Goldman Sachs conferma: agenda Monti ci appartiene. Forchielli: dominio finanza porterà al declino dell’Europa

mercatiDue interviste uscite nello stesso giorno, lo scorso 22 giugno, una ad Alberto Forchielli su “La Stampa”, l’altra a Richard Gnodde su “Milano Finanza” e che, vista la caratura “istituzionale” dei personaggi, confermano due cose importanti: l’Europa è destinata al declino; questo declino è imputabile alla grande finanza che dirige (male) il gioco. Ecco perché forse vale la pena fare qualche riflessione su ciò che è venuto fuori.

Forchielli, «57 anni, già dirigente Iri, presidente di Finmeccanica Asia a Singapore, consigliere della Banca mondiale a Washington, poi distaccato nei Balcani per ristrutturarli», nell’intervista condotta da Francesco Rigatelli, in merito al dominio della finanza sulla politica spiega: «Semplice: un paese debitore è in mano ai creditori e perde capacità di manovra». E poi, incalzato dalla domanda su “chi comanda”, aggiunge: «Dieci-venti fondi che si parlano tra New York e Londra».

In breve, il debito pubblico italiano e in genere la questione dei debiti sovrani in Europa è stata strumentalizzata dalla finanza londinese e americana, che ora detta legge avendo il “coltello dalla parte del manico”.

Affermazioni in parte già sentite, ma che acquistano rilievo in relazione alla fonte certamente autorevole.

Una fonte che chiude l’intervista con una frase sicuramente non buttata lì a caso: il futuro dell’Italia e dell’Europa?  «Un lento e inesorabile declino verso l’irrilevanza politica e economica».

Nel medesimo giorno, come dicevamo – per ironia malevola della sorte e quasi a complemento dell’intervista appena citata – era in Italia ed a pagina 11 di “MF” Richard Gnodde, «uno dei cinque più importanti manager a livello globale di Goldman Sachs». Intervistato sull’Europa da Francesco Ninfole col tono di chi chiede lumi a chi comanda davvero, Ninfole esordisce domandando la benedizione sulle riforme da compiere per il governo Letta. Ovvia la risposta: «sono importanti quelle già avviate da Monti sul lavoro, ma anche quelle per rendere più semplice la crescita delle imprese e per ridurre la burocrazia».

Insomma, l’agenda Monti è l’agenda di Goldman Sachs. Guarda un po’.

E guarda un po’ cosa suggerisce il buon Gnodde all’Europa per uscire dalla crisi: «è necessario ricapitalizzare le banche, come è stato fatto negli Usa».

Cosa che, in un modo o nell’altro, con gli spiccioli rimasti, ha provato a fare in qualche modo con Monte Paschi di Siena proprio Mario Monti, nonostante gli scandali che travolgevano la storica banca senese. Del resto, Gnodde sull’Italia aggiunge: «non credo sia necessaria una soluzione di sistema, come la bad bank, quanto piuttosto un’analisi di casi specifici».

Quanto all’austerità, tutto come nei piani di Goldman Sachs: «era necessario rimettere in ordine i conti pubblici, ma il recente rilassamento dei vincoli di bilancio è positivo».

Dunque, il terrore mediatico sul debito era necessario, ora si può andare oltre. Ed anche Basilea 3 può andar bene: «le banche che si dimostreranno solide ed efficienti potranno continuare ad avere rendimenti notevoli».

Peccato che questo gioco diretto dalla grande finanza esclusivamente nei propri interessi sul genere “rana e scorpione”, come anticipava Forchielli, ha una sola via d’uscita: « Un lento e inesorabile declino verso l’irrilevanza politica e economica». E, come al solito, non c’è bisogno di astrusi complottismi laddove la realtà è sotto gli occhi di tutti.

Privacy, il Garante contro Google: da domani possibili sanzioni milionarie

googleIl Garante della privacy contro Google, una questione che va oltre i confini nazionali e che, già da luglio, potrebbe portare a sanzioni milionarie nei confronti del colosso americano. Scade infatti domani il termine concesso all’azienda dalle autorità a tutela della privacy di Francia, Italia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna per fare chiarezza sull’utilizzo dei dati e delle informazioni degli utenti.

La questione, in breve, la spiega proprio Antonello Soro, presidente dell’autorità Garante della privacy in Italia: «Google ha da poco adottato una nuova privacy policy, con un’informativa opaca, in cui spiega in maniera troppo generica di incrociare tutti i dati che raccoglie con gmail, il motore di ricerca, google +, android e gli altri servizi per creare dei profili. E questo non va bene. Il trattamento dei dati può essere fatto per una finalità precisa, magari commerciale. Ma Google possiede dei pezzi interi della nostra vita: sa cosa ci piace, dove andiamo in vacanza, dove ci troviamo, il nostro orientamento politico e i nostri gusti sessuali, cosa cerchiamo in Rete, chi sono i nostri contatti. E con gli account associano al profilo un nome e un cognome, senza che gli utenti ne siano consapevoli. Questo il nostro ordinamento lo vieta. Così come è una violazione non sapere in quali server siano conservati i nostri dati» [1].

Poco male, penseranno la maggior parte delle persone ormai assuefatte all’idea di essere sotto controllo totale, assuefatte al concetto per cui “è tutto a norma” e, soprattutto, che “è solo per la nostra sicurezza”.

Spinge su questa leva, del resto, lo stesso presidente degli Stati Uniti Obama, in risposta allo scandalo che ha travolto il suo Paese [2]: «è importante capire che i vostri rappresentanti sono stati informati su quello che abbiamo fatto» [3].

Tranquilli, quindi: vi spiavamo ma i vostri rappresentanti eletti lo sapevano. Ed il suo tono sembra dire: è tutto a norma, quindi di che vi meravigliate?

«Quando lascerò il mio ruolo – ha continuato – sarò un semplice cittadino. E ho il sospetto che le mie conversazioni e le mie email saranno monitorate». Tutto normale, no?

Quanto alla vicenda Google, la questione è altrettanto seria, tanto che, spiega il Garante, «nell’aprile scorso, esaurita la fase di indagine a livello europeo da parte del Gruppo che riunisce i Garanti privacy dei 27 Paesi dell’Ue, le Autorità di protezione dati italiana, francese, tedesca, olandese, spagnola ed inglese, riunite in una task force appositamente costituita, avevano avviato, con un’azione congiunta, procedimenti nei confronti di Google» [4].

Una fase che il Garante, in un comunicato del 20 giugno, dichiarava appunto in fase avanzata [5].

E che ha visto un atteggiamento reticente da parte di Google: «alle perplessità dei Garanti europei – ha spiegato Soro – risponde dicendo di rispettare i principi degli ordinamenti, ma di attenersi alla sola normativa americana. Tant’è che non possiamo fare ispezioni sui loro server».

Soro, del resto, non va per il sottile nel chiarire il nocciolo del problema dati: «Ufficialmente li usano per fini pubblicitari e commerciali, ma quali reali garanzie abbiamo che non vengano usati per altre finalità? Google ormai è una potenza economica che dialoga con i capi di Stato. In Cina, ad esempio, ci risulta che abbia abbassato la testa e collaborato con le autorità cinesi. Quella massa di dati sugli orientamenti politici dei cittadini fa gola a tutti, naturalmente».

