Covid: i dati non giustificano la dittatura Conte

Secondo le ricerche più prudenti dell’Oms, la letalità del Covid-19 si attesterebbe intorno allo 0,6%.
Lo statunitense “Centers for Disease Control and Preventionritiene invece plausibile uno scenario in cui la letalità possa arrivare anche allo 0,26%.
Un IFR (Infection Fatality Rate) vicino allo 0,2%, del resto, è anche la conclusione dello scienziato anti-lockdown John Ioannidis, in una recente ricerca pubblicata proprio sul bollettino dell’Oms, che analizza i risultati di studi sierologici condotti in tutto il mondo.
Sembra comunque ormai comprovata una letalità pari o vicina allo 0% al di sotto dei 50 anni, sensibilmente più elevata al di sopra dei 70 anni.

Il covid-19, dunque, sembrerebbe essere un virus più aggressivo rispetto all’influenza (la cui letalità, in ogni caso, varia in base al ceppo virale stagionale) ma, senza dubbio, non abbiamo di fronte un virus che giustifica il panico, la sospensione della Costituzione e l’imposizione di uno stile di vita da psicopatici ipocondriaci chiamato “nuova normalità”.

LETALITA’: COSA DICE L’OMS?

Secondo le dichiarazioni fatte lo scorso 12 ottobre dal direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, pur tese a mantenere alto lo stato d’allerta, le indagini sierologiche “suggeriscono che nella maggior parte dei Paesi, meno del 10% della popolazione sia stata infettata dal virus Covid 19“.

Lo scorso 7 ottobre, il Corriere della Sera riportava la stessa percentuale, riferita in maniera ancora più netta il 5 ottobre all’Executive Board da Mike Ryan (direttore esecutivo del Programma per le emergenze sanitarie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, a capo del team responsabile del contenimento e del trattamento internazionali del Covid 19).
“Il coronavirus”, riporta il Corriere, “avrebbe colpito il 10 per cento della popolazione mondiale, circa 770 milioni di persone, contro la cifra di 35,5 milioni di casi di Covid-19 confermati a livello globale (cifra che oggi si aggira intorno ai 60 milioni di positivi).
Una stima che, afferma sempre il Corriere, “porterebbe la letalità del Covid-19 a livelli simili a quelli dell’influenza stagionale”.
E pensare che molti scienziati suggeriscono addirittura una percentuale molto più alta di persone che avrebbe già contratto il virus, il che abbasserebbe ulteriormente le stime Oms.

Finora comunque, come leggiamo in un articolo de “Il Post“, la posizione più chiara espressa dall’Oms sulla letalità risale a luglio: “La settimana scorsa un gruppo di oltre 1.300 esperti ha partecipato per un paio di giorni a una conferenza online tenuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e ha concluso che l’IFR globale della COVID-19 sia intorno allo 0,6 per cento. È la prima stima ufficiale completa fatta dall’OMS ed è basata sui dati inviati dalle istituzioni sanitarie di diversi paesi, utilizzati poi insieme ad altri dati raccolti da diverse organizzazioni e centri di ricerca”. “In precedenza – prosegue “Il Post” – il dato più condiviso era molto simile all’attuale: era stato calcolato un IFR dello 0,64 per cento attraverso un’analisi di diverse ricerche condotte da istituzioni e organizzazioni sanitarie, stimato poi su base statistica da un gruppo di ricercatori in Australia”.

Il 4 luglio, infatti, anche il New York Times riporta la notizia: “Giovedì, dopo una riunione di due giorni organizzata dall’Oms a cui hanno partecipato 1300 scienziati da tutto il mondo, il capo degli scienziati dell’agenzia, dott. Soumya Swaminathan, ha spiegato che il consenso raggiunto al momento attestava l’IFR a circa lo 0,6%“.

