LEI DISSE SI

lei disse siLei disse si. Ad un’altra donna. E la proiezione in anteprima, per la decima edizione del Biografilm Festival 2014, è un misto di applausi progressisti e commossi pianti nuziali che regalano alla regista Maria Pecchioli il premio della giuria per la categoria «Italia».

«Lei disse si», infatti, è il documentario che, dal 21 ottobre, racconta, in una ventina di cinema italiani per poco più di un’ora, la storia di Ingrid Lamminpää e Lorenza Soldoni (toscane con origini svedesi nel primo caso), felicemente spose in terra scandinava nel giorno del solstizio d’estate 2013.

«La rivoluzione a colpi di bouquet è appena cominciata», annuncia il sottotitolo di una pellicola presentata a Milano il 25 novembre appena trascorso con la partecipazione della Pecchioli, che su cinemagay.it in proposito osservava:  «il matrimonio ha una struttura borghese, ma in questa nuova chiave ha in sé il germe dell’uguaglianza e, quindi, è rivoluzionario».

«E’ importante», aggiungeva, «costruire un immaginario sul matrimonio tra due persone dello stesso sesso».

Ma il tentativo, per certi versi, non è il massimo, visto che a sposare Lorenza ed Ingrid è la versione in carne ed ossa del Capitano McAllister dei Simpson, con tanto di occhiali da sole e furgoncino con réclame: «officiante di matrimoni». Forma decisamente trash per una cerimonia a dir poco scarna, priva di emozioni, con tanto di «gimme five» a sigillare l’unione.

LDS_still_06

Encomiabile, d’altra parte, l’atteggiamento delle due spose, che non si vestono di retorica omosex o vittimismo, donando tutto sommato gradevolezza ad un documentario che, nato da un video blog e finanziatosi sul web, ci parla di una storia semplice, che suscita simpatia quanto le due protagoniste, ironiche e sfrontate come «madrepatria Toscana» comanda.

Nessuna mascherata, problemi di coppie come tante, fidanzamenti, la paura dell’ufficialità, i parenti, la torta di nozze, il vestito da sposa. Tutto molto normale e nessuna enfasi nel racconto.

«Hanno trasmesso il senso del matrimonio che molti etero hanno perso», osserva Milena Cannavacciuolo, fondatrice del blog «Lez Pop» («La cultura pop in salsa lesbica»), in occasione della proiezione milanese, azzeccando probabilmente in pieno l’analisi.

Mentre la stylist commenta: «il timore è che la comunità gay si imborghesisca e prenda una piega tradizionalista».

Ma, al di là degli aspetti ideologici e di costume, dei «pro» e dei «contro» aprioristici, che ciascuno sia libero di stare con chi gli pare e di renderlo (anche legalmente) ufficiale è un fatto di libertà che non dovrebbe esser messo in discussione. Nel concreto dei diritti e doveri che da quell’unione nascono risiede invece il nocciolo della questione.

Nel momento in cui nuove unioni legali vengono introdotte nel sistema, è naturale ripensare a tutto ciò che ha un costo in termini economici, tanto per lo Stato (es. reversibilità di trattamenti pensionistici) quanto per il singolo (es. mantenimento) o terzi (es. ferie) e riflettere sull’origine o motivazione di queste concessioni, tanto per i matrimoni tradizionali quanto per le eventuali unioni civili.

Emmanuel Raffaele

Fusaro a Catanzaro: «Destra? Sinistra? Grillo? Il pericolo è l’Unione Europea!»

fusaro«Riappropriarsi del concetto emancipativo di nazione», «basta alla fuga verso la cosmopoli e verso l’estero che caratterizza l’Italia: la cultura sia nazionalpopolare», «no alle delocalizzazioni in nome di un cieco abbattimento delle frontiere», «diritto di parlare la propria lingua nazionale contro la vergognosa imposizione della lingua inglese nelle scuole e l’ imperialismo culturale per cui una pubblicazione in inglese vale più che una in italiano»: a sentir parlare il filosofo Diego Fusaro, nell’incontro svoltosi ieri pomeriggio presso l’Università Magna Graeciadi Catanzaro, la percezione di trovarsi al di là delle ideologie è netta.

“La violenza dell’economia”: è questo il tema di un incontro che ha disvelato, a chi già non lo conoscesse, il pensiero del giovanissimo studioso torinese, comunemente definito marxista ma, in realtà, padrone di temi e di un linguaggio appannaggio spesso dello “schieramento opposto”. Ed il motivo è presto detto.

«Non ho mai detto», spiega Fusaro, «di essere marxista: sono allievo indipendente di Hegel e di Marx».

E, sollecitato sugli abbagli presi da Marx o, più semplicemente, su ciò che andrebbe accantonato dell’autore de “Il Capitale”, addirittura aggiunge: «Il mio Marx è il Marx idealista».

Poiché, se è vero che bisogna «ripartire da Marx, dalla sua critica dell’esistente e dalla sua passione per la ricerca di un futuro alternativo», diversi sono i limiti riconosciuti: «innanzitutto, la fede positivistica nella scienza e gli scivolamenti verso il meccanicismo e il determinismo nel capitale». «Il mio Marx», aggiunge infatti, «è il Marx di Gramsci e Gentile, il Marx della prassi, il Marx ‘idealista’, critico dell’economia e del capitale, mentre non mi convince Marx che pensa alla fine del capitalismo come un processo naturale: ciò è un’illusione».

Riassumendo: Marx e Gentile, nazione, idealismo, cultura, «che solo per il marxismo staliniano è mera sovrastruttura» (risposta sulla quale qualcuno potrebbe forse dissentire) e determinazione nel superamento della dicotomia destra-sinistra: «l’unica dicotomia che ritengo valida è tra chi accetta capitale e chi lo contrasta. Le altre sono dicotomie gravide di capitale».

E Grillo? E il ‘riemergere dell’estrema destra in Europa’?

«Il problema non è la destra, la sinistra o Grillo ma l’Unione Europea». «Mentre giovani fascisti e antifascisti si scontrano, il capitale si sfrega le mani».

Perché, dunque, ripartire da Marx?

Secondo Fusaro, come anticipavamo, la ragione è essenzialmente una: «in un’epoca di passioni tristi, le quali inducono a pensare che non possa andare diversamente da come va, Marx insegna a non accettare come destino intramontabile l’ordine esistente».