E nel minacciare sanzioni milionarie se entro domani Google non farà chiarezza, sottolinea perentorio: «una ferita alla privacy significa limitare la libertà di tutti».


[2] «Secondo il Wsj [Wall Street Journal, ndr], anche gli utenti di AT&T – 107,3 milioni di clienti per la telefonia mobile e 31,2 milioni per la telefonia fissa – e Sprint – 55 milioni di utenti in tutto – oltre ai 121,1 milioni di Verizon, sarebbero “spiati” dalle autorità statunitensi. Inoltre, nell’ambito della sua attività per individuare possibili terroristi, la National Security Agency raccoglierebbe anche tutti i dati relativi agli acquisti compiuti con le carte di credito, potendo avere accesso a tutte le informazioni in mano alle banche e alle società emittenti».

Rifugiati in Europa, nel 2012 boom dei siriani

Syrian refugees walk out the container cOltre centomila stranieri nel 2012 hanno richiesto e ottenuto asilo politico in Europa, 102.700 per la precisione.
E indovinate quale nazionalità è improvvisamente balzata in cima  alla lista dei richiedenti asilo?
Ovviamente la Siria, l’ennesimo paese del quale l’Occidente ha deciso di rovesciare il regime e dalla quale proviene ben il 18,2% delle persone (18.725).

A seguire cittadini dell’Afghanistan (caccia a Bin Laden, esportazione della democrazia e difesa dei diritti civili o motivazione a scelta, ricordate?) con 13.485 persone (il 13,1%) ed, infine, della Somalia con 8.105 persone (7,9%).

Oltre quattrocentomila sono state invece le domande: 96.075 per la Francia, 88.110 per la Germania, 47.475 per la Svezia, 37.510 per il Regno Unito e, dopo Belgio, Austria, Svizzera e Norvegia, soltanto 14.970 per l’Italia.

Più della metà – al contrario del dato complessivo per il quale circa un quarto risultano le domande accettate – sono riusciti ad ottenere asilo, 9.270 persone per l’esattezza: malesi, soprattutto, a cui seguono somali, afghani e via di seguito.

Oltre il 70% dei siriani – rileva Eurostat – hanno scelto la Svezia e, soprattutto, la Germania, che risulta essere la prima meta anche per gli afghani e per gli iracheni.

fonte: Eurostat

Fai clic per accedere a 3-18062013-AP-EN.PDF

“Gateway” di Goia Tauro: ritardi e contraddizioni. Tutta colpa di Rfi? Forse no.

stasiPorto di Goia Tauro: cattiva informazione oppure no? Domanda lecita stando alle apparenti contraddizioni emerse intorno all’attuazione dell’Accordo di Programma Quadro “Polo logistico intermodale di Gioia Tauro”.

Lo scorso 22 giugno Gazzetta del Sud titolava: «Snodo ferroviario, dopo le illusioni Rfi investe al Nord e molla Gioia Tauro». E nel pezzo spiegava che Rete Ferroviaria Italiana avrebbe «fatto un improvvido passo indietro per il bando da 40 milioni di euro destinato alla realizzazione del gateway».

Ma, stando alla nota di Rfi, «per quanto riguarda terminal intermodale di Gioia Tauro, noto come ˮgateway”, la sua realizzazione è di esclusiva competenza è dell’Autorità Portuale».

Ovvie giustificazioni? Sembrerebbe di no. Al contrario, emergono altri punti interessanti.

Effettivamente, all’interno dell’Apq – che prevede ben 19 diversi interventi variamente finanziati tra infrastrutture, servizi e incentivi ed è stato sottoscritto il 28 settembre 2010 da Regione, Ministero dello Sviluppo economico, Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, Ministero dell’Istruzione, Consorzio per lo Sviluppo industriale della provincia di Reggio Calabria, Autorità portuale di Gioia Tauro e Rete Ferroviaria Italiana – l’ente attuatore del “Nuovo Terminal Intermodale del Porto di Gioia Tauro” risulta essere proprio l’Autorità portuale.

Costo complessivo dell’operazione 20 milioni di euro, finanziati con i fondi PON Reti per la mobilità 2007/2013.

Un costo rivisto al rialzo, anzi raddoppiato, lo scorso 9 gennaio, in fase di rimodulazione, come documentato dall’informativa relativa all’attuazione dell’Apq all’ordine del giorno nel corso della penultima (la sesta) riunione del “Comitato di Sorveglianza sullo stato di attuazione del POR FESR 2007/2013”, avvenuta il 21 febbraio 2013 [1].

Quanto a Rfi impegni di spesa per un totale di 280 milioni di euro, secondo una nota della vicepresidenza della Regione Calabria del 3 ottobre 2011 [2], 291 milioni e mezzo secondo l’informativa di cui sopra, anche qui grazie ai fondi PON.

Gli interventi che vedono impegnata la società parte del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane sono:

–          “Collegamento Ferroviario Gioia Tauro – Taranto – Bari. Adeguamento linea ferroviaria tirrenica Battipaglia – Reggio Calabria: Progettazione e ricostruzione della galleria Coreca (comprese opere propedeutiche e tecnologie)”;

 –          “Collegamento Ferroviario Gioia Tauro – Taranto – Bari. Adeguamento linea ferroviaria tirrenica Battipaglia Reggio Calabria. Costruzione della nuova SSE (Sotto Stazione Elettrica) a Vibo Pizzo e potenziamento della SSE di Sambiase”;

 –          “Collegamento Ferroviario Gioia Tauro – Taranto – Bari. Adeguamento linea ferroviaria tirrenica Battipaglia Reggio Calabria ACS e PRG Stazione di Lamezia Terme”;

 –          “Collegamento Ferroviario Gioia Tauro – Taranto – Bari Ammodernamento infrastrutturale e tecnologico itinerario”;

 –          “Collegamento Ferroviario Gioia Tauro – Taranto – Bari 1 Fase potenziamento tratta Metaponto – Sibari – Bivio S. Antonello”.

Ed al riguardo Rfi riferisce in seguito alla diffusione della notizia del ˮritiroˮ da Gioia Tauro:

«tutte le attività sono in corso come previsto nell’Accordo di Programma Quadro. L’aggiudicazione dei lotti, già messi a gara, per il potenziamento dell’infrastruttura ferroviaria tra Metaponto e Bivio Sant’Antonello (linea Gioia Tauro – Taranto – Bari) è stata temporaneamente sospesa da RFI in quanto la Commissione Europea ha comunicato l’interruzione della procedura di approvazione del progetto attivata dall’Autorità di Gestione dei fondi PON, in coerenza con i regolamenti comunitari per i grandi progetti.

Alla base della decisione adottata dalla Commissione Europea vi sono, tra l’altro, le scelte di ridimensionamento del trasporto pubblico locale in Calabria e le difficoltà di avvio del potenziamento del polo logistico di Gioia Tauro.

RFI sta comunque procedendo con la progettazione dei restanti lotti del tratto di linea Metaponto – Bivio Sant’Antonello, previsti dall’Accordo di Programma Quadro, per avviarne le fasi negoziali ed è pronta a procedere con l’aggiudicazione dei lavori, non appena si avrà conferma dei finanziamenti».