Ancora la stessa cifra la ritroviamo in un articolo, bibliograficamente molto ricco, pubblicato a marzo dell’Istituto per gli studi di politica internazionale: “In un recente lavoro, Verity et al. (2020) calcolano che la letalità plausibile per persone positive a COVID-19 in Cina sia dello 0,66% (con un intervallo di confidenza del 95% compreso tra 0,38% e 1,33%)”. Stiamo volutamente parlando, come premesso, delle stime più prudenti ed ampiamente accettate, ma è importante ricordare che tanti altri studi convergono su una percentuale vicina o inferiore allo 0,3%.

NEI BOLLETTINI UNA LETALITA’ SOVRASTIMATA

Coronavirus: gli asintomatici hanno la stessa carica virale di chi mostra i  sintomi - Wired

Per capire di cosa stiamo parlando, è fondamentale capire la differenza tra CFR (case fatality rate) ed IFR (infection fatality rate): il primo si calcola semplicemente facendo il rapporto tra il numero di positivi accertati e i decessi, il secondo invece si basa su modelli matematici e indagini sierologiche che stimano appunto la diffusione reale del virus nella popolazione sulla base dei positivi accertati (considerando appunto che la maggior parte degli asintomatici non vengono individuati). Aumentando il numero dei positivi, ovviamente diminuisce la letalità del virus.

Ecco perché l’Ispi osserva: “Una volta stabilito che il CFR è una misura non attendibile, c’è estremo bisogno di stimare l’unico dato davvero importante, ovvero il tasso di letalità plausibile (IFR)”.

E’ d’altronde lo stesso concetto espresso, in una pubblicazione del 4 agosto sulla mortalità del virus, proprio dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: “Per il covid 19, come per molte altre malattie infettive, il livello reale di diffusione è frequentemente sottostimato perché una sostanziale porzione di persone con l’infenzione non vengono rilevate”.

La prima conclusione , quindi, è che la letalità riportata dai vari bollettini nazionali è indiscutibilmente un dato sovrastimato e scientificamente poco affidabile – non a caso presenta varizioni incredibili da un Paese all’altro, tra operatori sanitari e non, variazioni che, al contrario della mortalità, non possono dipendere dalle misure di prevenzione adottate.

COSA DICONO I DATI UFFICIALI?

Detto ciò, andiamo pure ad analizzare proprio i bollettini più recenti pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità per conoscere i dati sulla letalità (apparente), perché anche da quelli emerge una situazione comunque meno allarmistica di quella descritta dai giornali, che sono i veri protagonisti della campagna tesa a giustificare (e provocare) i vari lockdown più o meno soft (si veda il cambio di direzione alla quale è stata costretta Londra e la censura social contro lo stesso presidente Usa sulla questione).

Nell’aggiornamento pubblicato il 18 novembre scorso, l’Iss registra 45.557 decessi attribuiti a covid su 1.231.367 infezioni accertate.
La letalità complessiva apparente (CFR), in questo modo, si attesterebbe allo 3,7%, una cifra che equivarrebbe ad una strage e che nessuno appunto prende sul serio, proprio perché non stiamo parlando della letalità reale (IFR). Sembra ormai consolidato, del resto, il fatto che solo una percentuale non superiore allo 0,5% affronta conseguenze gravi o letali.

Analizziamo comunque la letalità apparente per fasce d’età (escludendo 120 casi positivi e 9 deceduti di età non nota):

  • da 0 a 9 anni si sono veriricati 6 decessi su 43.841 positivi, con una letalità dello 0%;
  • da 10 a 19 anni si sono verificati 2 decessi su 105.378 positivi, con una letalità dello 0%;
  • da 20 a 29 anni si sono verificati 15 decessi su 152.675 positivi, con una letalità dello 0,0%;
  • da 30 a 39 anni si sono veriricati 90 decessi su 150.360 positivi, con una letalità dello 0,1%;
  • da 40 a 49 anni si sono verificati 410 decessi su 193.504 positivi, con una letalità dello 0,2%;
  • da 50 a 59 anni si sono verificati 1.588 decessi su 220.532 positivi, con una letalità delo 0,7%;
  • da 60 a 69 anni si sono verificati 4.487 decessi su 134.416 positivi, con una letalità del 3,3%;
  • da 70 a 79 anni si sono verificati 11.632 decessi su 102.186 positivi, con una letalità dell’11.4%;
  • da 80 a 89 anni si sono verificati 18.734 decessi su 92.089 positivi, con una letalità del 20,3%;
  • oltre i 90 anni si sono verificati 8.584 decessi su 32.266 positivi, con una letalità del 23,7%.