Marx, insomma, perché la filosofia non deve rimanere in una torre d’avorio ma divenire azione, «incidere nella visione del mondo delle masse, trasformare il senso comune».

Ciò che egli prova a fare illustrando la duplice violenza dell’economia: diretta e indiretta, ovvero culturale.

«La globalizzazione», afferma, «è una violenza dove carnefice e vittima non si incontrano mai. Come nel caso delle delocalizzazioni, laddove è il capitale che mira ad abbattere le frontiere ai suoi scopi». «Possiamo definire globaritarismo questa forma di autoritarismo, che non mira a escludere i popoli ma ad includerli ossessivamente per lo scambio delle merci».

E dell’errore di alcuni marxisti, ingannati dalla possibilità di capovolgimento della globalizzazione in comunismo globale.

«La condanna continua della violenza», argomenta in seguito, «e la condanna stessa delle violenze passate, del resto, servono soltanto a rendere legittima la violenza attuale, la violenza dell’economia».

«E’ il potere», sottolinea, «che, pur riconoscendosi imperfetto e ingiusto, si ritiene non emendabile. E’ il presente liberale che si assolutizza: non avrai altra società all’infuori di questa».

Con la conseguente «demonizzazione di ogni passione utopica come potenzialmente autoritaria» e la fine stessa della politica, ben rappresentata dal governo Monti, gli economisti (al posto dei filosofi, dei migliori o dei soviet) al potere: «La volontà di compiacere i mercati rappresenta la fine della politica, poiché la politica dovrebbe governare i mercati, disciplinarli, non compiacerli».

Ragion per cui Fusaro parla di «governi interscambiabili di centrodestra e centrosinistra», di una formazione/istruzione trasformata dal capitale in merce da consumare e di un’unica via di fuga: «sottrarsi dal do ut des mercatistico».

Ma anche della caduta del muro di Berlino, «la più grande tragedia geopolitica, poiché ha segnato il trionfo del capitale su tutta la linea».

E, per concludere, c’è anche spazio per qualche battuta sul recente incontro (mancato) a CasaPound, nell’occupazione che è la sede centrale del movimento in via Napoleone III a Roma, dove Fusaro avrebbe dovuto discutere, con «l’amico» e responsabile culturale di Cpi Adriano Scianca, proprio di Karl Marx. Una conferenza poi tenutasi senza la partecipazione del filosofo torinese, che in extremis aveva deciso di rinunciare in seguito ai durissimi attacchi (e alle minacce) ricevuti dagli ambienti antifascisti: «Centri sociali e CasaPound sono caduti in una logica di opposizione», ribadisce Fusaro, distribuendo egualmente (ma questa volta colpevolmente) le colpe tra chi ‘fa e chi antifà’.

DINASTIE e feudi – Gentile e “L’Ora della Calabria” [con VIDEO]

gentile0,04 euro a riga. A tanto ammontava la retribuzione dei collaboratori (spesso pubblicisti) a Calabria Ora nel 2011, quando ebbi l’opportunità di scrivervi. Mesi dopo, ricevetti la telefonata di Citrigno padre, allora editore prima che a lui, Pietro, subentrasse il figlio Alfredo, in seguito al fallimento della precedente società ed al passaggio da Calabria Ora a L’Ora della Calabria. Convocato addirittura dal capo nella redazione centrale di Cosenza per «valorizzare» il mio contributo al giornale, ecco la proposta: un altro contratto a progetto ma con un fisso di 100 euro al mese.
L’impressione non fu delle migliori. Ma fu un episodio da nulla, significativo nella sua banalità.

Più avanti Citrigno, condannato a 4 anni ed 8 mesi per usura e oggetto di sequestro di beni da 100 milioni di euro da parte della Dia, venne indagato per violenza privata contro un suo giornalista. Spiega Il Fatto quotidiano: «Lo aveva costretto a dimettersi e ad accettare un contratto a tempo determinato. Ma il giornalista cosentino, Alessandro Bozzo, la sera del 15 marzo scorso, si è puntato la pistola alla tempia e si è sparato».
Nel capo d’accusa si legge: «mediante minaccia, costringeva Alessandro Bozzo a sottoscrivere dapprima gli atti, indirizzati alla Società Paese Sera editoriale srl, editrice della testata giornalistica Calabria Ora, nei quali dichiarava, contrariamente al vero, di voler risolvere consensualmente il contratto di lavoro a tempo indeterminato con la predetta società, senza avere nulla a pretendere e rinunciando a qualsiasi azione e/o vertenza giudiziaria», per poi costringerlo «a sottoscrivere il contratto di assunzione a tempo determinato con la società Gruppo Editoriale C&C srl, editrice della medesima testata giornalistica».

«Il più delle volte andava in contrasto con la proprietà, soprattutto quando toccava personaggi politici cari a questi ultimi», ha spiegato ai magistrati Antonella Garofalo.

Poi fu la volta delle dimissioni del direttore Piero Sansonetti, che nel suo «pezzo di commiato» spiegò: «Mi era stato chiesto di preparare un piano di ristrutturazione che prevedesse un fortissimo taglio del personale (si era arrivati ad ipotizzare fino a 50 licenziamenti su 75 redattori) e io mi sono rifiutato. Ho messo a punto un piano alternativo […] ma all’editore non è piaciuto». Ma in quell’addio vi è un passaggio forte: «So di avere accettato troppi compromessi […]. E quando ho deciso di non fare più compromessi, ed ero ancora convinto di essere così forte da poter sconfiggere qualsiasi nemico, mi hanno stritolato in un tempo brevissimo».
«Ho conosciuto molto bene Piero Citrigno », conclude Sansonetti, «e credo di avere capito i suoi pregi, molti, e suoi difetti, moltissimi (e gli confermo simpatia e affetto). Il suo difetto principale è uno solo: è un padrone».