Dunque, si è in attesa dell’approvazione dei relativi fondi europei relativi per quanto attiene all’ultimo intervento elencato a cui fa capo Rfi.

porto gioia tauroInvece, tornando alla realizzazione del gateway, «a fine anno [ottobre 2012, come anticipato, ndr] ­ riferisce Banca d’Italia nel rapporto sull’economia calabrese ­ è stato pubblicato il bando di gara per la realizzazione del gateway ferroviario, per fare di Gioia Tauro un corridoio intermodale comunitario. La realizzazione dell’infrastruttura dovrebbe essere finanziata con 20 milioni di euro provenienti dall’Unione Europea, che dovrebbero aggiungersi ad altri 20 che dovranno essere garantiti dal promotore privato».

E Gazzetta del Sud, nell’articolo citato, spiega:

«dopo una lunga fase preparativa, numerosi incontri a Roma, era arrivata la pubblicazione della gara […]. Ma la gara è andata deserta; nessun privato ha deciso di partecipare alla procedura che puntava a indicare un soggetto che doveva partecipare materialmente alla realizzazione dell’opera, gestirla e poi movimentare i container con i treni […]. In pratica quello che ha fatto Rfi in altri porti realizzando Ferport. A Gioia niente di tutto questo. La società dopo aver comunicato con lettera ufficiale all’Autorità portuale il suo ok al progetto si é trincerata dietro un silenzio inspiegabile e poi quando i termini della gara sono stati chiusi e nessuno ha depositato offerte, il tutto si é trasformato da un timore fondato a una certezza: Rfi ha abbandonato l’idea Gioia Tauro».

Mentre la vicepresidente Antonella Stasi, in una nota diffusa ieri, aggiungeva:

«la Regione Calabria convocò una serie di incontri con il ministero delle infrastrutture e Rfi, alla presenza dell’autorità portuale, per un coinvolgimento di Rete ferroviaria italiana che approvò e condivise il progetto gateway. Qualche tempo dopo arrivò una lettera ufficiale di Rfi in cui si diceva che non erano interessati alla gestione del gateway. Questo avveniva nel 2011» [3].

Dunque, una versione ben diversa, visto che il bando é stato pubblicato a fine 2012 ed é andato a vuoto per ben due volte, avendo dapprima scadenza al 21 gennaio 2013 ed, in seguito a proroga, al 21 aprile 2013. E, soprattutto, una versione che cambia il quadro delle responsabilità.

Da parte di Rfi, infatti, nessun silenzio a quanto pare, visto che – per ammissione della Stasi – sia Regione che Autorità portuale (ricordiamolo, ente attuatore del gateway) sapevano con ampio anticipo che Rfi non era interessata al bando e che la sua partecipazione all’opera non era, d’altra parte, nell’accordo, ma frutto di trattative successive sfumate da tempo per definire, tra l’altro, l’esito di una gara che, in breve, avrebbe dovuto assegnarne la realizzazione ad un promotore privato già stabilito in anticipo e con un costo aggiuntivo di 20 milioni di euro.

Non sembra irrilevante, del resto, neanche notare che Rfi, al contempo, ha anche denunciato il prolungamento dei tempi d’attesa relativi ai finanziamenti europei a causa della politica regionale in materia di trasporto pubblico locale e dello stallo generale del progetto di potenziamento del Porto di Goia Tauro.

Effettivamente, la delibera di Giunta relativa risale al 20 aprile 2009 [4] e l’Acp, che risale al settembre 2010, addirittura prevedeva – tanto per fare un esempio – al punto 4.1.5 (relativo esattamente al gateway) un tempo di 180 giorni per la progettazione preliminare, altri 180 giorni per l’affidamento della costruzione e gestione ed altri 60 per l’inizio dei lavori, che sarebbero infine durati due anni. In pratica, i lavori avrebbero dovuto partire a inizio 2012 per essere conclusi a fine anno ed, invece, siamo ancora ad una fase di appalto che ancora stenta a decollare.

E nonostante la mancata partecipazione alla gara da parte di Rfi fosse nota da oltre un anno, soltanto ora la Stasi spiega di aver chiesto chiarimenti all’amministratore delegato di Rfi e convocato appositamente l’ennesima riunione del Comitato di Sorveglianza (il settimo, il prossimo 1 luglio).

Nel frattempo, infatti, pochi sono i lavori già partiti (tra questi, almeno sulla carta, quelli in cui ente attuatore risulta Rfi), molte i bandi di gara ancora da pubblicare mentre, quanto all’avanzamento finanziario – stando all’informativa di cui sopra relativa al mese di febbraio (sembra non sia ancora disponibile quella di giugno) – siamo a «quote percentuali di avanzamento pari a circa al 33%, per quel che concerne gli impegni, e 20%, per quel che concerne la spesa».

Evidentemente – Governo, Regione ed Autorità portuale inclusi -, qui qualcuno deve spiegarci come stanno davvero le cose e confessare che, molto probabilmente, non ha colto l’importanza del progetto, a cui la stessa Banca d’Italia sembra invece dare molta rilevanza.

Del resto, a conti fatti, si tratta della potenziale apertura di un vero e proprio corridoio comunitario sul Mediterraneo e, quindi, di un’opportunità di sviluppo strategicamente fondamentale non solo per la Calabria ma per il paese intero.


[1] «L’intervento LP05 – è scritto nel testo – subisce un incremento di costo da 20.000.000,00 Euro a 40.000.000,00 Euro. E’ stata confermata la quota della copertura a valere sul PON Reti Mobilità 2007-2013 per 20.000.000,00 Euro, mentre l’incremento di 20.000.000,00 Euro è coperto con risorse del soggetto promotore privato. Il piano finanziario è stato allineato a quanto prevede il bando di gara indetto dall’Autorità Portuale di Gioia Tauro, pubblicato sul GUCE in data 18.10.2012, per l’individuazione del promotore per la progettazione, esecuzione dei lavori e la gestione del Terminal Intermodale del Porto di Gioia Tauro».

http://www.regione.calabria.it/calabriaeuropa/download-2/category/176-comitato?download=754:vi-comitato-di-sorveglianza

[2] http://www.regione.calabria.it/index.php?option=com_content&task=view&id=7527&Itemid=136

Clément Méric, in un video la verità: Esteban Morillo si difese da tre aggressori

Clement Meric«Parigi, aggredito da skinhead: morto 18enne», esordiva il Corriere lo scorso 6 giugno, un giorno dopo l’accaduto. «Orrore fascista», gridava la Francia, con i deputati in piedi a tributare all’unisono (lepeniani compresi) l’estremo saluto delle istituzioni al giovane Clément Méric, 19enne antifascista ucciso dai fascisti.

E la semplicistica tesi – prontamente confezionata non dai fatti ma dall’immaginario collettivo e dalla stampa militante, accolta volentieri da tutte le altre testate poco inclini all’anticonformismo – la riassumeva il solito Giornalettismo: «Clément Méric: il ragazzo ucciso perché odiava il fascismo». «L’aggressione – spiegava -,  ha visto protagonisti tre skinhead, che hanno colpito più volte il ragazzo con un pugno di ferro».

Tre giorni dopo, il ventenne Esteban Morillo veniva formalmente indagato per “omicidio preterintenzionale”; escluso, non a caso, l’omicidio volontario.

