione, allevandone uno, inizialmente in segreto.ultimolupo1

Questa la frase più significativa del film, la stessa che in effetti campeggia nelle locandine su cui posa, fiero, un lupo.

«I lupi», prosegue il saggio capo, «vogliono sfamarsi da soli, è una questione di dignità, il lupo è un guerriero. E se privi un lupo della sua fierezza, se gli impedisci di uccidere, quale guerriero sarà mai?».

Frammenti di dialoghi che regalano quel minimo di contenuti necessari ad un film che, per il resto, non indugia troppo sul contesto storico, né sulla vita e le credenze dei mongoli, lasciando un po’ l’amaro in bocca quando ci si rende conto che l’epica prospettata si riduce a celebrare la figura del lupo in senso animalista, senza metterlo realmente in relazione con la civiltà mongola, che pure dovrebbe esser quanto meno coprotagonista della pellicola.

Manca forse questo, manca fortunatamente un po’ di retorica, manca l’approfondimento psicologico dei personaggi, manca il ritmo, manca una vera e propria trama, con un plot fin troppo circolare, al punto che Chen Zen, in chiusura, annuncia: «era il momento di ridiventare il ragazzo di città che non avevo mai smesso di essere».

Uscito nelle sale lo scorso 26 marzo, poco più di un mese dopo Cina e Francia, dove il film è stato prodotto, la pellicola è basata sul secondo libro più letto nella storia della Cina, “Il totem del lupo” di Jiang Rong.

«La voglia di uccidere li tortura ma non sprecheranno questa occasione per avventatezza. I lupi sono organizzati. Attendono il momento giusto. E obbediscono alla volontà del capobranco». E, soprattutto, sono creature libere, capaci di sottomettersi soltanto al Tenger (Il Cielo), nemici da rispettare come ogni avversario di valore.

Sacralità guerriera, libertà aristocratica, religiosità “pagana” negli insegnamenti di Bilig, che spiega: «I mongoli non sotterrano i propri morti, restituiscono alla steppa la carne con cui ci ha nutrito».

La sua morte è la fine simbolica di una civiltà. Il lupo e Chen Zen rimangono testimoni di un tempo, di cui però non sono stati protagonisti. E l’esperienza diretta diventa memoria.

Il lupo allevato dal giovane studente, unico sopravvissuto alla strage tra i lupi della steppa, tornato impetuosamente alla sua natura, è una fiaccola ancora accesa pronta a riappiccare il fuoco della sua tradizione guerriera. Ed allo stesso modo torna nel suo mondo il “padrone” Chen Zen.

“Nemici”, diversi per natura, nonostante entrambi si siano “contaminati” con un’identità che non gli appartiene. A ciascuno la propria vita, la propria essenza. Inestirpabile. Così Chen Zen non sposa la donna indigena di cui è innamorato, Bilig non sopravvive al cambiamento, il progressismo non cede alla tradizione.

E ad ogni passaggio, ad ogni ciclo, ad ogni contaminazione, si perde qualcosa di quello che fu.

Ed il lupo stesso destinato a rifondare la sua stirpe guerriera è pur sempre un lupo che ha perso un po’ della sua natura selvaggia, della sua identità. Niente sarà come prima. In attesa di un nuovo ciclo aureo.

ultimolupo4«Comandare non contempla l’essere amati, a volte si deve obbedire a degli ordini, anche contro il nostro cuore», commenta il delegato governativo dopo aver fatto uccidere l’ultimo branco di lupi, con una frase da cui traspare un determinismo che, forse, non è rivolto tanto a giustificare moralmente il burocraticismo ed il materialismo di ispirazione progressista e matrice comunista alla base del “disordine” che egli rappresenta, quanto a collocarlo metastoricamente in un fase in cui la fine è a sua volta preludio ad un nuovo inizio, così come la morte alla resurrezione. E’ necessario che tutto accada, anche il male. Anche il Kaliyuga.

Milano, apre il Mudec e va in scena l’Africa

mudec_2_webE’ stato aperto al pubblico ieri, 27 marzo, il Mudec (Museo delle Culture) insieme alla prima esposizione, “Africa. La terra degli spiriti”, che potrà esser visitata fino al 30 agosto e che affianca “Mondi a Milano. Culture ed esposizioni dal 1874 al 1940”, un percorso che parte dal decennio successivo all’unità d’Italia ed arriva a comprendere quasi interamente gli anni del fascismo facendo quasi da introduzione ad Expo 2015.