Proprietario di numerose strutture sanitarie private e, a quanto pare, contiguo «ad alcuni esponenti di spicco delle consorterie criminose operanti nel territorio cosentino» (Agi), Pietro Citrigno passa quindi al figlio Alfredo la gestione del giornale di famiglia ed ecco che, nelle scorse settimane, la testata si ritrova al centro dell’attenzione mediatica nazionale in seguito alla tentata censura che il senatore Antonio Gentile avrebbe esercitato, di fatto impedendo l’uscita del giornale nel giorno in cui lo stesso avrebbe dovuto dare la notizia di un’indagine per associazione a delinquere riguardante il figlio Andrea.
Pressioni che hanno sollevato un polverone intorno alla nomina di Gentile a sottosegretario alle Infrastrutture nel governo Renzi, portato la vicenda all’attenzione di tutte le testate nazionali e infine alle dimissioni del sottosegretario lo scorso 3 marzo, dopo articoli di fuoco di De Bortoli, Mauro, Sallusti e compagnia.

Da una parte i Citrigno, nei guai con la giustizia, dall’altra i Gentile, incensurati ma evidentemente ancor più temibili, «feudatari» della sanità cosentina e della città vecchia. Loro, spiega il tipografo Umberto De Rose (presidente dell’ente regionale in house Fincalabra e beneficiario di cinque milioni di finanziamenti finalizzati ad assunzioni mai avvenute) registrato mentre telefona ad Alfredo Citrigno su richiesta di Regolo, «nu minimu ‘e rapporti» e di «influenza» ce l’hanno. «Dovunque. Al Tribunale, per dire».
D’altronde il fratello del senatore e coordinatore calabrese di Ncd, Pino, è assessore regionale ai Lavori pubblici. «Vale la pena di farti un nemico che poi, ferito come un cinghiale a morte, che poi colpisce per ammazzare?!», chiede, a Citrigno, De Rose, il quale si fa «garante» e chiarisce che sono i Gentile stessi che «lo stanno chiedendo per mio tramite». Secondo De Rose no: «se ti fanno un male a te fanno un male anche al giornale».

Parole da clan più che da politica, tant’è che il tipografo è riuscito nell’impresa di giustificarsi davanti ai media nazionali attribuendo la colpa del presunto «fraintendimento» al dialetto. Senza spiegare la coincidenza per cui, proprio la stessa sera, alle due di notte, dopo vari tentativi andati a vuoto, le sue rotative per la stampa del giornale hanno finito per rompersi impedendo l’uscita del numero del giorno successivo.
Paradossi, come quello di Gentile, che si è difeso parlando di «macchina del fango», senza però chiarire nulla, né querelare De Rose, che avrebbe a questo punto mentito, o spiegare i contatti diretti tra l’editore ed il figlio Andrea, che via sms ringrazia anticipatamente convinto di ottenere la «gentilezza» richiesta.

Perciò, sicuramente onore al merito di Regolo, della sua redazione e della sua schiena dritta.
Una piccola stranezza, però, nella questione rimane.
«Ultimata la lavorazione del giornale», spiegava infatti Regolo il giorno successivo, «a tarda ora, l’editore mi ha chiesto se non fosse possibile ritirare dalla pubblicazione l’articolo relativo all’indagine in corso sul figlio del senatore Tonino Gentile […]. Di fronte alla mia insistenza, nella difesa del diritto di cronaca, ho minacciato all’editore stesso le mie dimissioni qualora fossi stato costretto a modificare il giornale».
Minaccia che viene ribadita dopo la telefonata di De Rose.

Nei giorni successivi, però, le pressioni dell’editore scompaiono, evaporano, si sgonfiano. Ci si dimentica che la notizia è rimasta sul giornale soltanto dietro minaccia di dimissioni e, così, dietro il bel gesto, qualcosa di scomodo rimane pur celato.

Compromessi, piccoli o grandi, o al limite del ricatto, «gentilezze». Dietro di esse influenze, rapporti, feudi elettorali, dinastie, padroni, guerre, contiguità, poteri. Sullo sfondo la finta innovazione di Renzi come i sepolcri imbiancati.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, aprile 2014

Calabria, culla della falsa rivoluzione di Ncd: qui il maggior numero di iscritti

IMG_7639Non sappiamo ancora se il dato è ascrivibile al fenomeno dell’arruffianamento tipico delle pop star nei concerti («siete il pubblico migliore che abbia mai avuto») oppure se quello proclamato dal ministro per le Riforme costituzionali Gaetano Quagliariello lo scorso 8 febbraio a Catanzaro verrà confermato dalle cifre ufficiali ma, volendo fidarci, questo è quanto: pare che proprio in Calabria il neonato partito di Angelino Alfano abbia registrato il maggior numero di iscritti.

Qui il centrodestra non ha mai dovuto affrontare le divisioni verificatesi a livello nazionale grazie al patto di ferro tra il presidente della Regione Giuseppe Scopelliti (ex Pdl) ed il presidente del Consiglio regionale Franco Talarico (Udc). Da queste parti si preferisce la quiete alla tempesta, anche se non tutti nel partito di Casini hanno sempre gradito, come dimostrano anche le reazioni all’annuncio precongressuale di Casini circa il suo ritorno nell’alveo del centrodestra, che ha irritato non poco l’ex ministro Udc Mario Tassone (da tempo in rotta con la linea del patto di ferro calabrese) ed ha invece visibilmente soddisfatto esattamente Talarico.

E così, a pochi giorni dalla chiusura delle iscrizioni, proprio la regione più a sud della penisola, culla un tempo di un Udc che da queste parti registrava percentuali record, si appresta a diventare la culla di Ncd.

La chiave del palazzo, in ogni caso, resterà nelle mani dell’affiatatissimo duo Talarico-Scopelliti, che nel frattempo è diventato neo-coordinatore nazionale dei circoli Ncd, col merito di esser stato «l’unico tra i presidenti di Regione eletti nel 2010 dal Pdl a non aver seguito Berlusconi in Forza Italia», (Corriere della Calabria).

Insieme resistono ormai da tempo alle numerose indagini che hanno coinvolto diversi esponenti dell’assemblea regionale, all’insostenibile emergenza rifiuti che ancora non trova risposta degna di tal nome, ad una sanità che è ancora in balìa di sprechi clientelari (uno su tutti il Centro Cuore a Reggio, ultratecnologico ma chiuso), accreditamenti di privati con cifre record rispetto alla media nazionale (senza contare interventi legislativi come quello che ha favorito – guarda caso – il Marrelli Hospital, che fa capo al marito di Antonella Stasi, vice di Scopelliti), carenze di personale (1.384 in meno al Riuniti di Reggio, ma anche il Pugliese di Catanzaro, la struttura principale della regione, non se la passa benissimo),  il penultimo posto nella classifica L.E.A. dopo il sorpasso della Puglia e con una Campania in ultima posizione più svelta di una Calabria che rischia di diventare presto ultima.