Lapresse riferiva: «I sospetti, spiega Molins, hanno riconosciuto legami con la formazione nazionalista “Troisieme Voie” e sostengono di aver risposto a una provocazione da parte del gruppo di cui il giovane anti-fascista faceva parte».

Una versione a cui, ovviamente, la stampa non dà troppo credito né rilievo. Certamente non quella italiana, che pure aveva riferito prontamente dell’aggressione e messo in atto tutte le strumentalizzazioni politiche del caso.

Nel frattempo, oltre alla manifestazione antifascista di piazza a Parigi, le conseguenze politiche precedevano l’accertamento della verità, ripiegando come al solito nella repressione antifascista: «Il premier JeanMarc Ayrault ha infatti chiesto al ministero dell’Interno di compiere “immediatamente” passi per sciogliere il gruppo di estrema destra Jeunesses nationalistes revolutionnaires (Jnr), guidato da Serge Ayoub. Una portavoce del ministero dell’Interno ha dichiarato che la formazione è considerata il braccio violento di Troisieme Voie [Terza Via, ndr]».

Oggi, finalmente, su “Le Figaro”, giornale francese di primo piano, e su altre testate, la svolta: il video dell’episodio smentisce l’aggressione fascista e la ricostruzione fatta finora, notizia ripresa, tra gli altri, anche dall’Huffington Post francese.

«C’è un video – riferisce il quotidiano – che pesa molto nell’inchiesta sulla morte del militante antifascista Clément Méric. Si scopre un Clément Méric aggressivo, che colpisce alla testa, da dietro, un militante d’estrema destra, Esteban Morillo, alle prese con due aggressori. Morillo si volta e rifila un diretto per difendersi, facendo cadere a terra il giovane Méric che non si rialzerà più» [1].

Effettuate da una telecamera di sorveglianza e svelate da Rtl [2], le immagini «escludono qualsiasi ipotesi di linciaggio della vittima, a differenza delle versioni che circolavano dopo l’aggressione».

Singolare il fatto che l’esistenza del video, da tempo a disposizione degli inquirenti, sia stata rivelata soltanto ora. Forse era necessario far calare il sipario sulla questione, prima di dire la verità e limitare l’impatto mediatico della svolta.

Sta di fatto che, anche sull’ipotesi che il giovane Esteban abbia utilizzato un tirapugni, le immagini non danno conferme. Tutto quel che è certo, insomma, è che Esteban stava affrontando da solo due antifà, che un terzo (Clément Méric) lo ha colpito in testa da dietro e che lui si è voltato ed ha restituito il colpo. Dunque, non solo non regge l’accusa di omicidio volontario, così come già il giudice aveva intuito, ma risulta a questo punto una legittima difesa la reazione del giovane Esteban che in quel momento si trovava ad affrontare tre antifascisti tutt’altro che pacifici.

Pronta, per fortuna, la solidarietà al giovane attivista Morillo da parte delle comunità presenti in tutta Europa. Una solidarietà concreta per le spese legali, ma anche solidarietà contro la strumentalizzazione ed il linciaggio mediatico del giovane, vittima di un’aggressione, di una tragedia e, soprattutto, delle menzogne del sistema politico-mediatico.

Nel nome della verità, dunque, “Soutenons Esteban[3].

Doppia preferenza di genere (anche in Sicilia): qualcosa non torna

crocetta«La sentenza del 14 gennaio 2010 n. 4 della Corte Costituzionale», spiegava il Ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna nell’ottobre 2010, «ha legittimato la legge della Regione Campania che prevede la doppia preferenza di genere». «Questa», assicurava, «è la strada da percorrere per riequilibrare situazioni di partenza gravemente disomogenee».

Effettivamente, dopo l’introduzione della norma, nella Regione Campania le donne elette in Consiglio regionale sono passate da due a quattordici. Ed a sottolinearlo appena qualche mese fa è Sara Valmaggi, vicepresidente del Consiglio regionale lombardo in quota Pd.

Quando nel nostro Paese si tratta di cavalcare i buoni sentimenti e la retorica egualitarista, i maestri dell’ipocrisia dimostrano quanto siano labili le identità politiche proposte.

La legge campana che introduce per la prima volta in Italia la doppia preferenza di genere, nello specifico, prevede la possibilità che l’elettore possa esprimere due preferenze anziché una. Però, nel caso decida di farlo, sarà obbligato a votare due candidati di sesso diverso. Tutto ciò, appunto, per pilotare l’elezione di un numero maggiore di donne all’interno del Consiglio regionale.

La Corte Costituzionale, pronunciatasi nel merito, non vi ha trovato nulla da ridire. Così come sottolinea la Valmaggi, la Consulta ritiene infatti «infondata sia la ‘violazione del diritto dell’elettorato attivo’, sia la ‘violazione del diritto di voto’, prospettata dal Governo in un ricorso nel 2010». Quello stesso governo di cui faceva parte la già citata Carfagna, tanto per chiarire.

Dopo di ché, la legge approvata in Campania è stata presa ad esempio un po’ in tutta Italia, come abbiamo visto nel caso lombardo e come dimostra anche la grande manifestazione organizzata dall’altra parte del Paese, a Catanzaro, il 26 marzo 2012 dal titolo «La democrazia paritaria»; presente all’iniziativa è addirittura il ministro della Giustizia Paola Severino.

Il 23 novembre 2012 la legge n. 215 conferisce legittimità «nazionale» alla proposta, non soltanto introducendo la previsione di precise garanzie di un’adeguata rappresentanza femminile negli enti locali, ma anche regolamentandone il recepimento per quanto riguarda le elezioni nei piccoli comuni.

Approvata appena in aprile, la doppia preferenza di genere, inoltre, ha già debuttato in Sicilia. Effetto del «modello Sicilia», Crocetta-Cinque Stelle, penserete. E invece no. I grillini, dimostrando anticonformismo, si sono opposti duramente alla proposta: «questa legge è una porcata, consentirà il voto di scambio e il capillare controllo del consenso elettorale», ha dichiarato il capogruppo Giancarlo Cancellieri. «Il testo approvato in questa forma è pericolosissimo», gli fa eco la collega Gianina Ciancio. A spiegare i punti deboli della norma approvata è “Il Fatto Quotidiano”: «le due preferenze, infatti, si dovranno esprimere in un’unica scheda. Un vulnus che potrebbe facilmente fare il gioco dei vari ras locali delle preferenze, abilissimi a creare coppie di candidati uomo – donna “blindati” per tracciare la provenienza del voto». Addirittura, «i vari ‘collettori’ di voti potrebbero impartire l’ordine di annullare la seconda preferenza, controllando militarmente i pacchetti di voti dei vari clientes».

A dividere i grillini da Crocetta, che subito ha trovato l’accordo con un’entusiasta Pdl, è stata in questo caso, dunque, una questione formale. Ma non c’è dubbio che le modalità di applicazione della legge, così come la ponderazione dei voti, lasciano spazio a vari dubbi.

Tanto più che, come dicevamo, resta impari il trattamento nei confronti di chi, se non vuole votare una donna (o un uomo), è costretto ad indicare il nome di un soltanto candidato, al contrario di chi, avvalendosi della doppia preferenza, può indicare invece due diversi candidati. Ed è comunque obbligato a scegliere non chi vuole ma un candidato di sesso opposto. Questioni tecnico-giuridiche su cui la Corte, come dicevamo, si è espressa ma sulle quali i dubbi interpretativi permangono.