DECESSI: L’85,4% HA PIU’ DI 70 ANNI, LETALITA’ IN CALO

Cosa ci dicono questi dati?
Innanzitutto che, fino ai 49 anni, la letalità apparente, pur sovrastimata, va dallo 0% allo 0,2%. Ma anche e soprattutto un dato oggettivo: l’85,4% dei decessi si registra tra persone che hanno più di 70 anni; ben il 95,2% tra persone che hanno pi di 60 anni; solo l’1,1% dei deceduti aveva meno di 50 anni. Dati che, come vedremo, sarebbe stato e rimane essenziale considerare nella gestione politica dell’emergenza.

A proposito del dato sulla letalità è inoltre utile fare due paragoni per capire quanto sia variabile e sovrastimato il dato apparente.
Rispetto all’aggiornamento pubblicato il 6 ottobre, infatti, la letalità si dimezza nella fascia d’età che va da 0 a 9 anni (dallo 0,1% allo 0%) ed in quella che va dai 30 ai 39 anni (dallo 0,2% allo 0,1%).
E nelle altre fasce d’età il calo è ancora più marcato (fino al 13%):

  • dallo 0,7% allo 0,2% dai 40 ai 49 anni,
  • dal 2,3% allo 0,7% dai 50 ai 59 anni,
  • dal 9,2% al 3,3% dai 60 ai 69 anni,
  • dal 24,3% all’11,4% dai 70 ai 79 anni,
  • dal 33% al 20,3% dagli 80 agli 89 anni,
  • dal 32,8% al 23,7% oltre i 90 anni.

Perché? Per diverse ragioni. Perché le terapie sono state perfezionate e la carica virale si è abbassata (ciò che in molti hanno comunque cercato di negare e che comporta anche molti più asintomatici) ma anche e soprattutto perché il numero di tamponi effettuati e quindi di casi individuati è notevolmente aumentato. Si pensi che nel rapporto del 18 novembre, tra i 20 e i 29 anni si contano ancora 15 decessi, a fronte però di un numero di casi positivi passato da quasi 32mila a circa 153mila rispetto a quello del 6 ottobre.

TRA GLI OPERATORI SANITARI LETALITA’ ALLO 0,2%

L’altro dato con il quale è utile fare un ragaone è quello registrato tra gli operatori sanitari.
Con 60.242 casi totali accertati, i decessi complessivi sono stati 134 ma la letalità apparente generale – anche in questo caso in discesa – in questo caso è pari addirittura allo 0,2% (ricordiamo, quella generale si attesterebbe addirittura al 3,7%):

  • da 18 a 29 anni, 0 decessi su 7.355 casi, letalità 0%;
  • da 30 a 39 anni, 2 decessi su 11.182 casi, letalità 0%;
  • da 40 a 49 anni, 5 decessi su 16.221 positivi, letalità 0%;
  • da 50 a 59 anni, 32 decessi su 18.870 positivi, letalità 0,2%;
  • da 60 a 69 anni, 58 decessi su 6.076 casi, letalità dell’1%;
  • da 70 a 79 anni, 17 decessi su 310 casi, letalità del 5,5%.

Questi numeri confermano quanto spiegavamo poc’anzi: a fronte di una “popolazione” più testata quale è quella rappresentata dagli operatori sanitari e, quindi, di un maggior numero di casi individuati, la letalità si rivela molto più bassa, fino ad arrivare a percentuali simili a quelle dellinfluenza.

Lo conferma, del resto, anche l’Istituto Superiore di Sanità: “la letalità tra gli operatori sanitari è inferiore, anche a parità di classe di età, rispetto alla letalità totale, verosimilmente perché gli operatori sanitari asintomatici e pauci-sintomatici vengono maggiormente testati rispetto alla popolazione generale“.

