Alba Dorata, un disegno politico dietro gli arresti?

alba dorata arrestiParlamentari regolarmente eletti arrestati senza autorizzazioni del Parlamento, il leader del partito nazionalista greco Alba Dorata trattenuto anch’esso e l’organizzazione bollata come “criminale”. Reati associativi usati, al solito, come leva per operazioni ad alto tasso mediatico, in un momento in cui la Grecia è in mano a commissari liquidatori che non tollerano oppositori. Soprattutto se rischiano di far eleggere il sindaco nella capitale, dove sembra che il movimento avesse ormai il 60% dei consensi.

È così che la magistratura ha decapitato la formazione guidata da Nikos Michaloliakos, mentre la stampa fa da cassa di risonanza gettando benzina sul fuoco.

«L’uomo deve aver pensato di vivere davvero nella guerra civile che popola le fantasie di molti esponenti di Alba Dorata», scrive, in riferimento al presunto responsabile della morte del rapper Pavlos Fyssas, Nikos Konstandaras per la testata greca “Kathimerini”. Ancor più inquietante la chiusura del pezzo: se Alba Dorata non verrà neutralizzata, «la danza della morte non si fermerà».

Il disegno politico alla base dell’operazione, dunque, è chiaro: Alba Dorata non si può fermare democraticamente, perciò lo si deve fare per via giudiziaria.

Stracolmo di accuse prive di controprove, dimentico del livello base del garantismo che qualunque cronista serio dovrebbe conservare e ripetitivo nel ribadire la già sentita tesi secondo cui è la crisi che riaccende i fascismi, il pezzo si rivela così un pessimo esempio di giornalismo.

«L’unico modo per evitare altri spargimenti di sangue – istiga compiacente – è combattere il movimento con ogni mezzo istituzionale disponibile, come il governo sembra finalmente pronto a fare».

Con ogni mezzo. E per compiere la missione, in effetti, al governo greco è stato probabilmente imposto un cambio di marcia, con l’improvvisa sostituzione di ben sette alti dirigenti delle forze dell’ordine.

«Cosa stava pensando quell’uomo quando ha spinto la lama nel corpo del “nemico”? Ha pensato che stava uccidendo per una giusta causa? Che doveva difende se stesso, la sua famiglia e i suoi amici? Era sconvolto dalla rabbia, dall’odio o da qualche sostanza illecita?». Questo il tono d’esordio dell’articolo in questione, che associa, colpevolmente senza riscontri, un’uccisione avvenuta per motivi “calcistici” ad un’azione politica vera e propria, se non preordinata, quasi consapevole. Un’uccisione che tenderebbe ad affermare la “giusta causa” (dunque, le ragioni del movimento), magari favorita dall’abuso di droghe: accusa lanciata senza fondamenti ma che il cronista, chiaramente in mala fede, non si fa mancare l’occasione di avanzare.

La verità che si piega alle esigenze dell’ideologia. Storia vecchia.

La libertà che si piega alla volontà del potere. Storia antica.

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