La questione vera, però, è politica. E parte proprio dalla retorica egualitarista di partenza, senza discostarsi troppo dalla questione sulle «quote rosa», ma conducendo a conseguenze se possibile ancor più assurde.

Che sia garantito alla donna il «diritto alla poltrona» è sacrosanto. Che le sia garantita la poltrona stessa è però tutta un’altra cosa. Se il diritto della donna a partecipare alla vita politica deriva dalla sua uguaglianza davanti alla legge rispetto all’uomo, ciò vuol dire che il suddetto diritto proviene giuridicamente dal suo essere persona con annessi diritti civili, al pari di chiunque altro, uomo o donna che sia. Se invece il diritto lo si fa derivare proprio dall’esser donna è chiaro che tale diritto ha fondamento soltanto in sé stesso, è autoreferenziale, poggia insomma sul nulla e perciò la questione cambia, poiché ciò nega l’uguaglianza di fronte alla legge dalla quale dovrebbe paradossalmente avere origine la proposta.

E con conseguenze ancor più assurde. Stando a questa logica, infatti, un diritto alle pari opportunità così interpretato richiederebbe un’eguale rappresentanza per ogni categoria sotto-rappresentata e riconosciuta come tale. Anzi, a dir la verità, volendo proprio esser coerenti, la norma risulterebbe addirittura discriminatoria nei confronti delle altre «categorie». D’altronde, chi decide quali sono le altre categorie che meritano una poltrona assicurata? Quali i criteri oggettivi? Come la mettiamo per i giovani, anch’essi sotto-rappresentati. O per gli omosessuali, gli immigrati, i cattolici, gli atei, i mussulmani, i protestanti, gli ebrei. E, dopo tutto, perché essere cattivi? Come non garantire una quota di seggi anche a chi ha un pensiero politico sotto-rappresentato?

Il diritto delle minoranze a non esser minoranze. Che è un po’ come il diritto della pioggia ad esser bel tempo. Qualcosa non torna.

Safe City: il Tar zittisce i cittadini, per la maggioranza pronunciamento «favorevole»

mimmo talliniCATANZARO – Si tratta di un pronunciamento «favorevole» alla maggioranza, secondo il capogruppo del Pdl al Consiglio comunale di Catanzaro Mimmo Tallini, quello con il quale il Tar ha respinto il ricorso proposto contro il progetto Safe City e, quindi, contro la delibera di Giunta n. 57 dell’ 8 marzo 2013.

Ancora propaganda, dunque, da parte della maggioranza, dal momento che il Tar non si è certo espresso nel merito della vicenda, ma ha “semplicemente” ritenuto di non riconoscere il titolo per ricorrere contro il provvedimento ai cittadini, ai consiglieri ed alle associazioni che hanno avviato l’azione legale.

Assurdo (o di cattivo gusto) farlo passare come un pronunciamento favorevole, dal momento che il Tribunale amministrativo regionale ha in pratica stabilito che esponenti del Consiglio comunale democraticamente eletti, associazioni e cittadini non hanno diritto di contestare la legittimità di un provvedimento. Non hanno, in breve, nessuna voce in capitolo.

A naso, dunque, sembrerebbe che sia su quest’ultimo punto che il centrodestra sente di aver avuto ragione e ne va evidentemente fiera. Ha deciso di fare tutto da sola, bypassando il Consiglio comunale, non indicendo alcuna procedura ad evidenza pubblica per affidare l’appalto e senza tener conto del fatto che una delibera di Giunta dovrebbe limitarsi ad atti di indirizzo politico o di programmazione e, chiaramente, interpreta questa come una vittoria.

Cittadini e consiglieri, secondo la maggioranza, non soltanto hanno il dovere di starsene zitti e buoni (a quanto pare il progetto Safe City comincia a dare i suoi risultati!) e non interferire politicamente ma, secondo il Tar, non hanno neanche il diritto di contestare il fatto che, quella decisione, dalla quale sono stati esclusi sia in forma diretta che indiretta, potrebbe anche essere illegittima.

Che un esito simile, che non dà ragione a nessuna delle due parti sulla legittimità della delibera, venga accolto come favorevole, quindi, non è e non può che essere soltanto l’ennesima azione di propaganda e di cattiva informazione. Certo, non l’unica. D’altronde, l’intera vicenda è essa stessa un’abile operazione di marketing (politico?) da parte della maggioranza, che ha tentato in tutti i modi, con comunicati in stile spot della Mulino Bianco, di far passare la Bunker Sec e questo progetto come la realizzazione del paradiso in terra.

Quando, per dirne una, la Bunker Sec, emanazione dell’ex capo del Mossad, il servizio segreto israeliano, è tra l’altro, per sua stessa ammissione – lo si legge nella determinazione dirigenziale del Settore Polizia Municipale del Comune di Catanzaro n. 2626 del 13 agosto 2012 –, impegnata col progetto prima di tutto in «Israele, Stato ad alto rischio terrorismo».

Dunque, un progetto pensato per combattere e reprimere i nemici nel conflitto israelo-palestinese, riadattato per la città di Catanzaro.

«L’ordinanza del TAR sul progetto Safe City – ha commentato Tallini – si presta, per quanto mi riguarda, ad un’unica e importante considerazione: viene sconfitta, per l’ennesima volta, la via giudiziaria che le opposizioni hanno imboccato da alcuni anni a Catanzaro al posto della dialettica e del confronto politico».

Non è il caso di entrare nel merito della diatriba centrodestra-centrosinistra, è però paradossale che, proprio la maggioranza di cui è espressione il sindaco di Catanzaro Sergio Abramo, sulla questione Safe City rimproveri le opposizioni di aver rinunciato alla «dialettica» e al «confronto politico», visto che la Giunta, come anticipato, ha pensato bene di portare avanti un progetto dal valore di ben 23 milioni di euro senza neanche il parere del Consiglio comunale.

Ci domandiamo cosa intenda il consigliere Tallini, a questo punto, per confronto politico, dal momento che la sede istituzionale in cui esso dovrebbe svolgersi è stata bypassata e che chiunque abbia contestato il progetto anche al di fuori degli esponenti dell’aula rossa è rimasto inascoltato.

Una maggioranza responsabile avrebbe accantonato un progetto contro cui c’è stata una vera e propria levata di scudi non solo da parte del centrosinistra, della Cgil e dell’associazionismo connesso quali Il Pungolo o Cittadinanzattiva, ma anche da parte di movimenti politici che rappresentano un’altra parte dell’universo giovanile, quali CasaPound ed Alpocat.

Dove e come la maggioranza pretendeva che il progetto venisse «modificato, perfezionato, migliorato, rimodulato» senza che sullo stesso potesse esprimersi il Consiglio comunale?

O forse dovremmo rassegnarci al fatto che le questioni pubbliche sino ormai diventate oggetto di trattative ad personam?

D’altronde, c’è poco da rimodulare in un progetto che parte dall’assunto di un costo di 23 milioni di euro e dell’istallazione di 900 telecamere e sui quali dettagli si sa poco nulla.