DECESSI: IN MEDIA 80 ANNI E 3,6 PATOLOGIE PREGRESSE

Nell’analisi sui decessi dell’Istituto Superiore di Sanità del 25 novembre scorso, basata su un campione di 49.431 pazienti positivi deceduti, l’età media dei decessi è di 80 anni, quella mediana di 82 anni, più alta di oltre 30 anni rispetto a quella dei pazienti che hanno contratto l’infezione” (48 anni). Nonostante una maggiore diffusione tra gli under 60, quindi, i decessi si concentrano, come notavamo, nelle fasce d’età più a rischio, soprattutto tra gli over 70.
Interessante poi notare che il 42% dei decessi si concentrano in Lombardia, il 10,9% in Emilia Romagna, regioni con una forte presenza di strutture per anziani (i focolai principali secondo una ricerca della sanità pubblica svedese, citata anche dall’Oms nella relazione sulla mortalità).

Quanto alle condizioni di salute dei pazienti che non ce l’hanno fatta, notiamo che, le 5.592 cartelle cliniche analizzate hanno rivelato una media di 3,6 patologie pregresse. Solo il 3,2% di loro non aveva patologie pregresse, mentre ne aveva 3 o più il 65,7%.
Presentavano inoltre “gravi patologie preesistenti” la maggior parte dei pazienti deceduti con meno di 40 anni.

COSA DICE L’ISTAT?

Secondo un’indagine condotta dall’Istat, il covid “è la causa direttamente responsabile della morte nell’89% dei decessi di persone positive al test SARS-CoV-2” (il che, comunque, ridurrebbe del 10% i decessi conteggiati attribuiti direttamente al covid). Nello stesso rapporto, però, si osserva appunto che “il 71,8% dei decessi di persone positive al test SARS-CoV-2 ha almeno una concausa: il 31,3% ne ha una, il 26,8% due e il 13,7% ha tre o più concause”.

Solo per un terzo dei decessi totali “non vi è indicazione da parte del medico della presenza di altre cause che possano aver contributo al decesso” – il che, anche secondo l’Istat, è peraltro un dato che va preso con le pinze, dato che una corretta compilazione della cartella clinica sta solo alla buona coscienza del medico: “non sono necessariamente riportate tutte le malattie di cui il deceduto era affetto”, chiosa l’Istat.

Nel rapporto è anche possibile leggere che, al di sotto dei 50 anni, soglia che – come vedremo – rivela una letalità già bassissima, “solo il 18% dei deceduti non presenta concause che possano aver contribuito al decesso”.
“Questo dato”, commenta l’Istat, “suggerisce che più spesso nei giovani sono presenti una o più malattie preesistenti che, associate a COVID-19, contribuiscono al decesso“.

Non è l’unico punto in cui Istat conferma quel che tutti sanno: il covid è letale laddove incontra una o più vulnerabilità.
Ecco perché, continua il rapporto, “è emerso che malattie quali il diabete, l’obesità, le malattie croniche delle basse vie respiratorie, la fibrillazione atriale e le epatopatie compaiono più frequentemente in associazione ad altre cause di decesso piuttosto che come unica concausa. Questo risultato è atteso in quanto si tratta di malattie di per sé poco letali ma che contribuiscono ad aumentare la vulnerabilità degli individui ad eventi quali COVID-19 quando si trovano ad esso associate”.

Tutto ciò senza entrare nel merito del metodo di classificazione delle cause: quanti positivi o sospetti covid sono davvero morti a causa del covid? Il metodo, che obbliga i medici ad inserire il covid tra le cause in caso di responso positivo o anche sospetto/probabile (in una valutazione comunque soggettiva), sembra suggerire possano essere molti.
L’Istat, d’altro canto, spiega: “l’impatto del Covid-19 ha molto probabilmente causato nelle persone con condizioni di salute estremamente compromesse l’anticipazione delle morti che sarebbero comunque avvenute nel breve periodo.
Inoltre, può essere ipotizzato che, in alcuni casi, il Covid-19 possa non essere la causa principale del decesso, ma semplicemente una concausa e che pertanto non abbia un impatto diretto sulla mortalità complessiva“.