Un museo concepito come organismo vivente, questo il progetto nelle intenzioni dei suoi promotori (Comune di Milano e Gruppo 24 ORE ), funzionale al «dialogo con le comunità presenti sul territorio per dare ampia espressione alla pluralità delle culture che lo abitano e restituirne la complessità»[1], che vedrà infatti la collaborazione con l’Associazione Città Mondo, attraverso una convenzione che permetterà a quest’ultima di gestire lo “Spazio Attività Organizzative” e lo “Spazio Polivalente”, il laboratorio creativo e culturale del Mudec.

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Sala conferenze, dunque, ma anche un auditorium da trecento posti, bistrot, design store, laboratorio di restauro e spazio dedicato ai bambini e biblioteca con un patrimonio librario di 4mila monografie: ecco il frutto di oltre un decennio di attesa, fin da quando, nei primi anni Novanta, il Comune acquistò la zona ex industriale dell’Ansaldo e i suoi 17mila metri quadrati di proprietà, dove adesso è di scena il continente africano.

L’Africa e i suoi colori, l’Africa e i suoi suoni, l’Africa e, soprattutto, la sua diversità.

Un’esposizione che non stupirà per i contenuti, ma farà certamente riflettere sulla scarsa conoscenza della sua storia ed espressioni artistiche nella loro complessità.

“Terra degli spiriti”: un titolo che non poteva render meglio l’idea di un continente le cui opere qui esposte, dal Medioevo al secolo scorso, conducono dritti nel mondo delle tribù, di un misticismo tellurico simil-pagano che rende giustizia dell’identità di una realtà perfettamente complementare a quella europea.

Legno e bronzo, duecentosettanta esemplari soprattutto scultorei, per una mostra curata da Claudia Zevi, azzeccata nello stile espositivo e nelle luci, per nulla banale nella scelta dei pezzi esposti, tra i quali l’olifante d’avorio con lo stemma dei Medici e i cucchiai delle antiche collezioni medicee di Firenze.

mudec_1_webDal Congo al Mali alla Nigeria, storie di imperi pressoché sconosciuti, di un mondo esotico nel cui immaginario l’europeo è visto sempre (giustamente) come altro da sé e di una religiosità fortemente legata alla terra più che al “cielo”.

Storie ed impressioni che ci parlano di identità, di una diversità meravigliosa in quanto tale e del rischio distruttivo che comporta l’omologazione globale a fronte di un’economia predatoria e di un’immigrazione/emigrazione di massa che è fonte di sradicamento – letteralmente perdita delle radici.

Il Mudec, progetto rivolto appunto alle «comunità presenti sul territorio», è in realtà fonte di profonde riflessioni sul significato di “integrazione”. Paradigmatici, del resto, i versi che chiudono l’esposizione:

“Sono figlio della Guinea,

sono figlio del Mali,

nasco dal Ciad o dal profondo Benin,

sono figlio dell’Africa…

Addosso ho un grande bubu bianco.

E i bianchi ridono vedendomi

trottare a piedi nudi

nella polvere della strada.

 

Ridono.

Ridano pure.

Quanto a me, batto le mani

e il grande sole dell’Africa

si ferma sullo Zenit

per guardarmi e ascoltare.

E canto e danzo.

E canto e danzo”.

 

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[1] http://www.mudec.it/

Da oggi in edicola “L’album di Milano”: Pisapia racconta suo padre, Vecchioni improvvisa uno show

Giuliano Pisapia - CopiaGiuliano Pisapia era più sorridente che mai. Presente mercoledì sera all’evento organizzato dal “Corriere della Sera” per presentare “L’album di Milano”, una raccolta di 150 figurine disegnate da Emilio Giannelli per raccontare la città attraverso i suoi volti più noti, il sindaco meneghino sembrava non aver letto i giornali.

Della sua intenzione (peraltro già nota) di non ricandidarsi a sindaco nel 2016 e di Matteo Salvini che vuole prendergli il posto e, soprattutto, di un Partito Democratico a cui non dispiacerebbe troppo liberarsi di lui, magari per piazzare a palazzo Marino Giuseppe Sala, commissario unico di Expo 2015, il sindaco “arancione” sembrava essersi dimenticato.