Mentre sul sito del Comune, tra parentesi, la pubblicazione delle delibere è ferma al 2009, sempre in nome della trasparenza, è chiaro.

E se Catanzaro ha un’area vasta come quella di Napoli, tirata in ballo dallo stesso Tallini, a questo punto non sembra vero che, visto il tasso di criminalità della città partenopea, che ha persino un magistrato al potere, tocchi invece a Catanzaro sperimentare questo progetto. E non sembra vero che a Roma ci siano soltanto 300 telecamere.

Cortocircuito evidente, tra l’altro, di una maggioranza garantista ad intermittenza, che mentre rimprovera alla maggioranza di preferire la via giudiziaria alla politica, porta avanti un progetto che mira al controllo totale dei cittadini, perché al “grande occhio” non sfugga un divieto di sosta o, addirittura, il volto di un pregiudicato che cammina per la strada (tra le tecnologie potenzialmente applicabili, infatti, c’è anche quella che prevede il riconoscimento facciale).

E visto che la maggioranza ha tanta voglia di «rimodulare», potrebbe cominciare col dire che le telecamere non verranno istallate «in aree o attività che non sono soggette a concreti pericoli, o per le quali non ricorre un’effettiva esigenza di deterrenza», così come prescritto dal Garante per la Privacy.

Ma, se la maggioranza avesse intenzione di rispettare realmente la privacy, avrebbe considerato il fatto che è sufficiente la presenza di 900 telecamere (8 per km2) a significare un’istallazione generalizzata e quindi non mirata e selettiva, così come invece prescritto dal Garante, che include tra gli oggetti della possibile contestazione anche le 200 telecamere fittizie che fanno parte del pacchetto («installazione meramente dimostrativa o artefatta di telecamere non funzionanti o per finzione»).

Ma l’on. Tallini è molto attento a «perfezionare» ed anche alla privacy, per cui avrà certamente presenti i rilievi mossi in una delle petizioni presentate contro il progetto laddove, citando il Provvedimento suddetto, si ricordava che: «Non risulta quindi lecito procedere, senza le corrette valutazioni richiamate in premessa, ad una  videosorveglianza capillare di intere aree cittadine “cablate“».

E avrà certamente «rimodulato» con il sindaco, che mesi fa invece dichiarava: «Sarà messa in pratica una tecnologia  che consentirà il monitoraggio 24 ore su 24 dell’intero territorio».

Senza considerare il fatto che, in ogni caso, «è vietato il collegamento telematico tra più soggetti, a volte raccordati ad un “centro” elettronico», esattamente quanto previsto dal programma “Data Center”, citato nella determinazione suddetta.

C’è poco da rimodulare, quindi, e non è possibile mettere la questione su questo piano per fingere apertura. L’apertura sarebbe stata reale se, quanto meno, il consiglio avesse potuto votare in merito.

Qui c’è soltanto da fermare un progetto e, soprattutto, da fermare una propaganda secondo la quale chi si oppone al progetto non ha a cuore la sicurezza, così come dimostrato dalla poco argomentata strumentalizzazione del consigliere Nisticò in seguito alla rapina all’ufficio postale di Catanzaro Sala (come se fosse necessario Safe City per istallare due telecamere alle poste).

E, per il momento, non resta che attendere ulteriori sviluppi, dal momento che l’avv. Francesco Pitaro, che segue il ricorso, affermando di voler andare avanti «attraverso gli strumenti giuridici a nostra disposizione», sembra aver confermato il probabile ricorso al Consiglio di Stato.

Ius sanguinis: altro che arretrato, dal 1948 è in crescita. Ed è alla base degli Stati nazionali. Ecco i dati

immigratiRipeti una menzogna con costanza, qualcuno lo convincerai. E’ così che diventa semplice anche far passare l’idea, ad esempio, che l’Italia, paese ancorato allo jus sanguinis, sia dunque arretrato e non al passo coi tempi come gli altri paesi. E se Sartori osa bacchettare (più o meno giustamente) la Kyenge, ecco che il Corriere gli fa saltare l’editoriale ed il benpensante per antonomasia Gad Lerner si risente e lo invita a non «svillaneggiare».

Peccato che i dati dicano tutt’altro.

Infatti, da una classificazione [1] della legislazione in materia di cittadinanza in centosessantadue paesi [2], effettuata da Graziella Bertocchi e Chiara Strozzi dell’Università di Modena, emerge che dal 1948 al 2001 i rapporti di forza tra jus soli e jus sanguinis su scala globale siano stati letteralmente inverti in favore di quest’ultimo: se nel 1948 soltanto 67 paesi adottavano lo jus sanguinis e ben 76 lo jus soli, nel 2001 soltanto 39 paesi che sceglievano lo jus soli, a fronte di ben 88 paesi che preferivano lo jus sanguinis.

In breve, in poco più di mezzo secolo lo jus sanguinis si è consolidato a scapito dello ius soli, al contrario di quello che si potrebbe credere (e che ci vogliono far credere).

Nel quadro, che pure linguisticamente risente dell’impronta favorevole allo jus soli degli autori della ricerca, si sottolinea dunque come la tendenza sia tutt’altro che rivolta verso la cittadinanza facile che invece ci vogliono propinare il ministro dell’Integrazione, il governo Letta e, pare (stando alle dichiarazioni di Zaia), ormai anche la Lega Nord.

Non siamo così poco al passo coi tempi, dopo tutto. Ed un motivo ci sarà.

Detto questo, è la stessa ricerca a minare le fondamenta ideologiche di questa equazione tra jus sanguinis ed arretratezza culturale: «Nell’Europa del diciottesimo secolo – è spiegato nello studio – predomina il criterio dello jus soli, residuo di una tradizione feudale che lega l’individuo alla terra in cui nasce e quindi al rispettivo feudatario. Il primo stacco nei confronti di questa tradizione avviene con la Rivoluzione Francese, che nel Codice Civile del 1804 reintroduce il criterio di derivazione romana dello jus sanguinis».

Sorpresa: lo jus sanguinis è frutto dei “Lumi”, della “modernità” e di quella rivoluzione tanto cara ai democratici. Ed è, soprattutto, la «matrice della legislazione adottata in tutta l’Europa Continentale nel corso del diciannovesimo secolo, con la creazione degli stati nazionali».

Ius soli, dunque, contro gli Stati (la progressiva erosione della sovranità vi dice nulla?). E contro i popoli.

In effetti, benché lo studio affermi che «la dimensione dello stato sociale non sembra costituire un ostacolo alla maggiore inclusione degli immigrati», esso chiarisce anche che «questo risultato in parte inaspettato può essere spiegato dal fatto che, per molti dei paesi dotati di costosi sistemi di sicurezza sociale, si sia contestualmente verificata una stagnazione demografica che ha dunque comportato una tendenza all’inclusione». Ed inoltre aggiunge: «una natura dello stato sociale relativamente leggera, unitamente al fatto che la cittadinanza, se paragonata alla residenza, non conferisce negli Stati Uniti benefici fiscali sostanzialmente più generosi, può inoltre avere facilitato la sostenibilità fiscale dello jus soli».