NESSUN IMPATTO SULLA MORTALITA’ AL CENTRO E AL SUD

Per le ragioni esposte, a fine anno, sarà importante valutare l’impatto del covid sulla mortalità complessiva del 2020.
Ne frattempo, nel rapporto pubblicato lo scorso 22 ottobre e relativo alla mortalità tra gennaio ed agosto, si può notare che, rispetto alla media degli anni precedenti (2015-2019) il dato complessivo è negativo sia al Sud che nel Centro Italia (-1,1% e -0,2%), mentre rimane notevolmente positivo al Nord (+19,5%).

Responsabile di queste percentuali, però, è in particolare la Lombardia (+38% nel complesso) e questo soprattutto a causa del picco di decessi fatti registrare tra marzo e aprile, con cifre che, invece, tra giugno e agosto sono rientrate nell’ordine della normalità, addirittura in negativo a luglio (rispettivamente +0,6%, -4,9%, 0%). Seguono il Trentino (+18,2%), l’Emilia Romagna (+14,6%), Valle d’Aosta (+11,9%) e Piemonte (+11,5%), mentre ben otto regioni fanno registrare una variazione del tasso di mortalità rispetto alla media del 2015-2019 inferiore allo zero, quindi negativa. A luglio, il rapporto era negativo in addirittura 15 regioni su 20.

Nel complesso, fino ad agosto, in Italia i decessi complessivi registrati sono stati 475.674.
Nel 2019 erano stati 647mila durante tutto l’anno, cifra vicina a quella registrata nel 2017 (649mila) e nel 2015 (650mila); nel 2018 i decessi complessivi erano stati invece 633mila, 615mila nel 2016, meno di 600mila nel 2014.
Nel 2015, quindi, pur senza covid, si è verificato un eccesso di mortalità pari ad oltre 50mila persone e nel 2017 sono morte oltre 30mila persone in più rispetto al 2016.
E nel 2020 – ma questo è da vedere – potremmo arrivare ad una cifra complessiva non troppo distante da quella del 2019.

In un report del 2018, del resto, l’Istat confermava un trend in crescita: “In una popolazione che invecchia è naturale attendersi un aumento tendenziale del numero dei decessi. Le oscillazioni che si verificano di anno in anno sono spesso di natura congiunturale. Le condizioni climatiche (particolarmente avverse o favorevoli) e le maggiori o minori virulenze delle epidemie influenzali stagionali, ad esempio, possono influire sull’andamento del fenomeno come è avvenuto nel 2015 e nel 2017, anni di un visibile aumento dei decessi”.

E’ la stessa osservazione che troviamo in un articolo de Il Fatto Quotidiano: “Se continuiamo in questa direzione nel 2047, in Italia, avremo 400.000 nati e 800.000 morti“.
“Nel quadro di una popolazione che tende a invecchiare, la logica richiederebbe che il numero di decessi tendesse a crescere, spiega l’Istat, in quanto più individui sono esposti ai rischi di morte, anche nella misura in cui tali rischi dovessero rimanere invariati da un anno all’altro”, osservava invece Repubblica commentando i dati relativi al 2018. Ecco anche perché il nostro Paese, con la popolazione over 65 più numerosa d’Europa, è stato particolarmente sensibile alla pandemia.

COVID 19 E INFLUENZA: FACCIAMO CHIAREZZA

Il Corriere, in un articolo citato inizialmente sulla letalità reale del covid, si chiedeva: il covid è dunque come l’influenza?
Ebbene, la risposta conferma che i professionisti dell’informazione pro-lockdown non ci hanno capito nulla e pescano solo tra gli autentici analfabeti funzionali, quelli che sanno leggere e scrivere senza fare errori ma non hanno capacità di ragionamento.

L’autore dell’articolo in questione che spiega: “Nella passata stagione influenzale in Italia ci sono stati 8.072.000 casi con 812 persone ricoverate in terapia intensiva e 205 morti. Il Covid-19 in Italia ha causato 36.000 decessi”. Secondo il Corriere questo spiegherebbe che non si tratta di una banale influenza. Anche se abbiamo già spiegato che il covid 19 è più aggressivo dell’influenza, vi spiegheremo cosa non torna in questi dati.