Claudio Sanfilippo - Copia

A tirargli su il morale, in effetti, ci hanno pensato in tanti: da Vivian Lamarque, penna del Corriere nonché scrittrice e poetessa, che ha azzardato un «poesia fa rima con Pisapia», a Roberto Vecchioni, che ha rilanciato con «il nostro sindaco è un poeta», prima di improvvisare, in chiusura, un “Luci a San Siro” voce e chitarra a dir poco emozionante, recitata più che cantata e, naturalmente, applauditissima. Ma la sviolinata vera e propria è arrivata dei cantautori della “Scuola Milanese” Carlo Fava, Folco Orselli e Claudio Sanfilippo, che hanno implorato in musica Pisapia di riconsiderare l’idea della candidatura: «Proprio adesso che avevamo trionfato!», hanno cantato, senza mancare di citare lo spauracchio dell’innominabile leader leghista Matteo Salvini. Tanto per far capire da che parte stanno la stampa e la cultura dominante.

Carlo Fava - Copia

Per il resto, la serata è trascorsa piacevole, pur senza troppe emozioni.

Fernanda Pivano, Ottavio Missoni, fratel Ettore Boschini, Sergio Bonelli e, naturalmente, Giandomenico Pisapia, padre dell’attuale sindaco di Milano e del codice penale italiano: questi alcuni dei personaggi raccontati ieri dal filosofo Giulio Giorello, dal cantante Eugenio Finardi, dalla giornalista Isabella Bossi Fedigrotti, dallo psicologo Fulvio Scaparro e, appunto, dal primo cittadino.

Loro, i milanesi di nascita e d’adozione che si sono distinti nelle arti, nel lavoro, nella scienza e nella politica, erano del resto i veri protagonisti della serata. Loro i volti che, come si faceva con la raccolta dei calciatori “Panini”, sarà possibile trovare in edicola fino al 18 maggio da attaccare all’album che sarà distribuito oggi in allegato a “Sette”.

Personaggi come Manzoni, Verdi, Treccani, Boccioni, Pirelli, Breda, Meazza, Moratti, Vianello, Gaber, Rizzoli e Mondadori.

Giangiacomo Schiavi_Giuliano Pisapia

«Un’autobiografia della città, un racconto a frammenti che ricostruisce il ruolo di una capitale della modernità»: questo il senso dell’iniziativa nelle parole di Giangiacomo Schiavi, vicedirettore del Corriere della Sera. «Camminiamo nella storia», spiega nella sua introduzione il giornalista, «ma i giovani cittadini del mondo globale non conoscono  come i loro padri le radici  del luogo in cui vivono».

Radici, punti di riferimento, storia e un pizzico d’orgoglio, per «dare a tutti un senso di appartenenza» attraverso la condivisione dello «spirito di Milano, uno spirito fatto di orgoglio e coraggio, di etica del lavoro e di passione civile, nutrito dalla cultura, dall’impegno e dal rispetto».

Iniziativa senza dubbio lodevole, se non altro perché implicitamente ricorda il significato di “comunità” che, a differenza del concetto utilitaristico ed individualista di “società”, è condivisione di un destino, di un passato e di un futuro, di un’etica e di esempi da seguire ed a cui ispirarsi.

Milano, ‘Feltri show’ alla presentazione di Sovranità: “basta prendere ordini dall’Europa”

Borgonovo_FeltriE’ un Vittorio Feltri come al solito incontenibile a prendersi la scena in occasione della presentazione di “Sovranità” svoltasi ieri sera presso il C.A.M. di corso Garibaldi a Milano.

E lo fa all’insegna del no a quest’Europa: «Lingue, culture, economia, politica estera, fisco: niente accomuna i 27 paesi dell’Ue eccetto la moneta. Mai nella storia nazioni diverse sono state unite efficacemente soltanto da una moneta. E proprio in questi giorni, infatti, tocchiamo con mano l’inconsistenza dell’Europa sul caso Libia».

«Mondialismo o sovranità: il binomio destra-sinistra non rappresenta più il crinale di distinzione decisivo nella politica», spiega infatti Alberto Arrighi, ex deputato di An, tra gli animatori principali del nuovo soggetto della destra identitaria nato per sostenere il progetto politico di Matteo Salvini.

Del resto, lo slogan del movimento, «sovranità, identità, lavoro»,  rappresenta tre nette scelte di campo. Sovranità, prima di tutto, per recuperare il potere decisionale in ogni ambito: monetario, energetico, militare, economico, territoriale e rimettere al centro gli interessi del paese e dei cittadini italiani. Identità, in opposizione al multiculturalismo che snatura le nazioni. Lavoro, contro una finanza che si è impadronita dell’economia.