Dunque, una maggiore inclusività è si un potenziale pericolo reale per lo stato sociale («dato che la cittadinanza può influire sulla capacità di ottenere benefici») ma è “grazie” alla bassa natalità dei cittadini originari che l’immigrazione diventa sostenibile. In pratica, se vogliamo ancora uno stato sociale, o rinunciamo all’immigrazione o rinunciamo una volta per tutti a fare figli.

L’immigrazione per noi è sostenibile, certo, ma a costo di scomparire.

L’unico paese europeo per tradizione ancorato allo jus soli è il Regno Unito. Ebbene, «l’esperienza coloniale influisce profondamente sulla legislazione di questo paese», tanto che, «a seguito degli intensi flussi migratori di provenienza dalle ex-colonie, l’orientamento diventa invece più restrittivo, soprattutto a partire dagli anni ottanta».

Quanto alla Francia, «nel corso del diciannovesimo secolo, vengono recuperati elementi di jus soli a fini militari, onde assoggettare all’obbligo di leva i nati sul suolo francese».

Nel caso della Germania, invece, lo jus soli viene introdotto soltanto a seguito della caduta del Muro di Berlino e della riunificazione di un popolo che ha sempre fatto paura al mondo. Un tentativo di mantenerlo debole, così come era stato deciso sia sul piano militare che economico (con i primi accordi economici europei improntati esattamente al contenimento della potenza tedesca)? Chissà.

E l’Italia? La nostra “arretratezza” consisterebbe nel garantire ai figli di stranieri nati in Italia il diritto al mantenimento della propria cittadinanza fino alla maggiore età, per poi poterla richiedere a condizione di dimostrare di esser realmente cresciuti nel nostro paese (criterio che le ultime proposte legislative minano ad intaccare).

La discussione obiettiva non è tra le maggiori preoccupazioni dei media, altrimenti sarebbe chiaro che, senza il velo del pregiudizio, questa non sarebbe che una norma di buon senso e fondamentalmente rispettosa della cittadinanza straniera. D’altronde, in un esempio ultimamente in voga e che rende bene l’idea, il figlio di un cittadino italiano emigrato in Cina, difficilmente riusciamo a pensarlo come un cinese. Lasciamo almeno che, oltre a nascerci, cresca in Cina e, magari, scelga di essere cinese.

Nello stesso continente del ministro per l’Integrazione Kyenge, d’altronde, «lo jus sanguinis nel 2001 risulta il regime più diffuso, essendo applicato nel 69% dei paesi africani».

E, riprendendo un intervento di Graziella Bertocchi (una delle autrici dello studio) su “La Voce”, poi ripreso da “Il Fatto quotidiano” [3], «già nel 2001, in Europa per la maggioranza dei paesi l’acquisizione della cittadinanza alla nascita risulta regolata da regimi misti: dei 34 paesi rappresentati, solo uno (l’Irlanda) applica ancora lo ius soli incondizionato (abbandonato da tempo dal Regno Unito), mentre 14 applicano lo ius sanguinis e 19 hanno regimi misti. Nella maggioranza dei casi, si tratta però di regimi misti con elementi di ius soli molto tenui (come nel caso della legge italiana del 1992)».

Inoltre, dopo il 2001, «l’Irlanda, con un referendum del 2004, abbandona lo ius soli incondizionato, proprio a causa del crescente manifestarsi di un “turismo” della cittadinanza (aggravato dal fatto che il paese era ormai il solo caso di ius soli rimasto all’interno dell’Unione Europea)». E se nel frattempo (2006 e 2010) Portogallo e Grecia hanno introdotto «una combinazione di doppio ius soli e di ius soli per i residenti», «negli altri regimi misti viene applicato uno solo dei due principi: il doppio ius soli è adottato in Francia, Lussemburgo, Olanda e Spagna, mentre lo ius soli per residenti è previsto oltre che in Germania anche in Irlanda e Regno Unito. Per i restanti paesi europei, prevale ancora lo ius sanguinis».

Emblematico, in conclusione, l’origine dello jus soli negli Usa, «codificato nella stessa Costituzione tramite un emendamento del 1868, rivolto alla protezione dei diritti di nascita degli schiavi di provenienza africana».

Mentre oggi è tirato in ballo proprio per rispondere alle esigenze dell’immigrazione africana da sfruttare come manodopera.

Parafrasando un vecchio adagio, troppi indizi fanno una prova, per cui: jus soli? No, grazie, preferiamo lo Stato.

La gabbia del “monopolio radicale”: la società industriale nell’analisi di Illich

illich«La disassuefazione dallo sviluppo sarà dolorosa. Lo sarà per la generazione di passaggio, e soprattutto per i più intossicati dei suoi membri. Possa il ricordo di tali sofferenze preservare dai nostri errori le generazioni future».

Così, apocalitticamente, Ivan Illich. Corrono gli anni settanta quando scrive ‘La Convivialità’, testo non conforme, critico ed un po’ estremista, nel senso più positivo possibile del termine.

Conviviale è una società libera – per andare dritto al cuore del suo discorso – dal monopolio radicale.

«Il mondo moderno è talmente artificiale, alienato, arcano, che trascende le capacità dell’uomo comune […]. Sostituire la sveglia meccanica dell’educazione al risveglio del sapere significa soffocare nell’uomo il poeta, gelare il suo potere di dare senso al mondo. Non appena separato dalla natura, privato di lavoro creativo, mutilato nella curiosità, l’uomo perde le sue radici, è paralizzato, appassisce. Sovradeterminare l’ambiente fisico significa renderlo fisiologicamente ostile. Annegare l’uomo nel benessere significa incatenarlo al monopolio radicale […]. Invischiato nella sua felicità climatizzata, l’uomo è castrato: gli resta solo la rabbia, che lo porta ad uccidere oppure a uccidersi».

Animo anarchico, tra i primi assertori dell’ecologismo, idealmente non senza macchia (egualitarista e, contro il boom demografico, per il controllo delle nascite), Illich porta avanti un ragionamento economico – contestando alla radice il modo di produzione industriale – ma con approccio multidimensionale, poiché multidimensionale è l’equilibrio che è obiettivo della sua ricerca.

Catene. Nessuna parola rende meglio l’idea del monopolio radicale su cui si concentra l’analisi dello scrittore austriaco: «la società, una volta raggiunto lo stadio avanzato della produzione di massa, produce la propria distruzione». Non si tratta soltanto di ragioni ecologiche: «l’uomo che trova la propria gioia nell’impiego dello strumento conviviale lo chiamo austero […]. Per Aristotele come per Tommaso d’Aquino, è il fondamento dell’amicizia. Trattando del gioco ordinato e creatore, Tommaso definisce l’austerità come una virtù che non esclude tutti i piaceri, ma soltanto quelli che degradano o ostacolano le relazioni personali». Ecco disegnato l’uomo post-industriale nel discorso per nulla deterministico di Illich.

Ma torniamo al cuore del discorso: «la produzione sovrefficiente dà luogo a monopolio radicale […]. Con questo termine io intendo non il dominio di una marca ma la necessità industrialmente creata di servirsi di un tipo di prodotto. Si ha monopolio radicale quando un processo di produzione industriale esercita un controllo esclusivo sul soddisfacimento di un bisogno pressante, escludendo ogni possibilità di ricorrere, a tal fine, ad attività non industriali». Un discorso che trova la sua declinazione in tutte le branche dell’industrializzazione, e principalmente in quella dei servizi: il consumo non è una scelta ma un’imposizione.