D’altronde, a proposito di sanità, un pezzo a parte meriterebbe la questione relativa alla Fondazione Campanella di Catanzaro, costituita nel 2006 (al governo della regione vi era l’ex ministro di centrosinistra Agazio Loiero) con i soldi della Regione e dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, con l’obiettivo mai raggiunto di essere riconosciuta come Ircss entro termini di volta in volta prorogati da leggi regionali, che al riguardo possono vantare il poco lusinghiero merito di esser state puntualmente impugnate dal governo e contestate dal Tavolo Massicci, che ha sempre ritenuto inefficiente la struttura. Una struttura che, per farla breve, da ente privato aveva assunto senza concorso, ma da ente pubblico quale si era tentato per necessità di trasformarla non avrebbe potuto ri-assumere i suoi dipendenti. Ultra-indebitata ed ultra-finanziata, la fondazione dovrebbe ora esser salva, mentre i dipendenti in esubero dovrebbero esser ricollocati in una società in house della Regione, con una soluzione nuovamente contestata dal Tavolo Massicci ed un terribile gioco sulla pelle di centinaia di lavoratori.

Direttore generale della fondazione per cui tanto si è speso il governatore nonché socio fondatore di Ncd Scopelliti è stato, fino allo scorso anno – quando il rischio chiusura diveniva concreto -, Baldo Esposito, vicesindaco e assessore alla Cultura del Comune di Catanzaro, candidato consigliere dai consensi record e cofondatore di Catanzaro da Vivere, lista che fa capo al senatore ed ex assessore regionale Piero Aiello, ex Pdl che ora ha condotto la sua creatura all’interno di Ncd.

Sono proprio Aiello ed Esposito ad accogliere in una sala congressi gremita il ministro Quagliariello, riferimento di governo per Scopelliti, il quale pochi giorni fa all’Ansa dichiarava l’obiettivo di diecimila circoli entro la fine dell’anno.

Calabria dunque culla di un Nuovo Centro Destra che, in casa propria, per bocca del ministro, azzarda: «con Forza Italia abbiamo un modo diverso di approcciare la politica, dunque l’alleanza non è per nulla scontata: se si farà, sarà per scelta e non per necessità».

Del resto, è vero che, stando agli ultimi sondaggi, con il ritorno di Casini al centrodestra e l’approvazione della nuova legge elettorale, l’ex Casa delle Libertà rischia di vincere e portarsi a casa anche il premio di maggioranza messo in palio dall’Italicum e sarà quindi difficile assistere a scelte differenti da un’alleanza.

Ma Alfano e i suoi hanno ora il dovere di calcare la mano: in palio alle prossime elezioni, dopotutto, ci sarà la leadership politica del centrodestra. E con un Berlusconi ritornato in sella, gli alfaniani hanno bisogno di crearsi un’identità politica a tutti i costi. All’insegna della moderazione: «i valori del centrodestra», spiega Quagliariello, «si possono coniugare con gli interessi del paese: non basta più sventolare bandiere intorno ad un leader, occorre lavorare sul territorio». È lì, nei prospettati diecimila circoli di Scopelliti, che si gioca la battaglia tra Alfano e i circoli dal nome trash (Forza Silvio) di Berlusconi, leader indiscusso ed acclamato fino al diktat dell’ala governativa pidiellina, con relativa marcia indietro e seguente uscita dal governo Letta.

Una guerra senza spargimento di sangue in vista del voto.

Perciò, nel frattempo, Quagliariello continua a delineare l’idea di un centrodestra di governo: anti-populista («le mancate riforme hanno permesso ad un capocomico come Grillo di diventare un capo di partito»; «il M5S si combatte con la buona politica»), alternativo al duo Renzi-Berlusconi («non siamo pregiudizialmente a favore delle preferenze ma bisogna tener conto del tempo storico in cui si fanno le riforme e abbiamo già scontato troppo l’indignazione contro il parlamento dei nominati; e con questa legge il nostro resterà un parlamento di nominati, nonostante il listone diventi un listino»), democratico («le primarie per stabilire le cariche dovranno essere la base di un nuovo centrodestra»).

Un partito che preferisce «il privato» alle «aziende pubbliche» e che ribadisce l’adagio liberista per cui «è meglio un posto di lavoro precario che nessun posto di lavoro»; modo furbo per giustificare la flessibilità del lavoro, e quindi la precarietà, e quindi le delocalizzazioni, e quindi l’impoverimento del territorio e della nazione, riuscendo anche a conquistare gli applausi della platea, composta da giovani e meno giovani, tutti affascinati dal piglio riformista di un ministro che però propina ricette vecchie di decenni e già fallite.

Non è un caso se poi, due giorni dopo, il 10 febbraio, nel Giorno del Ricordo in onore degli italiani infoibati ed uccisi e dell’esodo istriano, in ogni piazza calabrese non si conti più di qualche decina di persone alle fiaccolate in omaggio delle vittime. Giovani e meno giovani stanno lì, pendono dalle labbra del ministro liberista, che odia l’Italia ed i suoi posti di lavoro, che governa con Letta e regala i soldi alle banche, e non hanno quindi tempo per pensare alla pulizia etnica subita dai connazionali.

Non hanno tempo per ricordare ed omaggiare, figurarsi per difendere la nostra nazione.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, marzo 2014

* titolo modificato

 

Il papa, Odifreddi e le larghe intese di una fede profana

napolitano sinagoga“Negli ultimi duemila anni, i legami tra la Chiesa cattolica e gli ebrei non erano mai stati così buoni”. A parlare, in occasione di un incontro in Vaticano nel settembre scorso, è Ronald Lauder, presidente del World Jewish Congress. Durante l’incontro pare che papa Francesco si sia speso molto anche per la risoluzione dell’annoso problema relativo alla macellazione “koscher” (rituale ebraica) degli animali, spesso vietata in Europa.

“Il papa che conduce il dibattito a questo livello – afferma invece Menachem Rosensaft, professore ebreo americano – significa che ci avviamo, com’è auspicabile, verso un’integrazione della memoria dell’Olocausto non solo nel quadro teologico ebraico, ma anche tra gli insegnamenti cattolici. Forse, allora potremo andare avanti insieme”. Rosensaft ha avuto in questi giorni uno scambio “epistolare” con papa Francesco che ha fatto il giro del mondo.