Una linea sulla quale sembra concordare l’editorialista de “Il Giornale” che, pur confessandosi idealmente europeista, contesta duramente l’Ue e non fa sconti a nessuno: «Monti, Letta e Renzi, tutti a baciare la pantofola della Merkel: lei ci prende per il culo, noi imbecilli che andiamo a prendere ordini».

L’ex direttore di “Libero” e de “Il Giornale”, che lo scorso anno ha pubblicato per Mondadori “Il Quarto Reich. Come la Germania ha sottomesso l’Europa”, non è del resto nuovo ad uscite sovraniste e, nella sua lettura, la resa incondizionata dell’Italia ha un’origine ben precisa: «l’Italia negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta era all’avanguardia in ogni campo, aveva compiuto il suo miracolo economico, nonostante la guerra: l’Olivetti con il primo pc, l’invenzione della plastica, l’Eni, il nostro paese vanta da sempre le più grandi invenzioni. Poi nel ’68 hanno vinto i cretini, coloro che volevano distruggere ogni cosa».

Una provocazione, ma neanche troppo: «l’Italia ha sempre avuto a che fare col nemico interno, basti pensare che, alla morte del dittatore sovietico Breznev, metà parlamento andò al suo funerale, incluso Pertini, che ancora oggi è idolatrato. E durante la “Guerra fredda” mezza Italia faceva il tifo per il nemico contro gli interessi del proprio paese».

Nel mirino c’è, chiaramente, una sinistra che ha anteposto gli interessi di partito agli interessi nazionali, ma c’è soprattutto l’affermazione col ’68 di una visione del mondo rinunciataria, utopistica, politicamente corretta che, etichettando come fascista ogni forma di patriottismo, ha distrutto ogni ambizione italiana, ogni orgogliosa rivendicazione dei propri interessi, la capacità di lottare per la propria dignità, per il proprio paese.

«Una costituzione ipocrita», ha aggiunto Feltri, «ripudia la guerra ed alla sola idea della guerra, alla vista di un fucile, tremiamo. Abbiamo abolito la leva obbligatoria, rinunciato alla difesa, delegato tutto agli americani salvo poi accusarli di essere guerrafondai. Ma le guerre ci sono e noi abbiamo così soltanto azzerato la nostra dignità, diventando incapaci di dire no».

Un paese a capo chino, questo il frutto del ’68: una dittatura del politicamente corretto al punto che, spiega Riccardo Pelliccetti, inviato de “Il Giornale”, «se scriviamo la parola “clandestino” rischiamo di incorrere in sanzioni dell’ordine dei giornalisti».

«Anche la crescita demografica», ha ricordato il leghista Fabrizio Ricca, «è divenuto argomento tabù dopo la caduta del fascismo ed ora, con l’attuale tasso di crescita, siamo destinati a morire. La priorità ora è difendere i nostri confini dall’invasione in atto».

Diversi punti di contatto e priorità in comune: è, dunque, questo il collante tra ampi settori della cosiddetta destra radicale e la nuova Lega targata Matteo Salvini che, al di là dei personalismi, sembra avere le idee programmaticamente molto chiare ed un progetto a lungo termine per proseguire su questa linea, come dimostrato dai dieci punti presentati su “Il Foglio” lo scorso 11 febbraio.

 

Il programma di Salvini: nazionalizzazioni, produzione domestica, sovranità monetaria

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«Meno Europa», come recita il primo punto, ma non solo: «nazionalizzazione di imprese strategiche e/o produttrici di beni richiesti dal mercato ma momentaneamente in crisi», «flessibilità di bilancio», «abolizione della legge Fornero», «no al Ttip» (Trattato transatlantico su commercio ed investimenti), «controllare le frontiere», zero tassazione per chi ha reddito zero, «superamento del sistema dei trasferimenti fiscali».

Un programma che, al di là delle semplificazioni giornalistiche, riflette una visione tutt’altro che classicamente liberale, d’impronta sociale e sovranista e, dunque, molto vicino alla cosiddetta destra identitaria.

«La difesa dell’euro si attua sulla pelle degli italiani […] mentre il riequilibrio potrebbe attuarsi in modo naturale con un cambio flessibile», esordisce il segretario della Lega, che bolla come fumo negli occhi anche l’attenzione eccessiva per un’inflazione sotto controllo: «anche in presenza di prezzi stabili (o addirittura in calo) se il reddito si riduce fortemente ecco che il potere d’acquisto svanisce […]. In pratica 100 per cento di inflazione pur con prezzi immobili».