Si può rinunciare al Mc Donald, non si può rinunciare al cibo industriale, che ha messo fuori mercato l’autoproduzione; si può rinunciare all’auto costosa, non si può rinunciare ad un veicolo a motore; si può rinunciare all’iPhone, non si può rinunciare ad essere reperibili. Tutto ciò, a patto di voler vivere in società. Del resto, «quando il monopolio radicale viene scoperto, in genere è troppo tardi per liberarsene in modo economico».

La sensazione di benessere muta, perché si ampia il divario tra ciò che si potrebbe avere e ciò che invece ha la maggioranza. «La povertà si modernizza: la sua soglia monetaria si eleva perché nuovi prodotti industriale si presentano come beni di prima necessità, restando tuttavia inaccessibili ai più. Nel terzo mondo, grazie alla ‘rivoluzione verde’, il contadino povero è espulso dalla sua terra. Come salariato agricolo guadagna di più, ma i suoi bambini non mangiano più come una volta. Il cittadino americano che guadagna dieci volte di più del salariato agricolo è anche lui disperatamente povero. Entrambi pagano sempre più caro un crescente ‘essermeno’».

Un crescendo di illusioni, che creano bisogni crescenti ed alimentano un consumo forzoso, che annienta la dignità dell’uomo rendendolo dipendente perfino dal consumo di servizi: «la popolazione dell’occidente ha imparato a sentirsi malata e a farsi curare conformemente alle categorie di moda nell’ambiente medico [..]. La salute è divenuta così una merce in un’economia di sviluppo». E con ragioni forse non troppo fondate: «la riduzione a volte spettacolare della morbilità e della mortalità all’inizio del processo di industrializzazione di un paese è dovuta soprattutto alle modificazioni dell’habitat e del regime alimentare e all’adozione di elementari misure d’igiene» in maniera «assai maggiore dei complessi ‘metodi’ di cure specialistiche». Tant’è che, spiega Illich: «nel 1972 il sottosegretario alla Sanità degli Stati Uniti d’America poteva affermare che quattro quinti della spesa federale servivano o ad accrescere la sofferenza o a curare malattie che non sarebbero insorte senza un precedente intervento medico […]. Giunti a questa seconda soglia, è la vita che appare malata, in un ambiente deleterio».

Per non parlare dei trasporti. «L’americano tipo dedica più di 1500 ore l’anno alla sua automobile […]. A questo americano occorrono dunque 1500 ore per percorrere 10000 chilometri di strada: 6 chilometri gli prendono più di un’ora». «L’industria dei trasporti genera scarsità di tempo». Eppure non se ne può fare a meno. «Che la gente sia obbligata a farsi trasportare e divenga incapace di circolare senza motore, questo è monopolio radicale».

Ed infine il caso principe: la formazione ed il sapere, monopolizzati da un insegnamento centralistico che comporta «segregazione dei non scolarizzati, accentramento degli strumenti del sapere sotto il controllo degli insegnanti». Marca le differenze Illich: «lo strumento conviviale favorisce la scoperta personale, quello industriale alimenta l’insegnamento». E poi evidenzia: «ovunque il tasso di aumento del costo della formazione è superiore a quello del prodotto globale».

Per sottolineare infine l’impatto reazionario ed omologante della scuola moderna: «che cosa si impara a scuola? Si impara che più ore vi si passano, più aumenta il proprio prezzo sul mercato. Si impara a valorizzare il consumo scaglionato di programmi. Si impara che tutto ciò che è prodotto da un’istituzione dominante vale e costa caro […]. Si impara a valorizzare l’avanzamento gerarchico, la sottomissione e la passività, e persino la devianza tipo che il maestro ama interpretare come sintomo di creatività. Si impara a brigare senza indisciplina i favori del burocrate che presiede alle sedute quotidiane, il professore a scuola, il capo in fabbrica […]. Si impara ad accettare senza mugugni il proprio posto nella società».

Si impara, insomma, ad abbassare la testa, ammettendo la propria ineluttabile condizione di schiavitù verso il sistema.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, dicembre 2011

Breve intervista ad Antonio Catricalà su riforma Fornero

Antonio CatricalàRitorno in Calabria e ritorno nella sua città natale Catanzaro per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri Antonio Catricalà, che avrà trovato senz’altro calorosa l’accoglienza riservatagli dal sindaco del capoluogo di Regione Sergio Abramo, dal presidente della Provincia Wanda Ferro e dal presidente della Regione Giuseppe Scopelliti. «Qui ho passato la mia infanzia felice», ha esordito Catricalà, che ha parlato di «rinnovato splendore» della città ed ha concluso il suo discorso con un incoraggiante «viva l’Europa, viva l’Italia, viva il Mezzogiorno d’Italia». Inversione di tendenza, questa la parola d’ordine lanciata dal sottosegretario, che ha avuto modo anche di parlare di spending review; «non tagliamo i servizi, ma i surplus di spesa. Se riusciamo a realizzare il bottino di quattro miliardi e duecento milioni di euro entro l’anno non avremo la necessità di aumentare di due punti l’Iva per raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio». Temi caldi, dunque, come la riforma del lavoro, su cui ha avuto modo di chiarire il suo punto di vista proprio a Calabria Ora, com’era pressoché d’obbligo in una giornata dedicata ai giovani ed al loro futuro, viste le criticità della questione, che probabilmente si avvertono nel Mezzogiorno più che altrove.

La giornata di oggi è dedicata ai giovani ed ai loro progetti lavorativi, un tema che stride con la riforma approvata, che facilita la flessibilità in uscita e, di fatto, i licenziamenti, non crede?

La riforma del lavoro è stato un disegno di legge molto elaborato, studiato con attenzione ed ovviamente approvato in una situazione di emergenza ma comunque con ampi consensi. Si è trattato di un provvedimento molto atteso anche dall’Europa, tanto che lo stesso Barroso (presidente della Commissione europea, ndr) ha spiegato che, avendo approvato quest’ultimo disegno di legge – che tra l’altro faceva già parte di un nostro progetto -, siamo andati in Europa con tutte le carte in regola e proprio questo ha facilitato il negoziato che ci ha visti uscire in una posizione favorevole in quella notte fatidica a Bruxelles.

Di certo, però, il nuovo contratto ‘tipo’ per l’ingresso nel mondo del lavoro sarà un contratto di apprendistato, quasi si voglia ‘togliere’ ai lavoratori per ‘dare’ solo agli imprenditori…

Non mi sembra che si voglia dare né togliere a nessuno. Mi sembra, piuttosto, che si voglia regolamentare al meglio un mercato che era regolamentato da norme non più accettate a livello internazionale e quindi garantire all’Italia una modernizzazione che era necessario portare avanti.

Ma contestualmente è stato abolito, tra l’altro, il reintegro ‘automatico’ dopo il licenziamento…

In realtà neanche prima era automatico, dal momento che era comunque necessaria una valutazione da parte del giudice.

Proprio il titolare del Dicastero del Lavoro, Elsa Fornero, ha dichiarato che il lavoro non è un diritto, è d’accordo?

Non faccio mai dichiarazioni sulle dichiarazioni altrui.

Emmanuel Raffaele, “Calabria Ora”, giugno 2012