LE STIME: FINO A 650MILA MORTI DI INFLUENZA ALL’ANNO

influenza e covid

Ogni anno”, spiega sempre l’Istituto superiore di sanità, “l’influenza provoca nell’uomo numerose infezioni respiratorie e costituisce, quindi, un rilevante problema di sanità pubblica per le possibili gravi complicanze nei soggetti a rischio”. Basta leggere i giornali, in questi giorni, per trovare la conferma che il covid ha gli stessi sintomi dell’influenza. “Si stima”, prosegue il report risalente ad agosto 2019, “che le epidemie annuali causino da 3 a 5 milioni di casi di influenza e da 290mila a 650mila morti in tutto il mondo. Il ricovero e la morte si verificano principalmente tra i soggetti ad alto rischio, che includono donne in gravidanza e chiunque abbia paologie sottostanti come diabete, obesità, malattie dell’apparato respiratorio e cardiovascolari. In ogni stagione è importante monitorare i virus influenzali circolanti, perché l’influenza si presenta ogni anno ed è responsabile di un’elevata morbilità e mortalità, perché i virus influenzali mutano ogni stagione, perché ha un elevato impatto in termini sociali, sanitari ed economici“.

“In Italia”, prosegue il rapporto in merito a quella che viene chiamata “pandemia influenzale“, “le epidemie influenzali si verificano, in ogni stagione, durante i mesi autunnali e invernali, con una grande variabilità nelle caratteristiche epidemiologiche. L’inizio, la durata, l’intensità e la diffusione geografica dell’epidemia influenzale sono imprevedibili e dipendono da molteplici fattori, quali le caratteristiche dei ceppi virali, la suscettibilità della popolazione, la corrispondenza tra i ceppi virali presenti nel vaccino e quelli circolanti e i fattori climatici e ambientali. Casi sporadici possono verificarsi anche al di fuori delle normali stagioni influenzali, anche se nei mesi estivi l’incidenza è trascurabile“.

In una pubblicazione sull’influenza stagionale, che ha tra le sue firme il citatissimo esperto OMS Walter Ricciardi è scritto nero su bianco: “Stimiamo un eccesso di mortalità di 7.027, 20.259, 15.801 and 24.981 attribuibili alle epidemie influenzali nel 2013/14, 2014/15, 2015/16 and 2016/17, rispettivamente, usando l’indice di Goldstein”. Non è del resto difficile trovare vecchi articoli in cui viene lanciato l’allarme per le terapie intensive al collasso a causa dell’influenza.

Quindi, perché il Corriere parla di appena duecento morti nella scorsa stagione influenzale? Perché non sa di cosa parla.

Quelli che, nelle statistiche, risultano morti attribuiti all’influenza stagionale, sono appunto soltanto i decessi registrati tra i pochi a cui viene annualmente fatto un tampone per l’influenza.

Ma come funziona il sistema?
Ce lo spiega appunto l’ISS: “I medici sentinella, reclutati dalle regioni, segnalano i casi di sindrome simil-influenzale (influenza-like illness, ILI) osservati tra i loro assistiti e collaborano, inoltre, alla raccolta di campioni biologici per l’identificazione dei virus circolanti”, laddove è “definito un caso ILI un soggetto che presenti improvviso e rapido insorgere di almeno uno tra i seguenti sintomi generali: febbre o febbricola, malessere/spossatezza, mal di testa, dolori muscolari; e almeno uno tra i seguenti sintomi respiratori: tosse, mal di gola, respiro affannoso”.
Su un campione dei pazienti che rispondono a queste caratteristiche, il medico sentinella effettua un “tampone faringeo”.