E, poi, no al Tiip, come anticipavamo: «Spalancare ulteriormente l’Italia alla concorrenza estera mentre la nostra industria, la nostra agricoltura, il nostro allevamento sono in ginocchio significherebbe dare il colpo di grazia alla nostra economia», chiarisce Salvini, che sottolinea anche l’implicita cessione di sovranità nel demandare «ad altri le autorità di controllo e sorveglianza».

Il quarto punto potrebbe benissimo far parte del programma di politica economica di CasaPound e nessuno ci troverebbe nulla di strano, anzi: «In attesa del rilancio “naturale” dell’industria con il recupero della sovranità monetaria si potrebbero creare fabbriche e coltivazioni mirate alla produzione di beni esclusivamente importati da paesi extra Ue […]. La spesa necessaria alla riconversione delle imprese o, nel caso della produzione di beni abitualmente importati, alla copertura della realizzazione “sottocosto” di tali beni (se fosse conveniente produrre a prezzo pieno lo farebbero i privati) consentirà di rimettere in circolo denaro, contrastando al contempo lo squilibrio della bilancia commerciale perché si ridurrebbero le importazioni».

Priorità per le piccole e medie imprese a dispetto delle «grandi imprese globalizzate e delocalizzate» col «plauso costante di Confindustria»: «la chiave del nostro modello», spiega infatti, «sarà la produzione domestica […]. Se molti imprenditori italiani hanno deciso di delocalizzare salvando i propri profitti a scapito dei posti di lavoro si preparino a fare marcia indietro». Altro punto da anni cavallo di battaglia della destra identitaria.

«Un sistema previdenziale che diventa contributivo», afferma invece Salvini a proposito della legge Fornero, «ma al contempo lascia i lavoratori privi di un lavoro e della pensione è assurdo, barbaro e deve essere abolito». Dunque, più stato sociale contro i teorici del liberismo.

«Il Pd preme», aggiunge l’ottavo punto, «per l’azzeramento degli enti locali in Italia, la cessione di sovranità a Bruxelles e l’annegamento globalista in un mondo dominato dalle grandi multinazionali rese “competitive” dalla mano d’opera a basso prezzo incoraggiata ad invaderci con “mare nostrum” e frontiere aperte. Noi, anche qui, vogliamo l’esatto contrario. Siamo convinti che il “frullato” di culture e sapori faccia comodo solo a pochi e che invece nella diversità, nelle tradizioni e nelle autonomie locali vi sia la vera ricchezza. Pertanto siamo per uno stop all’immigrazione incontrollata in assenza di domanda di lavoro». Standing quasi ovation: considerate le premesse si poteva benissimo essere più chiari nel chiedere lo stop all’immigrazione, punto.

E ancora. «Terapia shock per mezzo dello strumento della flat tax. Un’unica aliquota molto bassa uguale per tutti, con una deduzione fissa su base familiare renderà dichiarare i propri redditi semplice e conveniente» secondo una logica di base precisa: «I debiti si ripagano col lavoro e con la crescita: considerare le coperture dei provvedimenti fiscali ex ante senza valutare l’impatto di tali provvedimenti sull’economia è un semplice metodo perché nulla cambi mai».

È invece la conclusione del discorso di Salvini a suscitare il bisogno di qualche chiarimento: non vogliamo pagare i debiti degli altri, i nostri soldi devono rimanere qua, non diamoli all’Europa. E fin qui ci siamo. Poi, però, il discorso prosegue con questa logica fin dentro i confini nazionali, giungendo a conclusioni che non possono esser digerite senza fiatare: «Noi proponiamo un sistema dove nessuno debba pagare per altri e dove ognuno possa essere competitivo con le proprie forze». «Pertanto», aggiunge in maniera ancora più esplicita, «dopo un iniziale ritorno allo status quo pre-euro, necessario per rimettere in piedi il tessuto industriale del nord Italia con l’aiuto di una valuta più leggera, occorrerà pensare a meccanismi di flessibilità (come ad esempio due monete) per riequilibrare la competitività del sud esattamente nello stesso modo in cui si cerca il recupero della competitività italiana verso la Germania».

Se fosse una premessa, una cura, in vista della crescita nazionale, ci si potrebbe ragionare. Ma l’assonanza con troppi slogan autonomisti già sentiti è impossibile da negare. Perciò qualche chiarimento sarebbe necessario. La sovranità è nazionale o non è. Ricordarlo costantemente a chi, al di fuori, dovesse metterlo in dubbio sarà il compito del neonato movimento.