Le parole di Rosensaft seguono alle parole di risposta del papa a lui indirizzate, in seguito ad una riflessione inviata al Vaticano sulla “possibilità della presenza di Dio durante la Shoa”, come scrive il Washington Post.

La questione teologica per eccellenza (l’esistenza di Dio nonostante il male) qui acquisisce un senso nuovo e finisce per rappresentare non un’ingiustizia all’interno della storia, ma l’ingiustizia per eccellenza in una storia che è, dunque, storia sacra.

Un concetto che viene da sé, dal momento che il quesito generico necessita in questo caso di essere superato da uno più specifico, in relazione al comportamento ed all’eventuale assenza di Dio in quel preciso momento storico [rispetto ad un’assenza  che sarebbe poi inesistenza, visto che Dio è eterno, perciò è oppure non è – ciò che un papa ed una fede dovrebbero considerare come un dato ‘a priori’].

“In ambito ebraico – scrive ancora il WP -, la risposta alle questioni teologiche sollevate dalla Shoah ha spaziato da un rifiuto dell’esistenza di Dio nell’insegnamento di alcuni ambienti ultra- ortodossi che vedono l’Olocausto come una punizione divina”, fino ad altre per cui l’orrore, che questi ultra-ortodossi attribuiscono in qualche modo ad un Dio vendicativo veterotestamentario, è invece da attribuire ad un Male personificato nella storia di cui gli ebrei sono gli agnelli sacrificali.

In entrambi i casi, si tratta di storia sacra.

“La memoria della Shoa” è il “fondamento stesso della costruzione dell’identità europea”, ha invece commentato, a ridosso delle frasi del matematico di sinistra Piergiorgio Odifreddi sulle camere a gas, il giornalista e critico televisivo Aldo Grasso.

“Non entro nello specifico delle camere a gas – aveva detto Odifreddi in merito alle frasi di Priebke al riguardo – perché di esse so appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal ‘ministero della propaganda’ alleato nel dopoguerra, e non avendo mai fatto ricerche, e non essendo uno storico, non posso fare altro che ‘uniformarmi’ all’opinione comune; ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti, e che le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato”.

Nel frattempo, pochi giorni fa, con un colpo di mano, si è tentato di approvare in tutta fretta una legge per punire anche in Italia quello che viene definito ‘negazionismo’ – ovvero quel filone della ricerca storica che mira ad approfondire i dettagli ‘rivelati’ della persecuzione degli ebrei in Germania – e con esso i suoi sostenitori.

I grillini hanno stoppato la corsa della legge – che grazie alle larghe intese non avrebbe dovuto passare dal Parlamento – e tutti gli hanno urlato contro. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in sinagoga pochi giorni fa, era infatti tra i maggiori tifosi dell’iniziativa.

In un paese dove si discute su tutto, abbiamo individuato ciò che sta al di sopra degli schieramenti, ciò che non è ‘divisivo’ e che cementa le larghe intese.

E, per ‘naturale’ conseguenza, abbiamo un pezzo di storia che si fa legge. Ed una legge che non si limita a punire un reato ma, sul modello delle società arcaiche, in cui la norma rappresenta anche la volontà divina e violarla vuol dire commettere un’azione sacrilega, intende dividere tra buoni e cattivi, tra chi ha diritto ad un funerale e chi no, chi è uomo e chi un ‘non-uomo’, così come ha titolato ‘Il Fatto Quotidiano’ sul caso Priebke.

Ed, anzi, è proprio per questo che nasce, per togliere diritti ai ‘cattivi’. Il reato stesso viene creato su misura del cattivo. Esiste concettualmente prima il cattivo e poi il reato, ciò che è essenziale cogliere e che contravviene a qualsiasi concetto ‘moderno’ e ‘laico’ di diritto.

Nel frattempo, come visto, abbiamo chi sostiene il fondamento della stessa Europa, non solo sulle ‘radici giudaiche’, storicamente opinabili, ma addirittura la costruzione della sua identità attorno a questo pezzo di storia. Un altro concetto storicamente opinabile, del resto, dal momento che l’Europa si afferma come idea già in seguito alla prima guerra mondiale.

Ma ciò che conta è la percezione stessa che la persecuzione ebraica abbia avuto un ruolo. Perché vuol dire che, di fatto, ha finito per averlo seriamente un ruolo, oggi.

E non c’è da stupirsi che sia sorta questa ‘mitologia’ se, comprensibilmente, l’ebraismo conferisce una struttura teologica a questo pezzo di storia mentre il papa della Chiesa cattolica, meno comprensibilmente – e non certo per primo (non è stato lui a tirar fuori la storia dei ‘fratelli maggiori’ ed il Concilio Vaticano II è un fatto storico) -, contribuisce a teologizzare un evento in cui quello degli ebrei, sacralizzandosi, sembra porsi sullo stesso piano del sacrificio cristico.

Ecco perché la politica fatica a cogliere lo scempio di introdurre un reato di opinione che imponga la storia a suon di galera. Si tratta di una politica che legifera sull’onda di entusiasmi momentanei e dogmi simil-religiosi. Come dimostra il momento scelto per far approvare la legge, con il caso Priebke al centro del dibattito e la ricorrenza del rastrellamento degli ebrei romani che richiedeva di far approvare il provvedimento proprio in quella data.

Ed ecco, probabilmente, perché un matematico come Odifreddi, laico per eccellenza, uno che scalpita istintivamente quando ha a che fare con il sacro e con i dogmi religiosi, avverte questa contraddizione al contrario di molti altri. Perché è questo che la persecuzione ebraica ha finito per rappresentare in Occidente: una storia, una legge, una fede, che non hanno nulla a che fare con la scienza, il diritto e la laicità.

Associazioni gay decideranno nuova campagna Barilla. Rientra il boicotaggio

USA, festeggiamenti dopo sentenza Corte Suprema su nozze gaySe avesse pensato ad un’operazione di marketing fallimentare, non sarebbe riuscito a fare di meglio, mettendosi in un colpo solo contro tutti con i suoi dietrofront improponibili. Guido Barilla, patron della multinazionale che dal 1877 sforna pasta secca (e non solo), dopo la campagna di boicottaggio lanciata contro la sua azienda, ha infatti incontrato ieri mattina diverse associazioni della comunità lgbt tra cui Arcigay, Arcilesbica, Equality Italia, Famiglie Arcobaleno e Gaynet. A promuovere l’incontro il presidente della commissione Politiche economiche dell’Emilia Romagna, nonché attivista gay, Franco Grillini, che ha ospitato nel suo ufficio il meeting durato circa un’ora e mezza.