“E’ fondamentale”, spiega l’ISS, “affinché le stime di incidenza siano affidabili, che i medici sentinella coprano una popolazione di assistiti che rappresenti almeno il 2% della popolazione regionale”.
Nella stagione influenzale in questione sono stati analizzati 20.174 tamponi (per il covid sono stati fatti oltre 160mila tamponi solo nelle ultime 24 ore) di cui 6.401 (ovvero il 31,7%) è risultato positivo ad uno dei virus influenzali.

L’autore dell’artiolo sul Corriere non solo non ci arriva, ma evidentemente non ha neanche letto le stime ufficiali.

Il 25 febbraio 2020, del resto, quando già si parlava di covid, “Repubblica” pubblicava un articolo in cui, nonostante si intendesse sottolineare la differenza con il covid 19, si facevano anche notare le stime dell’ISS: “Influenza stagionale e complicanze causano ogni anno 8 mila decessi in Italia”; all’interno: “punte di 12 mila a seconda delle stagioni”.
Sempre nell’articolo viene spiegato il ‘trucchetto’ dei numeri apparenti dell’influenza di cui sopra: “Il dato di mortalità in tempo reale non esiste – spiega Antonino Bella, del dipartimento malattie infettive dell’Istituto – Si utilizza così quello dell’Istat che arriva dopo due anni. Nei loro numeri troviamo poche centinaia di morti per influenza all’anno. Ma sappiamo che per avere la certezza di quella causa va fatto un tampone, cosa che ovviamente non avviene in tutti i casi di decesso. Così in tutti i Paesi i sistemi più evoluti di statistica considerano i dati di mortalità anche di altre cause legate a complicanze dell’influenza. Ad 8mila siamo arrivati valutando anche, ad esempio, le polmoniti e certi arresti cardiaci, dice sempre Bella”.

Ricordiamo, peraltro, che a queste cifre si arriva nonostante un metodo meno accurato rispetto a quello del covid e l’esistenza – al contrario di quanto avviene per il covid – del vaccino anti-influenzale, che vede vaccinati in media il 50% dei soggetti a rischio (per l’Oms l’obiettivo è del 75% e siamo certi che grazie al covid riuscirà ora a raggiungere l’obiettivo).

La risposta del Corriere, dunque, rivela l’inganno logico ma anche l’ignoranza sprigionatasi sui grandi giornali per l’occasione.

UN TEATRO DELL’ASSURDO

Ci fanno apparire come puffi". La rabbia dei poliziotti alle prese con gli  immigrati contagiati | Il Primato Nazionale

Ora, nonostante l’eccesso di mortalità notevole provocato dall’influenza in alcuni anni, mai si è pensato di dar vita al conteggio (globale e nazionale) in tempo reale di ogni singolo positivo al virus influenzale – ed ecco perché la mortalità legata all’influenza rimane comunque un dato impreciso, che potrebbe essere molto più alto se fosse trattato con le modalità e i criteri con cui è trattato il covid.
I morti di influenza sono forse meno importanti?

Ma, soprattutto, non è mai saltato in testa a nessuno, per evitare che la gente muoia di influenza, di chiudere la gente in casa, obbligarli a indossare una mascherina ovunque, vietargli di vedere i parenti, vietargli di spostarsi, suggerirgli di usare la mascherina per fare l’amore o di non baciare il proprio partner, vietargli di fare sport o addirittura di uscire di casa. Non è mai saltato in mente a nessun governo – e fa paura che la popolazione lo accetti tanto facilmente – di additare come untori gli influenzati e dire: ‘per evitare quei morti dobbiamo fermare l’economia, chiudere le scuole, far fallire le imprese, smettere di riunirci, smettere di vivere’.
Mai a nessuno era venuto in mente di parlare di negazionisti dell’influenza e governanti immorali, responsabili della morte della gente, in caso di mancata imposizione di lockdown.

BASTA ABUSI DI POTERE

E’ quindi evidente che lo stato d’allarme, emergenza, ansia e proibizionismo totalitario ed asfissiante in cui ci stanno facendo vivere i governi, non è giustificato dai numeri e dalla logica, ma solo da una sistematica e sapiente campagna mediatica nazionale e internazionale: i governi si stanno prendendo poteri che non gli spettano e ci stanno privando ingiustificatamente di libertà inviolabili.