«Barilla ha chiesto di nuovo scusa per quello che ha detto in quell’intervista. Ribadendo come non pensi davvero quelle cose», ha spiegato Grillini.

«Ci ha chiesto scusa mille volte – ha sottolineato anche Flavio Romani, presidente dell’Arcigaye si capiva, guardandolo negli occhi, che era sincero. Gli abbiamo proposto di utilizzare quel brutto scivolone, che ha avuto un’eco mondiale, per avviare una svolta costruttiva».

Più che un passo indietro, l’emblema della paraculaggine, la lode del politicamente corretto, l’apologia del don Abbondio-pensiero, il degrado della coerenza italica.

«Non farei mai uno spot con una famiglia omosessuale – aveva originariamente dichiarato Barilla -, non per mancanza di rispetto ma perché non la penso come loro, la nostra è una famiglia classica dove la donna ha un ruolo fondamentale».

«Per noi il concetto di famiglia sacrale – proseguiva –  rimane un valore fondamentale dell’azienda».

E non contento, faceva anche arditamente sfoggio di notevole coraggio intellettuale: «se a loro piace la nostra pasta e la nostra comunicazione la mangiano, altrimenti mangeranno un’altra pasta. Uno non può piacere sempre a tutti». Senza , tra l’altro, risparmiarsi in concessioni: «io rispetto tutti – aggiunge Barilla – facciano quello che vogliono senza disturbare gli altri. Sono anche favorevole al matrimonio omosessuale, ma non all’adozione per una famiglia gay».

Frasi catturate dal conduttore de “La Zanzara” su Radio 24, che avevano immediatamente fatto il giro del web, sollevando polemiche ed un dibattito mediatico infinito e provocando, addirittura, il lancio di una campagna di boicottaggio contro la Barilla, portato avanti dai movimenti lgbt e da ampie parti della sinistra.

Stranamente, non era mancato chi, nel vociare nauseante della massa, aveva osato evidenziare che ognuno nella propria pubblicità ci mette chi gli pare e non può esser costretto a metterci una coppia gay per non esser tacciato di omofobia, che marketing vuol dire anche scegliersi un settore di mercato da rappresentare, che in fin dei conti Barilla non aveva offeso nessuno, anzi, aveva evidenziato il proprio rispetto e la condivisione del matrimonio gay. Si era messo a difenderlo perfino Antonio Tresca, blogger dell’ultra-sensazionalista Huffington Post [1].

Ma non c’è stato niente da fare. Nel Paese della Boldrini e del “vietato per le donne servire a tavola in tv”, Barilla a lasciare che i gay “mangino un’altra pasta” perché “non si può piacere a tutti” non ci ha pensato, in realtà, neanche 24 ore. Il tempo di accorgersi che si era messo contro una delle lobby più forti e ha ingranato subito la retromarcia. Scuse inviate al mondo gay in ogni forma mediatica possibile. Ma la comunità lgbt in questi casi ama fare la difficile e, così, Guido Barilla ha ceduto su tutta la linea. Un incontro apposito e quella che è una resa praticamente incondizionata: in cambio della fine del boicottaggio, prenderanno loro in mano il…marketing Barilla.

«Abbiamo concordato – ha spiegato Romani – l’inizio di una collaborazione stretta e fattiva tra Barilla e le associazioni Lgbt che da un lato offriranno spunti, suggerimenti e consigli all’azienda per una comunicazione che sia più aggiornata, giusta e corretta, dall’altro, abbiamo avuto da Guido Barilla l’appoggio per progetti e campagne di forte impatto sociale sulle nostre battaglie per i diritti e contro l’omofobia».

Detteranno la nuova linea, insomma. Con buona pace della coerenza, che non aiuta nel “business”.

Marò, la ricostruzione di Capuozzo “scagiona” i fucilieri. Ma non interessa ai media

marò girone latorre«Oggi, lunedì [1 luglio, ndr], “Il Giornale” riporta con grande evidenza la nuova ricostruzione degli incidenti del 15 febbraio 2012, di cui ha dato notizia, tra le righe, anche il Corriere della Sera. Per il resto tutto tace».

È il commento affidato ai social network dal giornalista Toni Capuozzo, in seguito alla ricostruzione fatta per Tgcom24, all’interno della rubrica “Mezzi toni” lo scorso sabato 29 giugno, sul caso marò [1], che ha avuto una tiepida accoglienza da parte dei principali media nazionali.

«Il lavoro di analisi di Luigi Di Stefano, Stefano Tronconi e mio – prosegue Capuozzo – dimostra l’innocenza di due cittadini italiani. Può essere confutato, discusso, vivisezionato e ritenuto poco credibile, anche se abbiamo studiato a lungo la cosa e siamo in grado di ribattere. Ma il silenzio si spiega anche con il fastidio di tanta parte dell’informazione verso chi ha fatto il lavoro che sarebbe stato compito di un giornalismo rigoroso e senza pregiudizi. Con l’imbarazzo delle autorità italiane, remissive e deboli, capaci solo di parole per difendere due servitori dello Stato, e forse distratte da interessi commerciali. Con l’indifferenza della politica in generale verso due militari, figli di un dio minore. Ma è una battaglia, la nostra, che continua».

Anche in seguito al pregevole servizio fatto per il Tg5 della durata di 3 minuti e 15 secondi [2], nella seguitissima edizione delle 20, la notizia non rimbalza.

Una rapida ricerca su Google mostra come della ricostruzione non diano conto i grandi giornali, eccetto il sempre controcorrente Dagospia[3] e Libero, che nella versione cartacea dedica più di mezza pagina, con un pezzo a firma di Chiara Giannini, al servizio in questione, pur relegandolo a pagina 19 e senza richiami in prima. Per capirci, dopo un pezzo su Saviano, uno sull’ “esercito di Silvio”, uno su Travaglio, uno su Renzi, sui senatori a vita ed uno sull’Imu.

Quel che è chiaro è che il caso marò per i media non è un caso nazionale. Rimane una questione di “cronaca”.

E veniamo al merito della ricostruzione, che molto deve al lavoro, tra gli altri, di Luigi Di Stefano, perito nel processo sulla strage di Ustica, autore di un documentato dossier sul caso marò ed attaccato tendenziosamente da “Il Fatto quotidiano” anche per la sua vicinanza a CasaPound.

Un manifesto tentativo di screditare le tesi del perito da parte del quotidiano diretto da Antonio Padellaro, nonostante i punti fermi del suo dossier si siano, in effetti, dimostrati molto convincenti, ripresi non solo da Toni Capuozzo, ma anche provati dal gesto della Corte suprema indiana che, nel marzo scorso, ha azzerato le indagini a causa degli errori commessi, negando anche la giurisdizione alla Corte del Kerala.

Tanti gli elementi poco chiari e contraddittori della vicenda. Una su tutte la questione dell’orario, su cui da sempre insiste Di Stefano.

E’ tra le 16 e le 16.30 che la Enrica Lexie (nave su cui sono imbarcati appunto Salvatore Girone e Massimiliano Latorre) viene avvicinata da un’imbarcazione sospetta, i fucilieri sparano in acqua, questa si allontana ed il comandante avvisa in tempo reale la Guardia costiera indiana.

Il peschereccio St Anthony, su cui si trovano i due pescatori uccisi, rientra al porto di Neendankara alle 23.20. «Il capitano e armatore Freddy Bosco – spiega Capuozzo su Tgcom24 – dichiara alle televisioni che l’incidente di cui sono state vittime è avvenuto intorno alle 21.30. E conferma di aver allertato immediatamente, via radiotelefono la Guardia Costiera indiana». Di questo episodio esiste del resto un video, nel quale è visibile anche un poliziotto.

Ma dopo il rientro del peschereccio, la Guardia costiera invita la Enrica Lexie a rientrare  a Kochi. Alle 22.20, però, la nave greca Olympic Flair fa sapere di esser stata attaccata dai pirati ed è ora lontana dalla costa, al contrario della nave italiana, che sta rientrando in porto. A questo punto il teorema investigativo viene probabilmente forzato, lo dimostrerebbero anche la variazione degli orari in alcune ricostruzioni e diversi punti oscuri nello svolgimento delle indagini, messi in luce dai dossier in questione.

Inizia così la tragedia dell’ingiusta detenzione (dal momento che il fatto, peraltro, avviene in acque internazionali) dei nostri marò. E l’inerzia, incapacità e debolezza del governo italiano.

Garante Privacy: entro il 20 chiarimenti sul bug di Facebook. Intanto Symantec denuncia altra fuga di dati

facebook

Il Garante per la protezione dei dati personali, in una nota diffusa ieri, ha fatto sapere di aver dato tempo fino al 20 luglio a Facebook per fornire «chiarimenti sulle modalità di trattamento dei dati personali degli utenti dei servizi offerti dalla società dopo che, a causa di un bug di sistema, si è verificata una comunicazione di informazioni personali ad altri utenti, non necessariamente iscritti al social network»[1].

Il fatto era stato reso noto dai media lo scorso 22 giugno: «Scaricando le informazioni dal tool ‘Download Your Information’, qualcuno ha ottenuto dati delle persone che aveva nella lista dei contatti, prevalentemente numeri telefonici e indirizzi email» [2].

Un problema tecnico, secondo Mark Zuckerberg, che a onor del vero ha dato l’allarme e immediatamente allertato le autorità.

Da parte sua il Garante, che già nei giorni scorsi aveva dato conto dell’istruttoria contro Google, da Facebook pretende una verifica sul comportamento del social network in quell’occasione, riferendo: il numero di utenti italiani interessati dal bug, i rimedi adottati, se gli utenti sanno che i contatti della propria rubrica possono esser trattati da Facebook ed, infine, «se agli utenti venga garantito il diritto di opposizione al trattamento dei dati».

Nel frattempo, Symantec, produttrice dell’antivirus Norton,

«ha reso noto di aver rinvenuto un baco che comunicherebbe a Facebook i numeri di telefono degli utenti, senza alcuna autorizzazione da parte di quest’ultimi» [3]. Un “guasto” che interesserebbe l’applicazione per Android e che permetterebbe al social network di ricevere in automatico, quindi senza necessità di login, anche i dati di coloro che non sono iscritti a Facebook, semplicemente scaricando l’applicazione.

Da parte sua Facebook avrebbe rassicurato sull’intenzione di rimediare al bug e di cancellare il database.


Goldman Sachs conferma: agenda Monti ci appartiene. Forchielli: dominio finanza porterà al declino dell’Europa

mercatiDue interviste uscite nello stesso giorno, lo scorso 22 giugno, una ad Alberto Forchielli su “La Stampa”, l’altra a Richard Gnodde su “Milano Finanza” e che, vista la caratura “istituzionale” dei personaggi, confermano due cose importanti: l’Europa è destinata al declino; questo declino è imputabile alla grande finanza che dirige (male) il gioco. Ecco perché forse vale la pena fare qualche riflessione su ciò che è venuto fuori.

Forchielli, «57 anni, già dirigente Iri, presidente di Finmeccanica Asia a Singapore, consigliere della Banca mondiale a Washington, poi distaccato nei Balcani per ristrutturarli», nell’intervista condotta da Francesco Rigatelli, in merito al dominio della finanza sulla politica spiega: «Semplice: un paese debitore è in mano ai creditori e perde capacità di manovra». E poi, incalzato dalla domanda su “chi comanda”, aggiunge: «Dieci-venti fondi che si parlano tra New York e Londra».

In breve, il debito pubblico italiano e in genere la questione dei debiti sovrani in Europa è stata strumentalizzata dalla finanza londinese e americana, che ora detta legge avendo il “coltello dalla parte del manico”.

Affermazioni in parte già sentite, ma che acquistano rilievo in relazione alla fonte certamente autorevole.

Una fonte che chiude l’intervista con una frase sicuramente non buttata lì a caso: il futuro dell’Italia e dell’Europa?  «Un lento e inesorabile declino verso l’irrilevanza politica e economica».