Il covid dunque esiste e probabilmente è un virus più aggressivo rispetto all’influenza, ma la sospensione delle libertà fondamentali e la retorica di guerra adottata vanno molto oltre il limite accettabile in relazione al rischio in questione. D’altronde, se non aveste più notizie dell’epidemia dai giornali, difficilmente vi accorgereste della sua esistenza.

In conclusione, parlare di un lockdown, restrizioni alla liberta personale ed economica, attacchi contro il diritto al lavoro, allo studio, alla salute mentale e un altro colpo mortale per l’economia, è semplicemente criminale.

CHE FARE?

Quello che si sarebbe dovuto e si deve fare, oltre a potenziare la sanità e migliorare l’assistenza domiciliare, è usare il buon senso: raccomandare di proteggersi ragionevolmente dall’esposizione al virus, usare una maggiore attenzione ed eventuali misure specifiche per proteggersi se si è a rischio e per proteggere chi è a rischio (come abbiamo visto, soprattutto gli over 65/70). Quanto alle misure imposte, l’isolamento limitato ai casi positivi e l’uso delle mascherine sui mezzi pubblici possono essere un compromesso accettabile. Poco altro. Sicuramente non la follia a cui stiamo assistendo. Non si può combattere un virus con bassa e circoscritta letalità, costringendo la totalità della popolazione a rinunciare a vivere e lavorare e strozzando l’economia.

L’INACCETTABILE DITTATURA DEI “COMPETENTI”

Covid, Burioni: "Misure urgenti per invertire tendenza"
Roberto Burioni, con la sua affermazione “la scienza non è democratica”, ha entusiasmato molti (per lo più “democratici” elettori di sinistra, curiosamente): ma la filosofia che si nasconde dietro questa frase è pericolosamente autoritaria, un manifesto contro la sovranità popolare.

C’è poi da fare una considerazione politica essenziale: nonostante continuino ad inanellare una serie impressionante di errori, gaffe e contraddizioni (a partire dall’Oms) che fanno davvero dubitare della loro buona fede, l’ultima tendenza progressista, sviluppatasi in maniera parallela all’anti-sovranismo, è la convinzione per cui a decidere e parlare debbano essere solo i cosiddetti “competenti”, quasi non fossimo più in democrazia.
Ma noi, che non abbiamo intenzione di relegare al passato la sovranità popolare, pretendiamo prima di tutto che, in merito ad un fenomeno che coinvolge la vita, la salute e la libertà di tutti, scienziati e politici debbano rendere conto e convincere prima di tutto noi cittadini, ascoltando e non censurando le nostre opinioni (come hanno provato a fare anche con l’istituzione di una commissione apposita, in combutta con i giganti social).

In democrazia, loro sono nostri consulenti, nostri dipendenti e tecnici al servizio della politica, ovvero del popolo: è così che si concilia il principio di sovranità popolare con quello di competenza. Da qui il dovere di trasparenza, istruzione e informazione corretta: siamo noi a dover decidere e stabilire le priorità.

La pericolosa inversione dei termini a cui si sta assistendo, con le libertà concesse dall’alto quasi fossimo in una monarchia assoluta, può non far paura a chi non conosce la storia, ma è proprio per evitare gli abusi delle elite che è nato il liberalismo, finalizzato a mettere un limite a ciò che è consentito fare al potere. Laddove si afferma il principio per cui non è il popolo a decidere, il potere diventa infatti potenzialmente sconfinato. Se i governi si prendono poteri che non gli spettano e violano la nostra libertà personale, la nostra intimità, il nostro diritto ad uscire di casa, a vedere parenti e amici, a lavorare, a indossare quello che ci pare, nessuno dovrebbe considerarlo una cosa normale senza porsi prima mille domande: la libertà è un bene troppo prezioso per cederla con tanta facilità. E sarà che siamo abituati ad averla, sarà che siamo abituati ad un potere limitato, ma è disabituandosi a questo che si scivola nella dittatura.

Emmanuel Raffaele Maraziti
(ultimo aggiornamento: 28/11/2020)

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