Nel medesimo giorno, come dicevamo – per ironia malevola della sorte e quasi a complemento dell’intervista appena citata – era in Italia ed a pagina 11 di “MF” Richard Gnodde, «uno dei cinque più importanti manager a livello globale di Goldman Sachs». Intervistato sull’Europa da Francesco Ninfole col tono di chi chiede lumi a chi comanda davvero, Ninfole esordisce domandando la benedizione sulle riforme da compiere per il governo Letta. Ovvia la risposta: «sono importanti quelle già avviate da Monti sul lavoro, ma anche quelle per rendere più semplice la crescita delle imprese e per ridurre la burocrazia».

Insomma, l’agenda Monti è l’agenda di Goldman Sachs. Guarda un po’.

E guarda un po’ cosa suggerisce il buon Gnodde all’Europa per uscire dalla crisi: «è necessario ricapitalizzare le banche, come è stato fatto negli Usa».

Cosa che, in un modo o nell’altro, con gli spiccioli rimasti, ha provato a fare in qualche modo con Monte Paschi di Siena proprio Mario Monti, nonostante gli scandali che travolgevano la storica banca senese. Del resto, Gnodde sull’Italia aggiunge: «non credo sia necessaria una soluzione di sistema, come la bad bank, quanto piuttosto un’analisi di casi specifici».

Quanto all’austerità, tutto come nei piani di Goldman Sachs: «era necessario rimettere in ordine i conti pubblici, ma il recente rilassamento dei vincoli di bilancio è positivo».

Dunque, il terrore mediatico sul debito era necessario, ora si può andare oltre. Ed anche Basilea 3 può andar bene: «le banche che si dimostreranno solide ed efficienti potranno continuare ad avere rendimenti notevoli».

Peccato che questo gioco diretto dalla grande finanza esclusivamente nei propri interessi sul genere “rana e scorpione”, come anticipava Forchielli, ha una sola via d’uscita: « Un lento e inesorabile declino verso l’irrilevanza politica e economica». E, come al solito, non c’è bisogno di astrusi complottismi laddove la realtà è sotto gli occhi di tutti.

Privacy, il Garante contro Google: da domani possibili sanzioni milionarie

googleIl Garante della privacy contro Google, una questione che va oltre i confini nazionali e che, già da luglio, potrebbe portare a sanzioni milionarie nei confronti del colosso americano. Scade infatti domani il termine concesso all’azienda dalle autorità a tutela della privacy di Francia, Italia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna per fare chiarezza sull’utilizzo dei dati e delle informazioni degli utenti.

La questione, in breve, la spiega proprio Antonello Soro, presidente dell’autorità Garante della privacy in Italia: «Google ha da poco adottato una nuova privacy policy, con un’informativa opaca, in cui spiega in maniera troppo generica di incrociare tutti i dati che raccoglie con gmail, il motore di ricerca, google +, android e gli altri servizi per creare dei profili. E questo non va bene. Il trattamento dei dati può essere fatto per una finalità precisa, magari commerciale. Ma Google possiede dei pezzi interi della nostra vita: sa cosa ci piace, dove andiamo in vacanza, dove ci troviamo, il nostro orientamento politico e i nostri gusti sessuali, cosa cerchiamo in Rete, chi sono i nostri contatti. E con gli account associano al profilo un nome e un cognome, senza che gli utenti ne siano consapevoli. Questo il nostro ordinamento lo vieta. Così come è una violazione non sapere in quali server siano conservati i nostri dati» [1].

Poco male, penseranno la maggior parte delle persone ormai assuefatte all’idea di essere sotto controllo totale, assuefatte al concetto per cui “è tutto a norma” e, soprattutto, che “è solo per la nostra sicurezza”.

Spinge su questa leva, del resto, lo stesso presidente degli Stati Uniti Obama, in risposta allo scandalo che ha travolto il suo Paese [2]: «è importante capire che i vostri rappresentanti sono stati informati su quello che abbiamo fatto» [3].

Tranquilli, quindi: vi spiavamo ma i vostri rappresentanti eletti lo sapevano. Ed il suo tono sembra dire: è tutto a norma, quindi di che vi meravigliate?

«Quando lascerò il mio ruolo – ha continuato – sarò un semplice cittadino. E ho il sospetto che le mie conversazioni e le mie email saranno monitorate». Tutto normale, no?

Quanto alla vicenda Google, la questione è altrettanto seria, tanto che, spiega il Garante, «nell’aprile scorso, esaurita la fase di indagine a livello europeo da parte del Gruppo che riunisce i Garanti privacy dei 27 Paesi dell’Ue, le Autorità di protezione dati italiana, francese, tedesca, olandese, spagnola ed inglese, riunite in una task force appositamente costituita, avevano avviato, con un’azione congiunta, procedimenti nei confronti di Google» [4].

Una fase che il Garante, in un comunicato del 20 giugno, dichiarava appunto in fase avanzata [5].

E che ha visto un atteggiamento reticente da parte di Google: «alle perplessità dei Garanti europei – ha spiegato Soro – risponde dicendo di rispettare i principi degli ordinamenti, ma di attenersi alla sola normativa americana. Tant’è che non possiamo fare ispezioni sui loro server».

Soro, del resto, non va per il sottile nel chiarire il nocciolo del problema dati: «Ufficialmente li usano per fini pubblicitari e commerciali, ma quali reali garanzie abbiamo che non vengano usati per altre finalità? Google ormai è una potenza economica che dialoga con i capi di Stato. In Cina, ad esempio, ci risulta che abbia abbassato la testa e collaborato con le autorità cinesi. Quella massa di dati sugli orientamenti politici dei cittadini fa gola a tutti, naturalmente».

E nel minacciare sanzioni milionarie se entro domani Google non farà chiarezza, sottolinea perentorio: «una ferita alla privacy significa limitare la libertà di tutti».


[2] «Secondo il Wsj [Wall Street Journal, ndr], anche gli utenti di AT&T – 107,3 milioni di clienti per la telefonia mobile e 31,2 milioni per la telefonia fissa – e Sprint – 55 milioni di utenti in tutto – oltre ai 121,1 milioni di Verizon, sarebbero “spiati” dalle autorità statunitensi. Inoltre, nell’ambito della sua attività per individuare possibili terroristi, la National Security Agency raccoglierebbe anche tutti i dati relativi agli acquisti compiuti con le carte di credito, potendo avere accesso a tutte le informazioni in mano alle banche e alle società emittenti».